Riceviamo uno scambio di parole tra ricordi da tenere stretti e riflessioni sul valore del tempo e del presente: lo spazio nel quale viviamo e che in ogni istante ci appartiene.
Tutte parole preziose, di cui siamo immensamente grati.

Gentile REM,
sono giorni che piove e anche se tutto questo fa parte della stagione, ieri ho cercato di dare colore e calore al mio cuore con un ricordo che ha accompagnato tanti anni della mia infanzia. Sono quei ricordi che non sono chiari, ma che hanno sicuramente una data certa: l’8 dicembre degli anni Ottanta e Novanta, quando a casa mia era il ‘giorno del maiale’.
Chiedo scusa ai vegani ai vegetariani e agli schizzinosi: portate pazienza, se la cosa urta la vostra sensibilità non proseguite nella lettura.

Mio nonno Arturo con i suoi fratelli, che una volta erano tanti, a volte con i nipoti, a volte con gli amici di una vita, a volte con gli opportunisti che nella vita non mancano mai, per una giornata intera preparavano i salami, le costine, le salsicce, i cotechini etc etc etc. Come si suol dire “del maiale non si butta niente”.
Coincideva sempre con l’8 dicembre.
Era un giorno di grande festa.
Non lo so se dappertutto ci fosse questa tradizione, ma in Polesine ‘la giornata del maiale’ è una cosa seria, il mondo si ferma, la concentrazione era tutta lì.
Ma prima di arrivare a quel giorno, bisognava andare a prendere accordi con l’agricoltore e mio nonno mi aveva portato alla trattativa. Non poteva essere uno qualunque, era l’uomo di fiducia. 
Da piccoli quando si sale in macchina sembra sempre di fare il giro del mondo, una concezione del tempo che poi cambia. Quella volta siamo andati a vedere il maiale vivo, che era bello ciccio nel fango con i suoi amici; diciamo che nel fango ci sono finita pure io, mia madre mi avrà sicuramente rimproverata per aver rovinato chissà quale scarponcino di velluto. Un’altra volta l’agricoltore me l’ha mostrato appena ucciso, non so quanti anni avessi io, il maiale non credo avesse compiuto il suo primo anno, ma dovevo imparare che il salame di casa veniva dal maiale. Me lo ricordo, a testa in giù, attaccato a una trave della stalla. La luce calda era quella di una lampada, ma che non illuminava bene l’ambiente, forse perché fuori era buio pesto, quel buio che viene presto a dicembre e che ti fa sembrare di vivere di notte anche se sono appena le cinque del pomeriggio. E faceva freddo, mia mamma come sempre mi aveva mandato fuori di casa con cinque chili di berretto e di sciarpa, talmente stretti al corpo che mi mancava la circolazione. Il maiale era tanto grande, tante volte me. Il nonno parlava con l’agricoltore, non stavo vicino a loro, agli accordi tra uomini le donne non devono esserci. E io rimanevo con un piede dentro la stalla e uno fuori, pronta allo scatto; lo guardavo, non da troppo vicino, si sa mai che non fosse tutto morto e poi finiva lui a mangiare me.
E poi dopo qualche ora eccolo su un camion in corte, pronto per essere scaricato. Non ricordo bene come ci finisse sul tavolo per essere affettato.  Magari era una cosa illegale, boh, che ne so. Io ero solo una spettatrice. Sono frammenti, forse di annate diverse, chi lo sa, ma tanto per anni e anni ogni 8 dicembre si ripeteva ‘la cosa de maiale’. Un vero rito a casa nostra.
Mio nonno aveva anche la camera dei salami, un posto terribile. Puzzava di muffa, ma tanto tanto. C’erano i ganci sul soffitto, con i salami che scendevano e attaccato allo spago c’era sempre l’etichetta con la data scritta con la penna della banca. E quella stanza, per me, era un inferno perché aveva la maniglia storta, un’ingegnata di mio nonno, forse per incastrare i ladri, che ne so.  A mio nonno potevi portare via anche il materasso o l’automobile, ma i salami e il prosecco erano sacri.
Ma torniamo a ‘la cosa del maiale’. Mi ricordo che in quel giorno si accendeva il camino, perché fare il maiale costa fatica e viene fame ai lavoratori, quindi sulla griglia si metteva della carne e si cuoceva in allegria e compagnia. Ovviamente non mancava mai del buon vino. Le donne non andavano alla ‘cosa del maiale’. Io, poi, una bambina, non potevo partecipare a questo rito, mi facevano entrare solo per sbirciare. Ma poi scappavo subito, era una “snarociona”. Se c’è una cosa che non posso dimenticare è l’odore delle budelle a bagno nei secchi, in quell’intruglio, liquido, insomma una roba forte, da stomaci con il pelo e contropelo. Ma chissà cosa c’era lì dentro, ricetta segreta ovviamente.
Beh, insomma, in quella giornata (o forse durava più di una giornata, chissà) c’era aria di festa. ‘La cosa del maiale’ era come un giorno rosso sul calendario. Una cosa che si doveva fare perché poi era il rifornimento per mesi e mesi, per i pranzi e le cene e gli spuntini. Io credo che mio nonno mangiasse praticamente tutti i giorni almeno ‘na fettina di salame, con la cioppa di pan biscotto e il prosecchino. Oppure c’era il salame ai ferri o il cotechino, che mia nonna delle volte friggeva se non andava finito appena cotto, una serie di roba di maiale da far invidia alla macelleria.
‘La cosa del maiale’ è venuta a meno qualche anno fa’, per svariati tristi motivi. Alcuni fratelli del nonno se ne sono andati, poi i rimasti sono diventati vecchi e scorbutici compreso mio nonno e poi se n’è andato anche il nonno. Però oggi, che piove ed è un vero anno difficile, mi piace ricordare quel giorno, l’atmosfera, i colori della fiamma nel camino dal blu al rosso. Mi piace ricordare il nonno, che rideva quando arricciavo il naso per la puzza della carne e delle budella, ma che non mi voleva tra i piedi perché facevo sempre un sacco di domande. Cosa darei ora per imparare l’arte dei salami di casa. I ricordi sicuramente non posso sostituire i brutti periodi e non possono nemmeno ridarci qualcosa che non c’è più, non possono riportarmi nonno Arturo che mi dice “sta un fià sita, sta un fià bona”, ma almeno scaldano un po’ il cuore, che di questi tempi non fa male a nessuno.
Alessandra Borella

