Pubblichiamo integralmente, nella settimana in cui hanno luogo le maggiori rievocazioni per i 70 anni dell’Alluvione in Polesine, l’articolo che Danilo Trombin ha scritto per la rivista REM, ancora in vendita nelle edicole della provincia di Rovigo.

Non so se l’ho mai raccontato a qualcuno, non lo ricordo, ma una delle mie principali ossessioni è la geografia, con le sue rappresentazioni grafiche, le sue trasposizioni sulle carte, la raffigurazione delle planimetrie dei luoghi, di un’area, e le mappe. Potrei rimanere ore a osservarle, siano esse antiche o moderne, appese nella sala d’aspetto di un medico o di un commercialista, intercettate per caso in un centro commerciale o su di un cartellone pubblicitario, disegnate in maniera approssimativa o ipertecnologiche e georeferenziate.

La mia predilezione, ovviamente, va a quelle fisiche, e devo dire che l’avvento di strumentazioni digitali alla portata di tutti ha in parte lenito, in parte cronicizzato, questa mia segreta patologia. L’avvento di Google Earth, in particolare, mi ha imposto dure sessioni di osservazione, di scorrimento, d’ingrandimento e ridimensionamento, di schermi, di pixel, di led e di cristalli liquidi, in lungo e in largo, qualsiasi sia la parte di mondo che in quel momento attraeva la mia attenzione (e confesso che pure in questo momento è aperto “dietro le quinte” dell’articolo che sto scrivendo). Grazie alla dovizia di particolari che ora sono a mia disposizione, mi è possibile immaginare evoluzioni passate e future, cogliere particolari che prima mi erano sfuggiti, capire le ragioni umane e quelle della Natura alla base di determinati percorsi. Talvolta mi scopro a tracciarne di immaginari e futuristici, sperando nelle progressioni desiderate, temendo quelle avverse. Di solito, utilizzo l’applicazione nella sua forma “muta”, priva dei nomi, delle indicazioni stradali, di qualsivoglia etichetta, o annunci e soprattutto di quelle odiose foto inserite dagli utenti che si dimostrano nel 99% dei casi riferite a luoghi sbagliati.

Devo anche dire che tutto questo non si esaurisce con la mera contemplazione delle sezioni del planisfero: parte fondamentale del gioco è quella di ritrovare tangibili e concrete sul territorio quelle peregrinazioni virtuali. Quante volte mi sono perso nelle campagne lungo paleoalvei reali o immaginari… quante volte ho scorto il Cieco Grotto sull’argine del Po Grande, mentre lanciava in acqua il celebre bastone grazie al quale si scelse dove dare inizio al Taglio di Porto Viro…

In questa mia ossessione, le istituzioni non sono d’aiuto: l’unico segno grafico e geografico che s’incontra ogni tanto è l’indicazione che illustra il passaggio del 45° parallelo, in modo che ci si possa percepire come esattamente a metà strada tra Polo Nord e l’equatore. Le scoperte sono quasi sempre casuali.

È per questo motivo che mi è preso un colpo, qualche tempo fa, mentre percorrevo l’argine del Po verso Santa Maria Maddalena, e ho letto sul cartello del nome di una via: “Loc. Malcantone”. Ho spinto a fondo sul pedale del freno, occhi sbarrati e sorriso che si allargava sulla faccia. Mi trovavo nel luogo dove il Po aveva rotto l’argine nel 1951, seminando orrore e morte da lì fino al mare. Il pensiero dell’enorme massa d’acqua che fuoriusciva dal percorso in cui era costretta mi travolse in un batter d’occhio, trascinandomi lungo sentieri d’immaginaria presunzione, che erano stati al centro di mie passate congetture.

Le immagini che mi passavano davanti agli occhi si fecero in bianco e nero, sempre più somiglianti a quelle che ogni anno a novembre affollano giornali e televisioni, per commemorare il nefasto evento. Sfollati che si incamminavano verso l’ignoto, famiglie intere rifugiatesi sui tetti, barche colme di persone, animali annegati, costellavano il tragitto e riaffioravano dalla memoria con i racconti dei parenti che quei momenti li avevano vissuti veramente.

