Qualche giorno fa abbiamo pubblicato le riflessioni di una lettrice/ascoltatrice che ci ha scritto dopo aver seguito il primo appuntamento delle “Dirette d’autore” dedicato al libro “Fabula veneta” di Maurizio Caverzan (Apogeo Editore).
Le riflessioni di Leda e la nostra prima risposta le trovate nello spazio delle “Lettere a REM”.

L’argomento è interessante ed ecco altre riflessioni...

Care Leda e Elena,
grazie di aver avviato questa corrispondenza! Condivido le impressioni di Leda, ammiro la risposta di Elena. Dite bene entrambe: è difficile riconoscere la specificità di una letteratura legata al territorio (e questo pur avendo – penso io – un territorio di appartenenza), e la questione di una comunità letteraria legata al territorio del Nordest è estremamente suggestiva, stimolante, controversa. Durante una diretta di presentazione del libro Fabula veneta di Maurizio Caverzan, in relazione all’esistenza o meno di una letteratura veneta e chiedendosi se ha senso ricondurre a questa definizione autori che provengono da luoghi diversi benché all’interno dei confini di regione, si parla di scomparsa della civiltà contadina. L’interrogativo potrà anche essere insensato, tuttavia è intrigante. Di che cosa si parla quando si parla di luoghi? Di ciò che vediamo, di ciò che ci circonda influenzando il nostro divenire. Autori come Camon, Permunian – sento dire – “hanno vissuto ancora a cavallo tra la civiltà contadina e la sua scomparsa; hanno raccontato il Veneto dei cementi e del ferro, dei capannoni industriali, della regione locomotiva”. Sandro Marchioro osserva che “bisogna essere bravi a raccontare quello che succede oggi”. Anche questa osservazione mi pare bella provocante. Girando in macchina tra le strade che percorro quotidianamente (vivo in Polesine, nella provincia di Rovigo) impiego 120 secondi per entrare nella civiltà delle strade male asfaltate e delle auto, delle rotonde e capannoni, in altri pochi minuti incontro caselli autostradali e prendo direzioni. Negli stessi primi secondi, se svolto a sinistra circa al 90esimo, in altri 30 secondi sono a un ponte di pietra che attraversa uno scolo, a seguire proprietà rurali e campagna a perdita d’occhio. In Polesine, correggetemi se sbaglio, i nostri occhi vedono in maggiore percentuale distese di terra, di acqua, di cielo; meno, ma ancora maggiore, di verde di piante e alberi, fienili, case contadine, campanili (a cipolla? ma sono a cipolla i campanili??); poi, di zone industriali, edifici squadrati, comprensori di case. Eppure sono nata negli anni ottanta e il bagno ce l’avevo dentro casa e non in giardino, a scaldare gli ambienti ho sempre visto impiegati i termosifoni e non la munega e nemmeno il fuoco, crescevamo mangiando sofficini e bastoncini findus altro che pescate in riva al fiume, ad ispirarci erano i modelli di ‘Non è la Rai’ e ‘Beverly Hills’ mica quelli delle fole e dei filò! Quindi nel Veneto del Polesine cosa stiamo vivendo oggi? Cosa abbiamo perso e cosa è stato trovato? Certo perduta è perduta la civiltà contadina, perlomeno se intesa come forma particolare in cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo. Vero è però che il territorio della provincia di Rovigo ha mantenuto una spiccata vocazione agricola ed è stata interessata solo marginalmente dal rapido processo di industrializzazione che ha riguardato, in particolare a partire dagli anni settanta – ottanta, le altre provincie venete ed il Nordest in generale (fatta parziale esclusione dell’area intorno all’asse della strada Statale 309 “Romea”) …il territorio della provincia è coltivato prevalentemente a cereali quali frumento, mais e riso, frutteto mele, pere, pesche e ortaggi. Qui sono presenti molti siti turistici: il Parco del Delta del Po, le località balneari, le spiagge sul mare Adriatico ma in definitiva, anche nelle zone prossime alle foci del fiume, l’economia del territorio si regge in larga parte su pratiche legate all’acquacoltura. Mi sono chiesta in macchina e mi chiedo oggi guardando fuori dalle finestre di casa: dato che è finita la civiltà contadina, che civiltà è questa, che abita un paesaggio che muta lentissimamente in un’epoca pervasa dalla velocità? Qual è il linguaggio – se ne esiste uno – che le appartiene? Quali sono i punti di riferimento, dove le innovazioni? Cosa c’è da raccontare? Che non è cambiato nulla? Che è tutto diverso ma ha più peso quel qualcosa, così difficilmente definibile, invisibilmente ma indubbiamente legato alla territorialità, che non sappiamo com’era ma sappiamo non cambiare mai? Sarà utile leggere questi autori contemporanei per alimentare le domande e le curiosità o trovare, chissà, le risposte?
Grazie dell’opportunità di confronto.
Chiara Galdiolo

Per inviare “Lettere a REM”, scrivete a: rem.lettere@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *