Palazzo Grassi ha presentato a Venezia la prima grande retrospettiva di Youssef Nabil, artista egiziano le cui opere spaziano tra fotografia, pittura, video e installazioni.

Il progetto, curato da Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon, riunisce più di 120 opere che ripercorrono l’intera carriera dell’artista. Il titolo, “Once Upon a Dream” (C’era una volta un sogno), evoca sia la trama narrativa della mostra sia il carattere onirico di un viaggio ispirato a una fuga fantastica.

Un Egitto leggendario

Le immagini nostalgiche e senza tempo di Youssef Nabil ci conducono verso una realtà lontana: le fotografie dipingono un Egitto leggendario che sta svanendo, evocando i problemi che oggi affronta il Medio Oriente. La sovrapposizione di diversi livelli di lettura e il gioco tra descrizione, simbolismo e astrazione rappresentano la ricchezza del lavoro di Youssef Nabil.

Affascinato dal cinema sin da piccolo, Youssef Nabil si lascia appassionare dai grandi personaggi dei film egiziani ed in seguito dalle star internazionali, decidendo di usare la fotografia come mezzo per immortalare, secondo una sua personale visione, le star di un suo mondo ideale.

Le sue fotografie in bianco e nero sono dipinte a mano, una tecnica fotografica tradizionale che veniva ampiamente utilizzata per i ritratti di famiglia e per le locandine dei film che coloravano le strade de Il Cairo tra gli anni Settanta e Ottanta; questa tecnica viene perfezionata da Youssef Nabil grazie agli ultimi ritoccatori degli studi de Il Cairo e di Alessandria.

Un racconto di iniziazione

Proposta come una narrazione, “Once Upon a Dream” è un racconto di iniziazione, tra fantasia e realtà, dove ciascuna tematica affrontata ha una valenza universale e allo stesso tempo individuale. La ricerca dei reperti identitari, le preoccupazioni ideologiche, sociali e politiche dei nostri giorni, la malinconia di un passato ormai lontano: sono tante le tematiche che toccano ciascuno di noi e che Youssef Nabil mette in luce nelle sue fotografie.

Ognuna delle sezioni tematiche di cui è composto il percorso espositivo presenta opere realizzate all’inizio della carriera insieme a lavori più recenti. “Once Upon a Dream” espone inoltre la produzione filmografica dell’artista con la proiezione delle sue tre creazioni: “Arabian Happy Ending, I Saved My Belly Dancer e You Never Left”.

I suoi lavori fotografici o cinematografici, ci forniscono essenzialmente una sorprendente narrazione della vita dell’artista, con la sua sensibilità, le sue passioni, le sue delusioni e le sue aspettative, le ossessioni, i suoi ricordi ed i suoi rimpianti.

Partire per emanciparsi

Il tema dell’assenza, dell’esilio, della partenza e quindi della nostalgia di un paradiso perduto è onnipresente, perché la necessità o la scelta di lasciare il proprio paese ha segnato per sempre il suo destino.

Conoscendo le difficoltà che Youssef Nabil ha incontrato nel lasciare l’Egitto e convincere le autorità del suo paese ad attenuare il rigore nei suoi confronti, non si può non pensare che quel paese fosse destinato a essere una terra da abbandonare per emanciparsi. L’esodo e l’esilio sono dunque centrali nella trama drammatica dell’opera di Youssef Nabil che incessantemente «Say Goodbye» alla sua terra senza per questo smettere di fissare l’orizzonte di un paradiso da ritrovare anche a costo di sprofondare fino a scomparire nell’oceano del tempo, come in I Will Go to Paradise (2008).

Per questa ragione l’artista è, in prima persona, onnipresente nella sua opera, con la propria rappresentazione in quanto testimone delle scene che descrive, attraverso il suo autoritratto come spettacolo nostalgico creato dalla sua fantasia, in Self-portrait with the Nile (2014) o in Self-portrait with an Olive Tree (2016) o in Self-portrait with Roots (2008).

Abbandonato e desiderato da tutti

Youssef Nabil ha osservato attentamente la pittura dei secoli che lo hanno preceduto, e non esita a inserirsi, languido spettatore di fronte alla Primavera del Botticelli, in Self-portrait with Botticelli (2009). Nella narrazione che è l’essenza di ognuna delle sue opere, l’artista è spesso sdraiato, sognante e pensieroso.

