Da qualche settimana è in edicola il numero 24 della rivista REM.
Ricco di riflessioni e approfondimenti, è tutto da sfogliare e leggere con la calma che si usa assaporando le cose gustose.
L’editoriale del direttore Sandro Marchioro apre come di consueto il numero.
Lo proponiamo ai lettori di Remweb perché i temi che affronta, cancel culture e politically correct, hanno stimolato la riflessione densa e articolata di Francesco Casoni che trovate di seguito.
Ecco in sequenza i due scritti…

L’editoriale di REM 24
Processare il passato, sterilizzare il presente

Se foste un editore pubblichereste un libro di un fumatore incallito o di un consumatore abituale di pornografia? Speriamo che la risposta sia: sì, se il libro lo merita. Speriamo, ma cominciamo a pensare che una percentuale non irrilevante dei nostri possibili lettori potrebbe orientarsi verso il dubbio, quando, da parte nostra, viene immediatamente da pensare che sì, pubblicheremmo un bel libro di un fumatore o di un pornografo perché le libertà individuali sono intoccabili fino a quando non infrangono una legge; ed anche qualora questo capitasse, la libertà di espressione ed il risultato artistico ci spingerebbero comunque a valutare quel testo ed a sottoporlo al giudizio di un pubblico. Non sono banalità o questioni oziose: da qualche anno un morbo pestilenziale, una pandemia culturale sta minando alla base uno dei capisaldi della cultura e della civiltà occidentale (e non solo): si chiama cultura della cancellazione (cancel culture), frutto malato del politicamente corretto (politically correct): ecco che si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, si mettono in discussione le celebrazioni per il secondo centenario della morte di Napoleone, si cancella il contratto di pubblicazione di un libro di Woody Allen (è successo in Francia, lo ha cancellato l’editore Hachette, uno dei più importanti del paese d’oltralpe). Come accade per il politicamente corretto, anche la cancel culture nasce da una visione totalitaria del Bene e del Giusto: il che significa che intendere il Bene e il Giusto come totalizzanti porta ad un regime etico e civile che è sempre l’anticamera del totalitarismo e della negazione della libertà. Considerare orribile il razzismo, il sessismo, il maschilismo non significa estendere conquiste civili (cioè progressi di mentalità frutto di dibattito e di percorsi di pensiero faticosi e dolenti) ad epoche e situazioni in cui il mondo era radicalmente diverso. Il passato non va giudicato e processato, ma studiato e ricostruito: in quello studio e in quella ricostruzione troveranno sicuramente spazio osservazioni sugli scostamenti di mentalità e di costumi, ma in chiave di ricostruzione, non di condanna. Di questo passo, il rischio è che tutta la nostra storia venga cancellata e, anziché studiata, venga usata come una clava per confermare valori che sono il risultato di quella stessa storia: senza contare che contestualizzare è la chiave per comprendere fenomeni storici complessi, mentre attualizzare è il metodo più sicuro per fraintenderli. Che Napoleone abbia sostenuto la schiavitù dice molto sulla complessità dei fenomeni storici e sulla necessità di contestualizzare lo studio di figure storiche che hanno determinato fasi importanti del nostro passato: non dice nulla, assolutamente nulla, sul nostro modo di intendere i fenomeni di sfruttamento del nostro tempo. Ci spaventa molto, ci atterrisce l’idea che qualcuno possa proporre di non celebrare opportunamente i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri per comportamenti antisindacali nei confronti della servitù o, peggio, per possibili abusi nei confronti delle “donne petrose”. Lo ripetiamo: il passato, secondo noi, non va processato, ma studiato; così come il presente non va disinfettato, ma praticato e modificato per migliorarlo e per farlo corrispondere alla nostra idea di civiltà: che, non dimentichiamolo, tra cent’anni potrebbe essere considerata orribile e passibile di cancellazione.

