Volete fare un viaggio nel tempo, visitando una mostra in un palazzo che è un museo già costituito, nella Casa Giorgione, in origine gotica, poi una residenza di gusto umanistico?

Andate a Castelfranco Veneto e visitate le due opere che il pittore ha lasciato nella sua città natale: la Pala di Castelfranco, che è anche un primo esperimento di ritratto, il cui committente è il nobile Tuzio Costanzo, uomo di stirpe reale, per l’altare della cappella di famiglia acquisita all’interno del Duomo; ed il Fregio delle Arti liberali e meccaniche sulla parete orientale della sala nel museo Casa Giorgione.

Ecco quindi una mostra intitolata “Le Trame di Giorgione” curata dall’architetto Danila Dal Pos, che si muove nel doppio binario della storia dell’arte e della storia del tessuto, a comporre una originale storia del costume.

Molti i nuclei sui quali la studiosa si misura in questa mostra: la nuova lettura della Pala innanzitutto, con i cinque magnifici diversi tessuti, che l’artista vi raffigura con assoluta precisione, perché veicolano un preciso messaggio diretto al Senato Veneziano, molto attento alle vicende di Cipro, di cui Caterina Cornaro aveva sposato il re, Giacomo II di Lusignano, che aveva dato il titolo di Vicerè di Cipro proprio a Muzio Costanzo, ed il loro legame si intensifica quando si trovano ad Asolo legati alla comune sorte di non poter ritornare a Cipro, dove poi Caterina diventerà regina alla morte del marito.

E le trame, intese come tessuti, sono quelle indossate dagli uomini e dalle donne in mostra, personalità ritratte dai grandi artisti cinquecenteschi di area veneta, e la curatrice ha insistito molto su questo, per delineare l’ambito specificatamente veneto delle opere di Giovanni Bonconsiglio, Pier Maria Pennacchi, Vincenzo Catena, Francesco Bissolo, lo stesso Giorgione, Giovanni Cariani, Tiziano Vecellio, Andrea Previtali, Bartolomeo Veneto, Bernardino Licinio, Domenico Capriolo, Jacopo Bassano e Paolo Veronese.

Il tessuto risponde sia all’abbigliamento che all’arredamento e le dame ritratte indossano la “gamurra”, veste attillata, con il taglio quadrato del collo, le maniche erano staccabili, le perle ed i rubini ed il filo d’oro addobbavano il tutto, per cui erano talmente preziose da metterle al sicuro in un forziere; il nome è derivato da una parola araba khumur o velo da donna.

Il Castigioni dà le regole su come ci si dovesse vestire, usando e strutturando i tagli, la misura; le donne sono poco rappresentate, la tintura del nero è caratteristica di Genova, e così il rosso del chermes, colorante derivato dai corpi essiccati delle femmine di alcune specie di cocciniglia, e non a Venezia, che poteva usare il rosso di Tiro o rosso porpora, la dracena draco o la rubia tinctorum.

Le persone indossano tutte un “robone”, scollato davanti o dietro, rivestito di pelliccia, con velluto colorato, i bottoni sono dorati, ci sono gioielli e la gorgiera infilata d’oro ed in seguito nasce la prima cravatta, corta e larga, visibile in opere di fine 600’ e primi 700’.

I tessuti hanno il filo d’oro o il cuoietto per laccetti, e gli abiti quando sono consumati diventano delle pianete, usate dai sacerdoti nelle funzioni religiose e questi tessuti cosi riciclati passano da ricchi vestiti a fiori, disegni festosi,con colori sgargianti, non proprio adatti in un contesto ben più serio.

L’uomo del Settecento porta tre pezzi: la camisiola o sotto marsina ed i calzoni, con guanti, corpetti, borsette dell’epoca, provenienti da Palazzo Mocenigo a Venezia, unita alla prestigiosa collezione tessile del Duomo di Castelfranco e qui la commistione tra sacro e profano è più apparente che reale, proprio perché le sontuose vesti dismesse dalle grandi dame finivano per essere portate sull’altare sotto forma di piviali o pianete, intessute di fili di seta e oro.

La sorpresa continua con la visione di quattro quadri esposti in mostra, provenienti dal Palazzo Roverella di Rovigo: una Suonatrice di liuto, opera di Bartolomeo Veneto, 1500 – 1540 circa, 70 x 47 cm, inventario 11 della Pinacoteca del Seminario Vescovile; un Ritratto di studioso di Domenico Capriolo, Venezia 1494 – Ponzano Veneto 1528, olio su tela 105,5 x 83 cm, inventario 51 della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi; un Ritratto di giovane di Andrea Previtali, Berbenno di Valle Imagna 1470 – Bergamo 1528, olio su tavola 24,5 x 19,6 cm della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi , inventario 146 ed infine il noto Ritratto di Antonio Riccobono, di Giambattista Tiepolo, Venezia 1696 – Madrid 1770, olio su tela 102 x 89 cm, della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

Che dire? Questo ultimo quadro, ora in prestito, è comunque sempre esposto, ma gli altri non visibili, quindi chissà quanti quadri ci sono nel caveau del Palazzo Roverella che potrebbero essere fruibili alla cittadinanza in una mostra solo di queste opere sconosciute!

La mostra “Le Trame di Giorgione” è aperta fino al 4 marzo 2018 al Museo Casa Giorgione, in Piazza San Liberale a Castelfranco Veneto.

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