Nabil “disteso” si presenta come un uomo abbandonato da tutti e tuttavia desiderato, abbandonato ai suoi sogni, ma sempre lucido. La sua opera è perciò intensamente sensuale, per quanto sobria. Questa sensualità emerge più nell’evocazione in cui i corpi si avvicinano, senza mai toccarsi ma l’incredibile tensione del desiderio si concentra proprio nella distanza che l’artista mantiene tra di essi.

Youssef racconta che ha dovuto lasciare l’Egitto soprattutto per il suo lavoro: “Avevo bisogno di sentirmi libero, ma volevo anche che la mia arte si evolvesse e si espandesse fuori dal mio Paese. Uno degli argomenti principali che tratto è il corpo, e molti egiziani sono ovviamente tradizionalisti o religiosi. Non potevo vivere lì, con il pensiero di dover stare sempre attento a quello che volevo mostrare o dire con la mia arte. Però ho sempre amato il mio Paese, lì non mi sono mai sentito infelice, ho semplicemente capito che mi dava tutto quello che era capace di darmi“.

Il punto di partenza

“A dire il vero, al Cairo ho vissuto i migliori anni della mia vita – continua -, anche se mi sono sempre sentito fuori posto e sapevo che un giorno me ne sarei dovuto andare. Al Cairo è stata organizzata la mia prima mostra, al Cairo ho scattato la prima fotografia. Poi, a trent’anni, sono partito: prima Parigi, poi New York dove da allora ho passato gran parte della mia vita.

“Sono passati sedici anni da quando me ne sono andato, ma da molti punti di vista sono ancora profondamente legato al Paese in cui la vita rimane sospesa mentre si passa da un quartiere elegante a un altro. Io invece mi sono sempre mescolato alla vera parte dell’Egitto, la classe media che è a contatto con i problemi reali.

“Non ho mai scelto una realtà filtrata. Quando lo provi e lo capisci dentro di te e nella tua anima, puoi viaggiare lontano e andare in molti luoghi, perché quello è stato il tuo punto di partenza. E sai che sarà sempre lì per te: possiamo sempre tornare a viverci vicino.

In molti viaggi mi accade spesso di dire: ‘Questo mi ricorda il Mediterraneo’ o ‘Mi ricorda Alessandria’, eppure non è né il Mediterraneo, né Alessandria, è semplicemente come definisco il miglior modo di vivere.

Fuggire per due ore dalla tua storia

“Una delle cose che mi faceva felice in Egitto era il cinema – prosegue Nabil -. Ci andavo sempre da solo, e a volte guardavo lo stesso film due o tre volte. Ho scoperto tutto un mondo grazie al cinema; l’idea che puoi fuggire dalla tua vita e dalla tua storia per due ore o giù di lì, e immergerti nell’esistenza di qualcun altro. Poi torni alla realtà, perché quella non era che la scoperta di una magia.

Il cinema mi ha dato la speranza, ma mi ha anche aperto gli occhi su quell’arte ed è stato un motivo di grande ispirazione per le mie opere, perché ho capito di voler raccontare storie. Anche il fatto di unire pittura e fotografia deriva dal mio amore per il cinema, allora ho scoperto un’altra dimensione del cinema e della macchina fotografica: la capacità di mantenere vive le persone che ami.

Quando uscivo con i miei genitori, mio fratello gemello e mia sorella più piccola, mi sedevo sul retro dell’auto, e la cosa che più mi piaceva era guardare fuori dal finestrino e osservare i cartelloni dei film. Erano tutti allineati uno accanto all’altro per le strade e i viali del Cairo, stiamo parlando degli ultimi anni settanta e dei primi anni ottanta. Mi piacevano perché erano dipinti a mano. Da adulto, ho voluto che le mie opere assomigliassero a quei cartelloni che ho tanto amato durante l’infanzia”.

La visione delle suo opere riproduce perfettamente questo suo stato d’animo.

La mostra è temporaneamente chiusa nel rispetto delle misure di contenimento del Covid-19 e dovrebbe essere visitabile dalla ipotetica riapertura fino al 20 marzo 2021.

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