Carissima Alessandra,
la tua lettera è una sequenza di ricordi che si legge con gioia. Di solito arrivano lettere che pongono problemi, che aprono questioni, che suscitano domande. La tua è una distesa di cose perdute che stuzzica in chi la legge, e soprattutto in chi ha vissuto quella realtà che tu descrivi, piacevoli emozioni. In me suscita diverse domande: che valore hanno i ricordi nella nostra vita? Il mondo che tu racconti, e che è evidentemente passato, può ancora insegnarci qualcosa oltre alle emozioni che ci investono ricordandolo? Sono domande enormi, di fronte alle quali la razionalità giustamente vacilla. Leggendo la tua lettera mi sono chiesto soprattutto: tornerei indietro? La risposta è complessa, ingarbugliata, insoddisfacente. Potessi riabbracciare mio padre, tornare a giocare con il mio più caro amico, assaporare ancora certi piatti che non si fanno più, vivere ancora amori che non ho vissuto in pieno: beh, certo che tornerei indietro, come tu torneresti indietro a vivere con tuo nonno il tuo “giorno del maiale”. Ma siamo sicuri che i ricordi non ci freghino, non producano inganni ed errori di prospettiva che pagheremmo cari? In fondo io credo che il presente sia il risultato delle assenze che ci angustiano: non è solo il fatto che indietro non possiamo tornare, sono convinto che il presente sia il destino che ci è dato vivere e che in fondo (pur non credendo al “progresso” come idea definitiva) il presente sia meglio di quello che abbiamo alle spalle: non perché sia meglio in senso assoluto, ma perché è quello che stiamo vivendo, perché significa che ci siamo ancora e che stiamo continuando a lottare. E i ricordi, dirai tu? E la purezza di quel mondo, dirai tu? Quel mondo non era puro, Alessandra, era pieno di difetti, di mancanze, di ansie: è il fatto che rinvia alla nostra giovinezza che lo rende bello, ma in sé non era per niente perfetto. Io non sto male nel mondo di adesso, pur essendo pieno dei tuoi stessi ricordi: vivo il mio presente convinto che non è affatto il migliore dei mondi possibili, ma è il mondo che mi è dato, me lo gusto sapendo che non ho alternative. E i ricordi li vivo come si vive un bel libro di un grande scrittore: li leggo, godendo della nostalgia con cui mi investono, prendendone spunto, affaticandomi a ricordare sempre di più, convinto che ricordare faccia bene. Poi chiudo il libro, e cerco di stare più vicino che posso a mio figlio che cresce e che continua a scrivere, giorno dopo giorno, parti di vita che diventeranno ricordi. Poi un giorno tutto si spegnerà e, come diceva il poeta, confesserò di aver vissuto. Grazie per la tua bella lettera. Un caro abbraccio.
Sandro Marchioro

Per inviare “Lettere a REM”: rem.lettere@gmail.com

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