Ho riflettuto a lungo, e continuo a farlo, sulle questioni poste dall’editoriale di REM 24 e sulle considerazioni sgorgate dopo (si possono leggere qui).
Mi sono chiesta cosa rimane della storia, cosa maneggiamo nel presente del passato. Le tracce ci consentono di riconoscere un fatto, una presenza, un accadimento. Ma, mi è stato fatto notare durante una conversazione: certo, dipende dal punto di vista.
Istintivamente guardo e colloco esempi diversi in modo diverso.
Se penso a posizioni come quelle sull’autobiografia di Woody Allen, o a quelle di varia e diffusa comunità culturale nel mondo verso i film di Roman Polanski, beh, certamente vale la libertà di scelta; personalmente non credo che impedire la libertà di espressione arricchisca il mondo, tendo a vedere qualcosa di strumentale nei gesti di chi (case editrici, festival internazionali) si pone come grande finestra comunicativa.
La questione però è delicata e sta sopra un crinale pericoloso. Perché evidentemente le polemiche, le scelte di pubblicare o no, mostrare o no, fanno (devono fare) i conti con le parti coinvolte.
Sullo stesso crinale sta (anche se in modo per me differente) la questione delle statue, dei monumenti, delle tracce impilate nella memoria della collettività per celebrare prima, ricordare poi.
Ed è qui che le riflessioni si fanno più fitte e il crinale più periglioso. D’istinto e di base non credo che le tracce vadano cancellate. Ma, sempre come mi è stato fatto notare: cosa sono e, soprattutto, a chi servono quelle tracce?
Sono convinta, come è lucidamente scritto nell’editoriale di REM, che la storia non vada né processata né cancellata: sarebbe un guaio indicibile.
Credo che i simboli (come lo sono le statue) delle imprese, delle ferite, delle rivoluzioni, delle oppressioni, prima di ogni altra cosa vengano incuneati per celebrare o commemorare; tuttavia, questa simbologia impilata lì, solida e rigida, cambia inevitabilmente nel tempo. Perché è il mondo a cambiare intorno a quei pilastri, è lo sguardo a cambiare. Colombo o Napoleone, francamente, io non li ricordo perché di loro ci sono statue sparse in giro; li ricordo perché c’è la storia a ricordarmeli, e se non li conoscessi e mi trovassi davanti alle loro statue, potrei intuirne il senso solo nel momento in cui ci fosse qualcuno accanto a me a narrarmi la loro storia.
Esiste una cosa che si chiama memoria e di cui ci riempiamo fin troppo malamente la bocca. È una parola abusata, un concetto che, tanto ridonda da scivolare lesto come gocce sopra un vetro in un giorno piovoso.
E invece la memoria ha mille volti e sfumature, velocità e lentezze. Soprattutto ha diversi punti di vista. Mi è stato fatto notare, sempre nella conversazione di cui sopra: chi è stato vittima di schiavitù, colonialismo, abusi, la memoria ce l’ha impressa nelle carni, nel DNA, non ha bisogno di ricordare attraverso un simbolo impilato; questa memoria, quella del simbolo granitico, serve agli altri, al resto del mondo, a noi.
Ed eccoci di nuovo sul crinale. Perché se un popolo schiavizzato non ha bisogno di una statua a imperitura memoria, è anche vero che se quella statua la rimuovo, cancello un segno, una traccia, un significato, anche controverso.
E allora, cosa dovremmo fare dei simboli? Forse prima di tutto dovremmo imprimere più memoria dentro di noi e meno nelle statue. E poi, senza abbattere Napoleone, Colombo o Giulio Cesare (e, secondo me, anche senza arginarli nei musei e nei libri), dovremmo imprimere tempo e prospettiva sulle pietre, per renderle meno granitiche.

