In questi giorni le sale italiane propongono un capolavoro assoluto del cinema di tutti i tempi. L’Atalante di Jean Vigo è sul grande schermo nella versione restaurata, curata e distribuita dalla Cineteca di Bologna.

Non è come andare a vedere una delle prime visioni in calendario. Gli spettatori dovranno un po’ cercarlo perché nelle diverse città il film è proposto in date limitate e non tutti gli esercenti lo programmano. E non è come una qualsiasi prima visione perché è un film antico riportato al suo splendore.

L’Atalante è uno splendore. Non è necessario essere cinefili della prima ora per ricordare la sequenza simbolo di questo film. Il tuffo nel fiume del protagonista, la sua immersione ad occhi aperti e la visione straordinaria della sua amata sposa fluttuante, bellissima, nelle acque torbide del canale. Era la sigla del programma televisivo Fuori Orario, accompagnata da Because the Night di Patti Smith.

Quel tuffo, quelle immagini trasognate in un bianco e nero profondo, spesso, solido, sono solo un frammento de L’Atalante, solo un istante di beatitudine per gli occhi che, in verità, dura ottantanove meravigliosi minuti.

Questo film l’ha segnata davvero la storia del cinema. Jean Vigo l’ha segnata. Sembra incredibile che un regista possa portare con sé un’eredità così potente, avendo al suo attivo solo quattro film realizzati, di cui due cortometraggi. Solo quattro, tutti capolavori. Poi, purtroppo, Vigo ci ha lasciato, morendo di tubercolosi a soli ventinove anni nel 1934, proprio l’anno di uscita de L’Atalante.

Il suo percorso si compie come una folgore in cielo, come una stella che corre veloce nel nero della notte e poi scompare. Scompare ma non cade, non si spegne. Lo stile, la profondità e la follia di Vigo hanno lasciato un segno nei cineasti dopo di lui. Il realismo, il modo di scrutare i volti, i corpi, gli ambienti e poi qualcosa di onirico, tutti elementi sapientemente miscelati nel suo breve incisivo passaggio.

À propos de Nice, 1930. Dura solo venticinque minuti, si presenta come un documentario e, nonostante il cinema avesse già conquistato il sonoro, è un film muto. In verità questo è uno dei grandi pregi di quest’opera che è sì un documentario, ma ha la cadenza di una narrazione avvincente, costruita con sapienti movimenti di macchina. In pochi minuti Vigo restituisce Nizza come nessuno l’aveva mai vi-sta e come mai più si vedrà. Il film è un occhio impietoso che vaga con un montaggio serrato, uno sguardo duro sulla borghesia mollemente adagiata sotto il sole e indolente davanti alla miseria che in verità trasuda da ogni angolo della città.

La natation par Jean Taris, champion de France, 1931. Un piccolo scrigno di nove minuti, sicuramente sconosciuto ai più. È dedicato al campione di nuoto Jean Taris e racchiude una serie di scene sott’acqua che ci riportano in un attimo alle immagini de L’Atalante.

Zéro de conduite, 1933. Quasi un lungometraggio con i suoi quarantaquattro minuti. Racconta il passaggio tra infanzia e adolescenza, la sua dimensione spensierata, spudorata, ribelle. Come era lo stesso Vigo.

Il restauro e la presentazione al pubblico riguardano l’intera opera di Jean Vigo. Il minuzioso lavoro è stato realizzato nei laboratori L’Immagine Ritrovata di Bologna e L’Image Retrouvée di Parigi, da Gaumont con diverse collaborazioni e curato da Bernard Eisenschitz, storico del cinema, esperto di restauro.

L’Atalante è stato restaurato a partire dai nitrati originali a disposizione, mettendoli a confronto con Le Chaland qui passe, versione del film uscita con una musica non originale poco prima della morte di Vigo – già molto provato dalla malattia. Il film nel tempo ha subito censure e tagli di vario tipo. Dunque quella presentata oggi è un’accurata ricostruzione filologica che rende conto dei tanti interventi sulla pellicola.

È uno degli aspetti più affascinanti del restauro, uno dei suoi motivi fondamentali, vera prelibatezza per chi ama il cinema e comprende il valore assoluto che un’opera d’arte, qualunque opera d’arte, ha nel suo durare. Attraversare il tempo e lo spazio rende un testo unico e lascia su di lui segni indelebili. Segni fisici – rigature, scomposizione dell’immagine, deterioramento in generale – ma anche segni volontari che ne alterano il significato: la censura, le strategie distributive, i contesti politici e sociali. Riportare l’opera quanto più possibile vicino al luogo immaginario in cui la voleva l’autore, è un viaggio meraviglioso e avventuroso che nutre il mondo intero.

Annotazioni: i protagonisti de L’Atalante: Jean Dasté, Dita Parlo – indimenticabile anche ne La Grande Illusion (1937) di Jean Renoir – e Michel Simon, il père Jules che guida il barcone che dà il titolo al film. La chiatta è, in fondo, la vera protagonista di questa storia. Il luogo dove tutto accade, scorre solcando i canali, i fiumi, le vite reali e immaginarie di Jean, Juliette e père Jules. Boris Kaufman, amico di Jean Vigo, ha lavorato con lui in tutti i suoi film, soprattutto curando la fotografia. È fratello di Dziga Vertov (all’anagrafe David Kaufman) pilastro del cinema sovietico e autore de L’uomo con la macchina da presa (1929).

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