Tutto quello che è accaduto ormai appartiene alla storia: il 14 novembre del 1951, tra Canaro e Occhiobello, si aprirono tre grandi falle lungo l’argine del Po, delle quali la più grande superava i 300 metri. Di lì a poche ore le acque penetrarono nel territorio, allagando 1.170 chilometri quadrati di terreno, con un quantitativo impressionante che le diverse stime comprendono tra i tre e gli otto miliardi di metri cubi. Nelle zone più depresse il livello dell’acqua raggiunse i sei metri. Tutto ciò ebbe esiti catastrofici, che i dati bruti mestamente confermano: 101 morti, 7 dispersi, circa 180.000 sfollati, 80.000 dei quali non tornarono mai più. 

Anche i danni materiali furono considerevoli. Andarono distrutti o danneggiati in modo grave più di 60 km di argini, oltre 950 km di strade, 52 ponti, 4.100 abitazioni, 13.800 aziende agricole, 5.000 fabbricati e 2.500 macchinari agricoli, e perirono più di 16.000 capi di bestiame. Le falle furono richiuse dopo 37 giorni, mentre i terreni agricoli emersero dopo ben sei mesi.

Ero quindi fermo sulla sommità arginale, e immaginavo il dilagare dell’acqua nelle campagne sottostanti. Attendevo l’arrivo imminente del grande Gian Antonio Cibotto, che in quella fredda giornata del mercoledì 14 novembre del 1951 venne davvero a guardare la falla – che io stavo soltanto immaginando – prima di essere allontanato dalle forze dell’ordine, mentre la furia delle acque sbriciolava l’argine allargando i pertugi.

Avrei voluto essere presente anch’io, per cercare di capire almeno la potenziale portata di un simile evento, se avesse potuto essere una nuova Rotta di Ficarolo, ad esempio. Con l’aiuto delle mappe ho cercato di ricostruire il percorso delle acque, per comprendere se il Po stava cercando, in quel momento, di riprendersi la via del nord, conquistata con la serie di rotte che culminarono nel 1152 e che gli era stata negata dal Taglio di Porto Viro e da altri eventi antropici che ci hanno accompagnato fino ad oggi nel corso dei secoli. Certo, il panorama geomorfologico da allora  era molto mutato. La bonifica, la subsidenza, il proliferare degli insediamenti umani e l’aumento della popolazione hanno sicuramente impedito al Fiume di costruirsi un nuovo alveo, ma è inevitabile che io mi chieda cosa sarebbe successo se non avessimo avuto la capacità tecnologica di chiudere quelle falle, che rimasero aperte nonostante le tecnologie per oltre un mese.

Prima di tutto fu l’argine sinistro della Fossa Polesella che trattenne la diffusione delle acque, indirizzandole verso nord e verso l’interno. L’Adigetto, che col suo argine protesse il centro storico di Rovigo e il Canalbianco, contribuì a dirigere le torbide verso Adria, dove arrivarono dopo circa due giorni, quando la loro potenza riuscì a vanificare la resistenza offerta dai deboli argini del fiume di mezzo. Raggiunsero infine il Delta, sormontando prima gli argini dell’Adigetto e allagando Cavarzere, poi il territorio di Loreo e di Rosolina; prima di raggiungere il mare, le acque ebbero la forza di sormontare di nuovo tutti e due gli argini del Canalbianco, sommergendo anche Donada e Contarina. Ostacolate dalle linee costiere fossili, le acque colmarono prima le vaste aree depresse ad est di Adria, incuneandosi poi tra le valli da pesca Segà e Veniera, dove arrivarono a mare dopo circa cinque giorni dalla rotta. Dopo una settimana dallo sfondamento dell’argine, il livello delle acque nei territori allagati dall’esondazione iniziò a scendere.

