Les Bienheureux (I beati) è stato definito uno degli esordi più interessanti di questa Mostra del Cinema. Sofia Djama è la giovane regista algerina che lo ha realizzato. Al tempo dei fatti narrati, il 2008, aveva vent’anni e in questo film mette tutto il suo sguardo di giovane donna cresciuta in un clima di sangue, persecuzioni, paura, ma anche piena di sogni e speranze. È un film lucido che scorre nel volgere di un giorno e di una notte, in una Algeri bianca, caotica e disorientata.

Qui vivono Amal e Samir, sposati da vent’anni, disincantati da molto. Hanno un figlio poco più che adolescente, Fahim, che gira per la città senza mete precise con due amici: Reda, completamente avvolto in un delirio religioso radicale, e Feriel, una sopravvissuta.
Feriel è come un giovane fantasma, in sé porta i segni della paura e del dolore: quello indelebile del suicidio di sua madre, violentata e perseguitata dal regime, e una cicatrice che le attraversa il collo marchiandola a vita.

In fondo sono tutti sopravvissuti. Amal e Samir sono persone cresciute con un pensiero libero, aperto, in totale contrasto con un governo che ha fatto scempio di un’intera nazione. Ma sono anche sfiancati da anni di patimenti e brutture. E sono a un bivio che li vede contrapposti. Amal è attaccato alla sua terra e non vuole lasciarla per nessuna ragione. Di più, vede chi se ne è andato come un traditore che ha ceduto, che non ha saputo resistere e credere. Samir è stanca, vive Algeri come una trappola che non lascia scampo ed è preoccupata per il figlio, vuole a tutti i costi che cresca con altre possibilità, altrove.

Nello scorrere di un giorno e di una notte, che è la durata del film, la coppia festeggia l’anniversario di matrimonio, senza convinzione e in un continuo emergere di dolori, paure, incertezze e contraddizioni. Quelle di un’intera generazione.

Nello stesso arco di tempo affiora anche lo sguardo dei ragazzi, anche loro disorientati, certo, ma critici e fantasiosi, con qualche speranza in più, con una rabbia propulsiva che li allontana da una generazione, quella dei loro padri e delle loro madri, appesantita e disincantata.

Non c’è solo questo nel film. Molte più cose emergono e fanno pensare.
C’è la profondità di un’intera cultura, il suo peso. C’è la religione, che può essere una risorsa ma anche una bomba a orologeria. E ci sono le donne e quel marchio di inferiorità che si portano addosso. Samir e Feriel hanno età diverse, hanno entrambe uno spirito libero, si muovono però in un mondo che le vuole inferiori. Non c’è altro modo per dirlo.

Il padre e il fratello di Feriel la guardano con occhi che dall’alto vanno in giù e pensano che il suo ambiente naturale sia la casa a occuparsi dei loro bisogni. Samir, docente universitaria, aperta, autonoma, nonostante tutto non è libera di bere vino in un locale, subisce gli sguardi diffidenti degli uomini che la vedono fluida, emancipata, e perfino suo marito, medico progressista, la minaccia di appellarsi alle leggi algerine che gli consentono di imporre la patria potestà sul figlio. Lo fa per paura, sì, per disorientamento e insicurezza. Ma lo fa.

Quello che colpisce in questo film pieno di luce – anche se una buona parte si svolge di notte – è la semplicità con cui la regista mette insieme ogni aspetto, sfumatura, personaggio. Una pienezza grande e dunque ricolma di inciampi. Il rischio era di precipitare la narrazione nel caos, di confondere lo sguardo e il pensiero. Invece no. Il percorso di Amal e Samir, di Feriel, Fahim e Reda, si dipana lucido, lento, chiaro.

E vediamo Algeri come una città bellissima e come un labirinto pieno di insidie e falsi percorsi: le vie di uscita ci sono, è sicuro, trovarle non è cosa facile.

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