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Caro Sandro,

perché ti scrivo?
Perché – credo per la prima volta in assoluto – nel leggere un tuo editoriale ho storto la bocca.
In verità, non è facile districarmi nel tema della cosiddetta “cancel culture” e del “politically correct”: tema complicato, sfaccettato e secondo me anche abusato e mal raccontato sui media. Non ho certezze assolute.
Ho sicuramente un senso di spaesamento e mille dubbi. Naturalmente anche a me, a pelle, mette disagio l’idea di far cadere nell’oblio un film per punire un attore o un regista che ha compiuto degli abusi.
Il caso del libro “boicottato” in Francia, che citi nell’editoriale, è però più complesso. Innanzitutto, perché è un’autobiografia. E perché a protestare contro la sua pubblicazione sono state persone che si sono dichiarate vittime di abusi da parte dell’autore dell’autobiografia.
Più che contestare la pubblicazione di un libro su un cineasta tra i più importanti del XX secolo, dunque, mi pare che contestino la libertà (e il potere) dell’autore di un abuso di raccontare la storia dal proprio punto di vista.
Discorso complesso, che mi porta ad altri due esempi più tosti che trovo nel tuo articolo: Cristoforo Colombo e Napoleone Bonaparte.
E qui mi sento di dire subito una cosa: non vorrei che stessimo confondendo lo studio della Storia con la sua celebrazione.
Il caso di Colombo e delle sue statue è utile alla riflessione. Che Colombo sia stato un eroe o un mostro, dipende chiaramente dal punto di vista di chi lo giudica. Giudizio che a posteriori può essere sostenuto da un accurato studio della storia.
Il punto è che i monumenti e le statue non servono alla Storia, ma alla celebrazione. Sono costruiti per rappresentare la visione della storia di una classe dominante in un determinato periodo storico. E dunque sono le prime vittime delle rivoluzioni.
Le statue di Colombo non sono opere d’arte come i film di Woody Allen. Sono monumenti costruiti dai discendenti degli europei che colonizzarono le Americhe, per celebrare questa colonizzazione. È del tutto ovvio che il punto di vista di un nativo americano sia diametralmente opposto.
E infatti ad abbatterle sono stati i moti di rivolta di coloro che si sentono (giustamente, a mio avviso) vittime della colonizzazione del Nuovo Continente e della società che è stata costruita dai conquistatori bianchi a loro discapito. Le cui conseguenze sono ancora attuali.
Ad essere cancellato non è Colombo, ma la sua celebrazione in funzione della narrazione di chi è al potere.
In fondo, è un copione che s’è visto in mille altre rivolte, anche qui in Europa.
Ancora, è assolutamente sensato porre la necessità di contestualizzare le figure storiche nel periodo in cui vivevano, anche se secondo me non è la questione centrale. In ogni caso, non la condivido del tutto, ma qui finirò per essere ideologico.
Sono certo che, a fronte di un tot di illustri schiavisti, sia esistito un nutrito manipolo di persone che contro la schiavitù hanno lottato.
E sono loro, dal mio punto di vista, ad avere fatto la Storia, cioè ci hanno consegnato una società migliore, non quelli che si sono adeguati alla norma corrente.
Discorso puramente ideologico, l’ho detto. In ogni caso, ci sono pur sempre storici che hanno tradotto questa sensibilità in corposi saggi di incontestabile valore: cito giusto Howard Zinn per la storia americana e Eduardo Galeano per il Sudamerica). 
Infine, tu concludi dicendo che tra 100 anni la nostra epoca potrebbe essere considerata orribile e passibile di cancellazione. Sinceramente, l’oblio sarebbe un gesto pietoso, per un’epoca in cui vedo davvero poco di cui essere fieri. C’è, in questa epoca, una “cancel culture” molto più inquietante, pervasiva e violenta: che in campo culturale uccide le piccole librerie, fa chiudere i cinemini, trasforma le città d’arte in parchi divertimenti e i centri storici in vie dello shopping. E con la stessa “banalità” fa cadere funivie e cavalcavia, morire operaie sul lavoro o marcire nei lager in Libia le persone che scappano dall’Africa e dal medio oriente.
È la cultura dell’egoismo, dell’avidità e del profitto ad ogni costo. Che miete vite umane e sta portando al collasso gli ecosistemi della Terra. Io spero davvero che tra cento anni i nostri nipoti non ci ricorderanno per questo.

Un abbraccio,

Francesco Casoni

Trovate il riepilogo dei contenuti di REM 24: QUI
La rivista è nelle edicole.


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2 risposte

  1. Buongiorno, anche io, leggendo l’editoriale, ho avuto qualche perplessità, e avrei sentito la necessità di qualche distinguo. Sono veramente felice che ci sia la possibilità di esprimersi serenamente, grazie mille. Io trovo completamente diverso conservare ogni tipo di memoria, anche di quello che oggi ci sembra ripugnante, in musei e libri di storia, ma i nomi delle strade o le statue, invece, penso che esprimano la nostra considerazione nel presente di personaggi e fatti, e la loro esposizione in luoghi pubblici indica un apprezzamento attuale. E anche la contestualizzazione storica può essere discutibile. Vi faccio un esempio: mio padre era poco più giovane di Montanelli, apparteneva allo stesso contesto culturale, ma non sarebbe stato capace di violentare una bambina, e quindi in quel caso la giustificazione mi pare non fondata, come invece potrebbe essere nel caso di Colombo, nel cui contesto un indigeno del nuovo mondo poteva essere considerato non diverso da un animale. Questo non mi porta a svalutare le competenze giornalistiche o letterarie di Montanelli, ma a contestare il fatto che gli sia dedicata una statua. Concludo ancora ringraziandovi per lo spazio citando Zerocalcare, che a questo proposito dice: se esiste una cosa a cui si applica la cancel culture in Italia, è il conflitto. Ma non da REM! Buon pomeriggio.
    Leda