Ricostruire il tragitto dell’acqua mi fa pensare che con ogni probabilità il Po avrebbe scelto un tragitto poco più a nord di quello attuale, magari condividendo alcuni tratti col Canalbianco, sicuramente sfruttando le depressioni lasciate libere dalle bonifiche e acuite dalle estrazioni di metano. Tuttavia una cosa mi sembra abbastanza evidente: il Po andava a ricercare il mare proprio laddove fu distolto dai veneziani poco più di 400 anni fa, verso la Boccavecchia e la Laguna di Caleri, verso Porto Fossone. Già questo è sufficiente a turbarmi il sonno.

È inutile ricordare che per le popolazioni locali questo evento fu di una portata catastrofica inaudita. Il tributo in vite umane fu troppo alto, per non parlare dei danni e degli strascichi che il territorio ha portato con sé fino a ieri. Ogni famiglia ha le proprie storie legate all’alluvione, i propri ricordi narrati durante le partite a tombola delle vacanze di Natale, quando i parenti si riunivano e i bambini ascoltavano come fu che vennero salvati dal tetto della casa, o come il mezzo anfibio che li aveva recuperati poté disincagliarsi dal camino sul quale si era arenato, infidamente celato dalle acque colme di detriti. In casa mia, ad esempio, era più tradizionale e rituale della messa, nelle domeniche d’inverno, recarci tutti assieme a guardare le sponde del Fiume, subito dopo il pranzo di famiglia dalla nonna. Ricordo lo sguardo corrucciato di mio padre che scrutava le sponde, la sagoma che si stagliava nel cielo grigio, mentre il Po gorgogliava cupo la sua litania. Il più delle volte ce ne andavamo sollevati.

Tragedia annunciata, tragedia che si sarebbe potuta evitare, frutto dell’incompetenza delle amministrazioni, del loro silenzio o di scelte scellerate, non so. Con grande rispetto per il numero di vittime (che in quel caso fu di molto superiore e non è certamente questo l’aspetto che va messo in relazione ed evidenziato), l’alluvione del ’51 fu un po’ il nostro Vajont.

E come è per Longarone, anche noi ci portiamo in dote quelle immagini, quella fama, quell’iconografia da area depressa, sfortunata, irredimibile per vizio atavico. 

Ancora oggi, quando accompagno visitatori nel Delta, mi si chiede cosa succede qui quando arrivano le piene, se è pericoloso, che problemi abbiamo quando piove e l’alveo si gonfia.

È innegabile che per le popolazioni umane le alluvioni siano eventi luttuosi e latori di disgrazie, che non sono solo una calamità momentanea ma l’inizio di periodi critici che si protraggono per lungo tempo. I danni non si risolvono con la conta dei morti e la fase più dura di una catastrofe arriva negli anni che seguono, quando c’è da ricostruire un intero territorio e tutto il tessuto sociale che lo animava. Per il Polesine non è stato così. L’evento tragico del 1951 ha messo definitivamente in ginocchio le sorti di un’area già gravemente compromesse per le difficili condizioni ambientali, soprattutto se queste sono legate a determinate idee di sviluppo. Spingendo al limite l’idea economicistica del territorio e lo sfruttamento intensivo di esso, pianificazione, lungimiranza e sicurezza perdono di valore e diventano quasi una fonte di disturbo.

Già nel 1952 inizia “l’operazione simpatia”, che doveva cercare di rovesciare negli anni successivi l’idea diffusa che il Polesine fosse solo una zona di poveri alluvionati. L’allora Presidente del Magistrato alle Acque, l’ingegner Tortarolo, ebbe a dichiarare che “il problema di fondo dell’alluvione del Polesine era ormai risolto e ormai, alla completa ricostruzione del Polesine, mancano solo la soluzione di pochi marginali problemi”.

