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Leggendo “Scrittori e mito nel Delta del Po” non aggiungo dati razionali alla mia conoscenza del luogo, ma una conferma sensoriale che sto qui per qualche motivo legato a questo luogo.
Non ho un luogo di provenienza, e neanche i miei antenati ne hanno, per qualche motivo siamo nomadi da generazioni, non ho mai visitato un cimitero al giorno dei morti, perché non ho un luogo per i miei morti. Il luogo dove sono è il mio luogo.
Ho un legame profondo con il lago, dove ho vissuto a lungo da giovane, e mi si accende un sentimento di familiarità con certe forme architettoniche, che riconosco.
Ma ho amato altri luoghi, la metropoli, che mi ha dato molto, le colline, il luogo più equilibrato dove vivere.
Ora sono qui. Potrei andar via, i miei affetti sono altrove, ma qualcosa mi trattiene. Forse solo l’ostinazione di cercare di capire un luogo difficile da decifrare. Si potrebbe solo dire che è brutto. Penso che lo sia. Potrebbe bastare, per andarsene.
Ho cominciato a conoscerlo attraverso gli occhi di un polesano. Un polesano a cui, dopo un anno avventuroso all’estero, mancava la nebbia.
Un polesano che sapeva sempre da che parte era il fiume. Nella terra piatta. Io sapevo orientarmi identificando le montagne, nei territori che avevo frequentato, ma in pianura, sapere dove è il fiume… neanche un argine, neanche una fila di pioppi all’orizzonte… sembrava fosse l’olfatto, a far trovare il fiume, o qualche altro senso animale.
Ma una volta, su una larga striscia di sabbia in riva al Fiume, ero con un cane, il cane più coraggioso e intelligente che abbia mai visto. La nebbia è calata di colpo, fittissima, non vedevo i miei piedi. Il cane era completamente perso, incapace di orientarsi, paralizzato.
Questo libro riesce a illustrare questo, questo che non si può capire, la caparbietà di uomini che vogliono abitare una terra che ti respinge in ogni modo, che ti dice vattene, cosa vuoi? E invece restiamo.

Leda Piccardo

Gentile Leda,

sembrerà certamente banale, da parte mia, ricordare che ogni paesaggio, ogni territorio sono conosciuti prima ancora che attraverso l’accumulo di cognizioni obiettive e “dati razionali” grazie al nostro sguardo, ai nostri sensi, alla possibilità di assimilare (bello o brutto) istintivamente lo spazio che ci circonda.
In questi giorni, ricordavo che Nietzsche ha definito la filologia come “l’arte di leggere lentamente”. Oggi, molto spesso, e per vari motivi, in un mondo sempre più tecnologico e immateriale si ottunde non solo la nostra capacità di leggere lentamente, con la dovuta attenzione, le pagine dei libri, ma anche e forse soprattutto quella capacità (innata? costruita con l’esperienza e con l’età?) che ci consente di vivere e dialogare con lo spazio che abitiamo e che è parte quotidiana della nostra esistenza. Si compie cioè quello che a me sembra una sorta di paradossale sradicamento… sul posto.
In questa ottica, le parole degli scrittori e degli artisti, anche quando travisano o forzano l’identità di un territorio, ci sono comunque di supporto, perché ci aiutano a rivedere le cose che abbiamo davanti agli occhi, accompagnano i nostri passi, seminano dubbi e vie alternative, rieducano almeno parzialmente il nostro sguardo e i nostri sensi. Un motivo in più per non dimenticarli e per capire l’importanza della scrittura nella comprensione di un territorio “altro”, distante, anfibio come quello del Delta.

Diego Crivellari

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