Perché i movimenti civici e le persone che li animano faticano a trasformare le fragilità sociali e territoriali del nostro tempo in valori positivi, in punti di forza anziché di debolezza?
La questione è articolata, profonda, forse controversa. Ma, di nuovo, lo spunto per queste riflessioni arriva dalle “Dirette d’autore” che REM e Apogeo stanno proponendo.
Da una parte il dibattito prezioso del 1 dicembre 2020 per ricordare la legge sul divorzio, insieme ad Antonella Bertoli e allo scrittore Massimo Ubertone; dall’altra l’incontro su “Fabula veneta” di Maurizio Caverzan con la partecipazione di Nicola De Cilia.
Una possibile risposta alla domanda di Leda arriva da Antonella Bertoli, presidente della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Rovigo.

Qui i nostri lettori trovano le registrazioni dei due eventi che hanno dato lo spunto a questo felice scambio di parole:
“Dirette d’autore” del 1 dicembre 2020 dalla pagina Facebook di REM
“Dirette d’autore” del 3 dicembre 2020 dalla pagina Facebook di Apogeo Editore

Buongiorno,
a proposito dei vostri interessanti video fin qui offerti in diretta, ho avviato una riflessione unendo due spunti da due diversi vostri contributi. Antonella Bertoli, che con grande serietà e freschezza ha restituito alla nostra memoria il percorso, ma sopratutto il contesto, in cui si è giunti a legittimare il divorzio, e poi a difenderne la legge che lo aveva istituito, ci ha ricordato un tempo in cui i movimenti civici, quelli che oggi definiamo “dal basso”, ottenevano risultati concreti che portavano mutamenti sostanziali nella società. Ora vengo al secondo vostro video, dove si ragionava sul valore delle piccole realtà che, ad esempio, voi rappresentate. Si accennava all’effettivo spessore culturale di autori molto sponsorizzati, come Gramellini, rispetto alla qualità di scrittori meno noti come quelli di cui si stavano presentando le interviste. Era solo un accenno, certamente meritevole di approfondimento. La conclusione a cui spesso arriviamo, un po’ per consolarci, è che piccolo è bello, anche un vostro intervento lo proponeva, ed è vero, ci sentiamo un po’ meglio quando cerchiamo di essere etici, propositivi, attenti, e quando ci confrontiamo con altri “impegnati”. È bello, ma non è abbastanza. Quello che mi porta a mettere in relazione questi due interventi è una domanda: perché oggi la grandissima quantità, che ognuno di noi può rilevare nei settori più diversi, di movimenti civici, per il bene comune, per la difesa di territori vittima di cementificazione selvaggia, altro tema a voi caro, e per altri moltissimi principi che riguardano valori collettivi, non hanno la forza di trasformare la società? Io provo a dare qualche risposta, ma mi piacerebbe sentire altre voci, perché penso che sia un tema veramente importante. La prima è che negli anni ‘60 e ‘70 c’era un’attenzione, da parte dei partiti politici, ai segnali che la base mandava. C’era un ascolto che oggi manca completamente, si tratta di mondi che non hanno più punti di contatto. La seconda è la commercializzazione di ogni cosa, a questa lettura un instancabile contributo viene, fra gli altri, da Tomaso Montanari, che invita a considerare la cultura un bene comune che non ha come priorità la produzione di denaro, ma la costruzione di cittadinanza. Se avete altre idee mi piacerebbe conoscerle, grazie per lo spazio di confronto che offrite, buon proseguimento.
Leda Piccardo

La politica oggi nelle sue forme istituzionalizzate (soprattutto i partiti) è distante, disincantata, complicata. Allora si guarda alla politica standone al di fuori. E ciò che arriva dalla politica sono informazioni, da metabolizzare solitamente in forma privata, individuale o di piccolo gruppo.
Se si esclude questo livello minimo d’attenzione, le restanti forme di relazione con la politica si polarizzano in posizioni nuove e in diversa misura confliggenti con la tradizionale immagine del «far» politica. Penso che l’azione politica e l’interesse per la politica, in questo particolare ciclo storico che vede un generale sovradimensionamento della sfera economica, non siano scomparsi, ma stiano assumendo una veste nuova. Le teorie tradizionali che fanno riferimento alla mobilitazione per campagne, all’assenza delle grandi narrazioni ideologiche, alla debole costruzione delle identità collettive unificanti vengono sostituite dalle considerazioni sulla valorizzazione delle differenze, dalla tendenza a politicizzare il quotidiano, da una riflessione sui ruoli dei mass-media e la formazione di reti informali di azioni che reinterpretano il pensare e il fare politica.
Gli spazi dell’associazionismo sociale non sono scomparsi ma si sono dispersi in più rivoli, e tuttavia esiste un grande movimento di volontariato che agisce sul sociale ma la cui prassi denuncia un difetto di funzionamento dei canali istituzionalizzati di raccolta e di trasmissione della domanda politica (manifestare, fare sottoscrizioni, aderire ad un movimento). Per questo motivo non riesce a incidere nella prassi e nel Paese.

Parallelamente esiste una riduzione delle aspettative verso gli altri, ma anche la riduzione delle aspettative che gli altri possono avanzare verso di me. Sono cambiate le modalità di approccio alla politica. Ci si confronta con posizioni ideologiche e partitiche tra loro molto differenti se non addirittura opposte; si cominciano ad approfondire i messaggi politici e i contenuti delle diverse offerte politiche. La formazione politica diventa un lavoro di analisi ed elaborazione personale, ben diverso dal semplice seguire le indicazioni dell’ambiente familiare e sociale in cui si cresce. È una modalità tipicamente moderna. La modernità pluralizza ed allora scegliere diventa un imperativo (Berger, 1987).
Questo imperativo produce effetti ambivalenti in quanto se aumenta il ventaglio delle opportunità nel contempo implica che si può scegliere solo se si seleziona. «Siamo destinati a scegliere e a decidere e poiché decidere vuol dire letteralmente “tagliare”, la perdita entra a far parte dell’orizzonte quotidiano come esperienza culturale generalizzata che corre parallelamente con la percezione di avere una infinità di possibilità a disposizione, una infinità di tempi e spazi per l’azione.”(Melucci, 2015)
Antonella Bertoli

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