  2. Gentile signor Casoni,
    ho letto con attenzione il suo commento.
    Esso, così a me pare, è un raro esempio qui in zona: le scrivo dalla località di Pappucce, di onesto quanto chiaro e semplice materialismo dialettico; semplice, cioè alla portata di tutti. Quel tipo di ragionamento, quindi, che per sua natura è antidogmatico perché conscio della complessità del reale. È ideologicamente orientato? Certo! Ma senza ideologia non ci possono essere idee perché l’ideologia indica un orizzonte, una base di partenza, una scelta di posizione. Il problema sorge nel caso in cui l’ideologia si trasforma in idealismo – che nulla c’entra con gli ideali – perché così essa rinuncia al momento storico che vive, per sviluppare la realizzazione del suo messaggio in un futuro che si proietta all’infinito: così si rimane in perenne attesa che la Storia da essa propugnata si realizzi; ma la contingenza storica muta continuamente ed è evidente, allora, come l’ideologia mai potrà proporre soluzioni concrete. Occorre avere sempre un piede ben fermo sulla realtà per evitare che l’ideologia si trasformi in mito, col quale essa confina.

    Anch’io leggendo quell’editoriale sono rimasto disorientato non avendo l’autore coraggiosamente difeso la sua posizione, non ostante il preambolo, perché rimasto intrappolato nella posizione del politicamente corretto che vieta di dare del pane al pane e del vino al vino e di arrivare, se necessario, alle estreme conseguenze. Ringrazio lei per avermi dato gli elementi necessari per orientarmi col pensiero
    Tutto nasce, a me pare, dal fatto che occorre affrontare la realtà con realismo per non dare un concetto deformato alle cose e ai rapporti fra loro e ai sentimenti che esse ispirano; non per cancellare i sentimenti, ma per viverli razionalmente.
    Ha affermato Bertolt Brecht: «Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico». Nella realtà della vita quotidiana gli “Appassionati di cultura” sono appassionati di quel sapere che, preso come loro abitualmente fanno in modo esclusivo, diventa una non-cultura cui si dedicano per mantenere ed alimentare il conformismo. Una non-cultura in quanto avulsa da qualunque contestualizzazione sociale e politica e, quindi, di carattere consolatorio per la coscienza dei sepolcri imbiancati. Senza spirito critico. Consolazione che arriva fino al punto di farsi seghe mentali sulla morte domandandosi: «perché l’essere e non il niente» non certi che «Omnis moriar» per «il mistero dell’essere che ci avvolge» non sapendo se «tutto sia eterno e noi siamo destinati alla Gloria»!!! Al fine di esorcizzare quella morte che essi temono oltre ogni dire non riuscendo a concepire che essa in natura è la continuazione della vita: il suo rinascimento, il suo rinnovamento. E persi in cotelle elucubrazioni profondamente cogitate fino ad arrovellarsi l’imo più basso: il più ascoso e buio: diciamo più o meno a un metro dal suolo stando eretti, succede che taluno fra loro cui un tremor gelido per l’ossa ime gli corse non ha avuto tempo per imparare a tagliarsi la pizza in bocconi opportuni e deve provvedervi qualche altro, in genere la moglie, spesso pure imboccandolo a dovere. E chi leggendo si fosse messo a ridere deve sapere che la circostanza è assolutamente vera, purtroppo. Ecco cosa accade a trascurare quella cosa semplice che è la realtà per la Fede. La quale realtà afferma che: “…La morte ci accompagna non solo a partire dalla nascita, ma persino da prima; è un presupposto imprescindibile per permetterci di nascere come organismi autosufficienti…Anche durante la vita, la morte cellulare riveste un ruolo centrale nella fisiologia dell’organismo, specialmente in quella del sistema immunitario… “(Gian Domenico Borasio SAPER MORIRE/Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci)
    Ma avulsi dalla realtà abbiamo finito per soccombere a certa codardìa: una codardìa di tipo borghese, beninteso, di elevato spessore, una codardìa per bene insomma. E così il paese non è indipendente né sovrano, stretto com’è tra il servilismo culturale, l’impudicizia ambientale, l’interesse truffaldino, il tradimento delle regole, la corruzione palpabile e diffusa sia nel pubblico che nel privato e la necrosi politica la quale lo destinerà, così permanendo lo stato delle cose, alla inevitabile putrefazione. Perché le qualità civiche, il senso dell’uguaglianza politica, della giustizia sociale, la cultura, la laicità delle istituzioni, l’umanesimo, lo spirito critico, non si possono imparare finché resteremo nella sudditanza di personaggi che denunciano i loro delitti «non per timore umano» come hanno affermato, ma perché hanno fifa dell’inferno; e proprio «non per timore umano» la chiesa cattolica è diventata la lavanderia dei crimini finanziari…e non solo.

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