Analoghe esternazioni si susseguono nel corso degli anni da questo e da quel politico, fino ad arrivare ai giorni nostri, nel tentativo di far passare per oro colato l’idea generale che dopo la disgrazia si siano messe in moto forze positive che hanno portato a una maggior sicurezza per le genti e per il territorio del Delta, tanto che da allora i problemi sono stati risolti e che il Polesine è diventato un giardino fiorito.

Per tranquillizzare tutti, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso è stata costruita la Centrale ENEL di Polesine Camerini, autentica cattedrale nel deserto che ha causato non pochi problemi al territorio del Delta, a fronte di uno sbandierato miraggio economico industriale, che puntualmente non si è mai verificato. Per fortuna.

È vero che in questi decenni non sono più accaduti disastri simili a quello di cui si ricorda il 70° anniversario. Le lagune sono state arginate, così come i comprensori vallivi, molti dei quali sono stati addirittura bonificati e prosciugati. Anche le arginature del Fiume sono state rinforzate, allargate e innalzate, mentre le idrovore e la rete di canali che le asservono sono state modernizzate e portate a elevati livelli di efficienza. L’asta fluviale è stata rettificata, soprattutto dove le anse e i meandri si facevano particolarmente stretti, e ora le piene defluiscono con maggiore rapidità. Negli anni scorsi, alcuni eventi che per proporzioni e portata d’acqua erano probabilmente superiori a quello del 1951, ovvero le piene del 1994, del 2000 e del 2002, non hanno avuto conseguenze apprezzabili nel nostro territorio, nonostante le orde di troupe televisive appostate sinistramente sugli argini, non attendessero altro che una disgrazia per poter vendere più spazi pubblicitari. Ricordo quando il giornalista di una rete nazionale annunciò l’evacuazione dell’ospedale di Ca’ Venier, tanto per dirne una…

Ma non è questo, secondo il mio modestissimo parere, il modo corretto per procedere a una radicale risoluzione delle difficoltà idrauliche del territorio polesano. Questo significa solo tamponare la superficie dei diversi problemi evitandone la risoluzione, demandandola alle generazioni future nascondendo la testa sotto la melma.

Se potessimo avere una visione verticale del Polesine, anziché quella orizzontale cui siamo abituati, vedremmo una serie di livelli digradanti verso la costa, enormemente sovrastati dal corso dei fiumi e dei canali, oltre che dall’incombente massa d’acqua del mare, dove i punti più alti del territorio sono rappresentati dalle arginature, sia fluviali che a mare, e dai cordoni di dune fossili. Imbrigliare il Fiume entro arginature che si innalzano sempre di più ha di fatto eliminato le pulsazioni delle piene, rendendole potenzialmente più pericolose in caso di eventi estremi. I fiumi polesani hanno raggiunto punti di pensilizzazione elevati, ma sappiamo anche che il letto del Po si sta abbassando. Gran parte del territorio è soggiacente il livello del mare, con gravi rischi di inondazioni non soltanto da parte del Fiume ma anche dalla costa, come ad esempio ha dimostrato l’evento verificatosi nel novembre del 1966, quando il mare, rotti gli argini della Sacca degli Scardovari, allagò l’Isola della Donzella raggiungendo Ca’ Tiepolo. 

L’alluvione del 1951 ci ha restituito la consapevolezza di quanto sia fragile questo nostro territorio. Le misurazioni dei caposaldi e dei manufatti idraulici, effettuata dopo il disastro, dimostrò infatti un rapido collasso di tutte le strutture della bonifica, molte delle quali divenute perfettamente inutili nel loro ruolo di scolo e di protezione dalle acque.

Le estrazioni di metano e, secondariamente, anche la bonifica stessa hanno reso ancora più fragile un sistema che si basa su equilibri che a noi possono sembrare molto precari, dando luogo a un disastro ecologico di proporzioni colossali. 

