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Le riflessioni sul tempo, su cosa resterà della nostra presenza nel mondo, sul mistero, continuano.
I lettori possono ricostruire le parti di questa intensa conversazione: qui

Carissimo Antonio Giolo,
com’è bello il suo commento. Lei semina fiducia e speranza, leggerla conforta: ho cercato entrambe per tutta la vita, a tratti continuo a cercare, anche se non posso dire che i vari tentativi abbiano dato buoni frutti. Lei parla del mistero: ne sono affascinato da sempre. Ma quello che non mi convince è il suo concludere che il mistero si traduca di scatto in speranza: non è che non lo voglia: non mi riesce; e invidio il suo credere, sinceramente. Lei cita filosofi importanti, che non conosco bene anche se la filosofia l’ho studiata e mi è sempre piaciuta quando la studiavo, in anni ormai caduti in un profondo dirupo. I filosofi sono tanti: ci sono quelli che danno speranza e quelli che non la danno. Mi sento più vicino ai secondi perché mi sembrano più in confidenza con la realtà. Gli altri mi sembra usino la filosofia come un artificio che mette in campo ragione e logica per inventare territori che non esistono: un po’ come quelle migliaia di pittori che nei secoli hanno tracciato linee razionali e spalmato tinte perfette per dipingere Giove, Venere, Marte: soggetti seducenti e belli ma del tutto fantastici, che nulla hanno a che fare con la realtà. Così, mi pare che pensare al nostro essere eterni sia seducente e bello, ma irreale: una costruzione logica perfetta e solida (come nel caso dei filosofi che cita) alla quale non riesco a credere: proprio non riesco anche se vorrei tanto. Allora, le chiedo: necessariamente non pensarci immortali cancella la speranza? Ogni volta che guardo negli occhi il mio giovane nipote tremo per lui, ma spero. Spero nella vita che spunta, cresce, e si consuma. E la fine, fino a quando non sarà la fine del tutto, sarà sempre l’inizio di qualcos’altro. Le mando un caro saluto e un fortissimo abbraccio. Suo
Goffredo Tempesta

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