Elena Cardillo

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Una risposta

  1. La questione è più complessa. Essa ha carattere più generale. Investe il carattere della struttura mentale dell’uomo: certamente dell’uomo occidentale. E tocca al solito maledetto ateo far prendere coscienza della realtà.
    Di questi giorni è la notizia della croce di 18 metri (non un nano!) da installare sul monte Baldo in Comune di Malcesine. Qui non è questione di Storia o di memoria: c’è solo la volontà di un imbecille di imporre la sua visione fideistica della vita per ricordare il fascistone polacco fatto papa sùbito ma, così pare, anche papa subìto (cfr. post del 22/11/2020 sul blog UAAR -Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti). Come se il monte Baldo fosse dei cristiani.
    Speravo di leggere una voce di critica da parte dei correligionari dell’imbecille.
    Ma tutto tace, nonostante il crimine che è sorto attorno alla faccenda e di cui si sta occupando la magistratura.
    Qui allora, in tutta la questione, è evidentemente l’idealismo che la fa da padrone; quell’idealismo di cui le religioni sono la massima espressione. E oggi si è convinti che le religioni sono causa di guerre più della differenza etnica (razziale).
    È ora che l’umanità si sforzi maggiormente per uscire dalla sua infanzia, da quell’idealismo che da sempre la condiziona nascondendogli la realtà. Dobbiamo abbracciare decisamente il materialismo perché la realtà è l’unica dimensione che ci compete. Il resto sono solo balle. Ogni teologia è l’opera di un ciarlatano.
    L’idealismo rappresenta la perfetta posizione di chi è ipocrita e la pratica concettuale dell’intero occidente è legata soprattutto all’idealismo.
    A me pare che per definire come tendente all’idealismo la mentalità degli occidentali si possa indicare la presenza nella nostra cultura di un’opera come “L’arte d’amare” di Ovidio, in contrapposizione netta al “Ka ̂ma Su ̂tra” indiano che rappresenta bene, invece, una mente orientata al realismo dal momento che il “Ka ̂ma Su ̂tra” è un vero e proprio manuale dell’erotismo. Già la forma in cui si presenta l’argomento, poesia nel primo e prosa nel secondo, dice della loro differenza concettuale e di indirizzo: rivolto alle élites il primo e alla generalità delle persone il secondo. Si noti poi come, approposito di idealismo ed ipocrisia, “L’arte d’amare” contenga dal verso 164 al verso 194 della prima parte un esaltato inno allo…stupro di gruppo!
    E’ fondamentalmente all’idealismo che veniamo educati fin dalla più tenera età. Non veniamo educati alla realtà. Freud ci aveva avvertito: “Che l’educazione odierna nasconda al giovanetto l’importanza che avrà nella sua vita la sessualità non è l’unico rimprovero che si deve rivolgerle. Essa pecca anche nel non prepararlo alle aggressioni di cui è destinato a diventare l’oggetto. Introducendo la gioventù nella vita con un orientamento psicologico così sbagliato, l’educazione si comporta come se si equipaggiassero di vestiti da estate e di carte dei laghi italiani persone che partono per una spedizione polare. In ciò risulta chiaro un certo abuso delle esigenze etiche, il cui rigore non farebbe tanto danno se l’educazione dicesse: «così gli uomini dovrebbero essere per diventare felici e per rendere felici gli altri; ma occorre tenere conto che la realtà è diversa.» Invece si lascia credere al giovanetto che tutti gli altri attuino i precetti etici, siano cioè virtuosi. Su ciò si fonda l’esigenza che anche lui diventi tale.” (Sigmund Freud Il disagio della civiltà/nota al par. 8) Tutto previsto a vantaggio della classi dominanti.
    A me pare che la coesistenza ancora oggi di idealismo e patriarcato, che il frutto delle religioni, stia lì a dimostrare l’ipocrisia dell’idealismo: il primo presuntuosamente volto a valori ideali di uguaglianza e di libertà, il secondo sintesi perfetta della pratica negazione di quei valori che ci vorrebbero far credere propri dell’idealismo. In ogni caso nell’idealismo è la dimensione ideale, in senso lato ed in senso soggettivo, che viene ad imporsi sulla dimensione reale, sul realismo.

    Dobbiamo abbandonare l’idealismo!

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