Se per l’uomo e le sue attività le alluvioni rappresentano un qualcosa di catastrofico, non si può dire lo stesso per la natura. In natura le alluvioni sono benefiche, e le loro conseguenze cambiano in meglio i territori in cui accadono. Non a caso, la Pianura Padana è il frutto di millenni di alluvioni, e per questo è definita “alluvionale”. Le alluvioni, le piene dei fiumi, vanno a riempire le aree ad altimetria inferiore, depositando detriti laddove il loro naturale compattamento ha causato un abbassamento delle quote, creando nuovi habitat, stabilizzando la pianura.

Oltre a questo, è anche da considerare il massiccio prelievo di inerti che, soprattutto in passato, ha angustiato tutto il percorso del Po, con l’idea che il materiale trasportato dal Fiume, sabbie e ghiaie, fosse infinito. Così non era, come non lo può essere l’acqua che scorre nell’alveo e che viene prelevata con sempre maggiori insistenze, per scopi civili, industriali e agricoli. Alla foce arriva una quantità di acqua sempre inferiore, a causa degli eccessivi emungimenti, e oggi la tendenza ad espandersi del Po è messa in crisi anche da questo, spostando l’equilibrio verso una controtendenza recessiva.

Un’altra grave problematica è rappresentata dalla risalita del cuneo salino all’interno dell’alveo, dall’inquinamento di acqua salsa delle falde e da un generalizzato processo di salinizzazione di tutto il tratto costiero, fenomeno che può gravare in maniera altisonante sulle spalle delle generazioni future e sull’idea di sviluppo che intendiamo adottare.

Non è possibile cercare di porre argini artificiali a strutture naturali così complesse quanto quelle rappresentate da un fiume. Soprattutto è necessario espandere il concetto di gestione a bacini ben più ampi di quello locale, poiché è chiaro che, parafrasando il detto buddista, se una farfalla sbatte le ali sulla vetta del Monviso, suscita un’inondazione a Porto Tolle. In altre parole, non è possibile pensare di risolvere i problemi idrogeologici del Polesine ragionando per schemi locali, poiché il bacino imbrifero del Po è unico, e quello che accade lungo l’arco alpino, in termini di prelievo di materiali, di acque, di modificazione del generale assetto idrogeologico, così come quello che accade lungo l’Appennino che scarica in Pianura Padana, non è mai un fenomeno a sé stante, ma ha effetti che raggiungono territori a volta anche molto lontani, ma solo in miseri termini chilometrici. Le piene sono il fil rouge che cuce la preistoria alla storia, l’uomo alla natura, la geografia alla fisica.

Ma le azioni dell’uomo hanno nel tempo ridotto la capacità e la disciplina ecologica del Fiume senza comprenderla, annullando la possibilità della pulsazione naturale che avrebbe invece dovuto assecondare, fino ad arrivare ad assegnare al Fiume stesso colpe che sono in realtà in gran parte ricadenti sulle spalle di chi le alluvioni le ha subite come evento nefasto.

Per la concezione umana le alluvioni rappresentano sempre un qualcosa di distruttivo, e il loro impatto incide per almeno un secolo negli anni a seguire. In natura, un’alluvione rappresenta il rinnovamento, la vita, il cambiamento, la variabilità. Il problema è che l’uomo non si percepisce come parte della natura.

La storia del Polesine non è una storia di resilienza, ma una storia di resistenza.

Danilo Trombin

Le foto che illustrano questo articolo (e che compaiono anche sulla rivista REM) sono di Toni Gnan, fotografo di paesaggio, in particolare quello del Delta del Po, che diventa spesso il protagonista delle sue opere. Per la sua attività ha ricevuto numerosi attestati in Italia e all’estero. La FIAF gli ha conferito l’onorificenza AFI e dalla Federation Internationale de l’Art Photographique ha ottenuto il riconoscimento AFIAP. Nell’edizione del 2001 dei CD con le immagini più rappresentative dei fotografi di fine millennio, il circolo Diafragma Foto di Cordoba ha inserito 10 sue fotografie. Gnan prosegue la sua attività partecipando a mostre, pubblicazioni ed audiovisivi realizzati utilizzando le tecnologie digitali.

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