Ecco tra le lettere arrivate a REM la riflessione incisiva di un nostro lettore sui fatti accaduti a Washington pochi giorni fa, era il 6 gennaio.
Lo sguardo attento e accuratamente aperto sulla storia e sulla società di Diego Crivellari propone a Stefano e a tutti i lettori e le lettrici di REM un’analisi ad ampio spettro sul senso della democrazia.

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Gentile Rem,
ho assistito allibito, come tutti, a quanto è accaduto in America. Ce lo ricorderemo a lungo, questo episodio. A me pare che significhi molto più dell’assalto ad un simbolo delle istituzioni democratiche americane e occidentali. A me pare che questo sia un evento che racconta una situazione delle democrazie occidentali, non solo di quella americana. Si sono saldate diverse cose, in questo assalto feroce: un modo di fare politica mutato radicalmente dopo il crollo del muro di Berlino; un modo di fare comunicazione e informazione completamente nuovo, che concede più all’isteria che all’informazione; un modo di vedere il potere, da parte di chi il potere lo subisce, che è radicalmente mutato nell’ultimo ventennio. Ovvio, ci sono altre componenti che non riesco ad individuare; ma mi pare che queste siano quelle principali. Inoltre, ho l’impressione che i ceti dirigenti, indipendentemente dal colore politico, non siano più in grado di dare risposte ad un mutamento dei fondamenti dell’economia (quindi non semplicemente ad una crisi economica) che, anche in questo caso, si è espresso pienamente negli ultimi vent’anni, facendo saltare completamente la stabilità esistenziale di più strati sociali (o classi sociali, come volete chiamarle: io credo esistano ancora le classi sociali). Il risultato è diabolico: un mutamento radicale a livello culturale si è saldato ad un mutamento radicale a livello socio economico, generando una tempesta perfetta, soprattutto in occidente, ma non solo. Io, che di mestiere faccio il semplice bancario e tocco con mano tutti i giorni il disagio, il dolore, la paura di decine e decine di miei clienti, non vedo nulla di buono nel prossimo futuro, né per l’America né per l’Europa. Sono troppo pessimista?
Grazie e cordiali saluti
Stefano Parise
Bergantino

Caro Stefano,
i fatti di Washington rappresentano, come hai bene evidenziato, il sintomo di un malessere che va oltre gli Stati Uniti e oltre il fenomeno Trump.
Perché questa crisi della nostra fiducia nella democrazia? La caduta del muro di Berlino, avvenuta più di trent’anni fa, non ha significato soltanto la fine del comunismo sovietico e della Guerra fredda, ma ha aperto alla creazione di un mondo multipolare, con l’irruzione sulla scena di nuovi attori protagonisti e di altri temporanei comprimari, che si preparavano ugualmente o si preparano ancora oggi a scalare posizioni e a recitare ruoli di primo piano nello scacchiere della politica internazionale: la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia, il Messico, la Turchia, il Sudafrica ecc. Quello che una volta era il variegato insieme dei paesi in via di sviluppo o addirittura del terzo mondo.
Dobbiamo riconoscere che lo sconvolgimento di consolidati equilibri geopolitici ed economici è una delle cause principali della nostra attuale insicurezza: viviamo in un mondo globale, interconnesso, ma anche più largo, più frammentato, per certi versi più precario. Per qualche anno, l’Occidente si è illuso che la diffusione universale del modello liberal-capitalistico potesse garantire uno sviluppo illimitato e, insieme, costituire una sorta di sbocco ultimo della storia umana. La storia, naturalmente, si è incaricata di smentire una visione troppo ottimistica o, se non altro, unilaterale. Abbiamo imparato, ad esempio, che non tutti i capitalismi sono necessariamente democratici.
L’America e l’Europa devono prendere coscienza di un fatto abbastanza elementare: il futuro non è più, interamente, integralmente, nelle loro (e nelle nostre) mani. Quale modello politico scegliere? Quale linea di condotta? Il populismo, nelle sue varianti di destra e sinistra, rappresenta quasi sempre una risposta estremamente semplificata a inquietudini profonde, una risposta che finisce per manifestare una sorda incomprensione, se non una malcelata avversione nei confronti di un sistema delicato, fatto di pesi e contrappesi, divisione dei poteri, garanzie, tutela delle minoranze come quello della “democrazia liberale”. Da premesse democratiche si può partire per arrivare, in qualche caso, a svuotare di senso la stessa democrazia e a creare effetti perversi indesiderati.
Eppure, proprio questa dovrebbe essere oggi la forza dell’Occidente: sapere riallacciarsi alla sua eredità politica più autentica, la sua eredità umanistica, civile, fondata sulla centralità dell’individuo e sull’idea della polis. Da Aristotele a Tocqueville, sappiamo anche che la democrazia si poggia generalmente sul benessere e sulla sicurezza di una larga “classe media”. Libertà politica e libertà economica sono strettamente collegate.
Il dramma spirituale che stiamo vivendo, esacerbato dagli esiti di una pandemia che non risparmia nessuno, ci mette davanti ad un bivio, ma non prevede scorciatoie, non prevede soluzioni di facciata. Non si tratta soltanto di effettuare operazioni di maquillage sulle nostre istituzioni, provare nuove sintesi ideologiche o dare vita a nuovi partiti e nuovi movimenti, magari caricando la leadership di turno di aspettative salvifiche. La democrazia deve tornare ad essere sinonimo di cultura, educazione, dialogo, cittadinanza, partecipazione, consapevolezza. La democrazia è la vera questione del nostro tempo: restituire a questa parola il suo pieno significato.
Per questi motivi, oggi, la battaglia decisiva per l’Occidente si gioca, prima ancora che nelle elezioni, nelle scuole, nelle università, nei laboratori, nei media, nelle case editrici, nei centri di ricerca e sviluppo, nelle mobilitazioni per l’ambiente, per la sanità, per l’istruzione ecc. Da un lato, abbiamo la pulsione verso la chiusura, il nazionalismo, l’autoritarismo: pensare che il nostro benessere possa essere facilmente difeso contro il mondo. Dall’altro, abbiamo in realtà ancora la possibilità di rafforzare concretamente le nostre democrazie tenendo insieme universalismo e differenze, diritti e doveri del cittadino, merito ed egualitarismo, libertà civili e libertà economiche.
In questo scenario, l’Italia può perfino immaginare – se parte di un nucleo forte dell’Europa – di invertire l’inesorabile rotta verso il declino e tornare ad avere un ruolo significativo. Chiudere le frontiere, oggi, non farebbe che aprire ad un lento tramonto politico, economico, culturale, demografico.
Diego Crivellari

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