Un gentile lettore ci riporta alla figura preziosa di Gianni Di Capua. Nel suo ricordo rispolveriamo parole e pensieri che accendono lo sguardo sul regista di “Piani Paralleli” e molte, molte altre opere.
Due anni fa la sua scomparsa e su Remweb, a novembre 2018, Monica Mantovani lo ricordava con parole dense di affetto e presenza, nel pezzo tutto da rileggere “Gianni di Capua. Il piano-sequenza di una vita”.
Ecco, a distanza di due anni, la lettera di Mauro e la risposta di Monica…

Ho conosciuto Gianni Di Capua nel 1984 a Milano. Arrivò alla redazione di “Altrimedia”, mensile di spettacolo di cui ero redattore, per parlarmi di una sua messinscena, una delle sue prime: “Harlekin” di Karlheinz Stockhausen. Lui aveva 25 anni e manifestava un grande entusiasmo per i suoi progetti. Io ne avevo 28, di anni, e avevo appena scritto un lungo articolo su Stockhausen andato in scena al Palazzo dello Sport di Milano, intervistando il regista Luca Ronconi e la scenografa-costumista Gae Aulenti. Forse per questo mi aveva cercato. In verità, il suo campo d’azione, la musica contemporanea, non era il mio. Ma trovammo un’intesa nella comune passione per il teatro e per il cinema. Per alcuni anni ci siamo sentiti al telefono, spesso incontrati, ho scritto qualche articoletto su di lui. Fui presente nel 1985 alla prima di “La voce umana” di Francis Poulenc, con la sua regia, al teatro di Montegrotto. Abbiamo continuato così per qualche anno. Ogni volta che si trovava a Milano, avevamo occasione di pranzare o cenare insieme. Se non aveva dove dormire, si fermava da me. Poi i nostri impegni sono aumentati, le strade si sono separate. Occasioni di rivederci, nessuna. Ancora a lungo, ma sempre meno frequenti, le telefonate. Un ultimo incontro c’è stato tra noi ad Abano, non ricordo con precisione quando, forse quindici anni fa. Già lavorava per la fondazione Benetton e si erano moltiplicati gli impegni, tra teatro, televisione, università. Poi il silenzio. Stasera, per caso, accendo Rai5 e mi imbatto nel suo documentario “Richard Wagner. Diario veneziano della sinfonia ritrovata” e mi viene voglia di cercare su Internet qualche notizia su di lui. Lo shock è stato forte. Apprendo della sua morte prematura, due anni fa, a 59 anni (anche se i giornali scrivono 62, forse Wikipedia sbaglia l’anno di nascita 1959?). Nessuno scrive la causa di questa morte. Sono addolorato, annichilito, senza pace per non averlo più sentito in tutti questi anni.
Mauro Gaffuri

Sentire raccontare di Gianni di Capua (1959-2018) a due anni dalla sua scomparsa è come riportarlo in mezzo a noi e ravvivarne il ricordo nel cuore di chi l’ha conosciuto, se mai quel ricordo si sia mai affievolito. Questa lettera che è stata inviata al blog di REMWEB non ha fatto altro che confermare quello che di Gianni era già chiaro a chi l’aveva conosciuto. Come ricorda Mauro Gaffuri, Gianni di Capua amava conoscere chi stimava: se leggeva uno scritto appassionante di qualcuno che magari gli era estraneo, capitava che facesse di tutto per conoscerlo, fino in certi casi a legarsi di una amicizia sincera a quel qualcuno, se riconosceva una corrispondenza di interessi. Poi, la vita poteva allontanare fisicamente ma, di certo, tutti coloro che Gianni ha conosciuto sono stati nel suo cuore fino all’ultimo momento della sua vita. Le serate a raccontare del passato e progettare il futuro erano sempre talmente piacevoli che il tempo scorreva rapido fino ad ore piccole.
Gianni era un “esploratore dell’umanità”: conoscere le persone che capitavano anche per caso sul suo cammino era per lui non solo un piacere, ma quasi un dovere. Ricordo un viaggio fatto con lui in treno in cui siamo riusciti in pochi minuti a fare conoscenza con una giovane ragazza seduta di fronte a noi, che faceva volontariato a Torino. Era una studentessa di medicina, come ero stata io qualche anno prima: al termine del viaggio aveva fatto in modo che la ragazza avesse il mio numero di telefono perché, mi disse, “non si sa mai, che possa aver bisogno di consigli spassionati da qualcuno di più grande”. Gianni era davvero innamorato dell’animo umano e come ogni innamorato voleva conoscerne ogni piega, anche la più nascosta.
Conoscerlo è stato per tutti una grande fortuna. Quindi, caro Mauro, capisco la sofferenza di non aver potuto salutare Gianni per un’ultima volta, ma credimi, vedere i suoi lavori, leggere i suoi scritti sarà come averlo accanto, anche oggi.
Monica Mantovani

Per inviare “Lettere a REM”: rem.lettere@gmail.com

Una risposta

  1. Grazie della risposta, Monica. Davvero è stato come riportarlo per qualche tempo in vita. Ricordare episodi della vita di Gianni, quelli vissuti da me e quelli raccontati da te, apporta una specie di consolazione a noi che siamo ancora quaggiù. I morti, i morti cari al nostro cuore, sopravvivono dentro di noi. Quel poco che ci resta è questo. E deve bastarci. Il bello è poterlo condividere, anche grazie a questo vostro spazio.
    Vedo, per finire, che tu, Monica, gli attribuisci il 1959 come anno di nascita. Per un momento ho creduto che fossimo coetanei, cioè che fosse nato nel 1956. Sono molto preciso per indole e per mestiere. Mi piacerebbe sapere la verità. Anche per rendergli omaggio: da quel che ricordo, era minuzioso anche lui.

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