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Carissima direttrice,

nei giorni di festa ormai passati ho avuto modo di pensare molto, essendo chiuso in casa da solo per evitare il contagio. Ho pensato a cose belle e a cose tristi, come fanno tutti quando devono rimanere soli per molto tempo e come, per carattere, io faccio spesso. Ho pensato, ad esempio, che tra cent’anni, tra soli cent’anni (che sono un battito di ciglia nelle dimensioni del tempo dell’universo) nessuno saprà neppure che sono esistito; mi muove ancora più angoscia pensare che nemmeno la mia amata figlia ci sarà più, e neppure il mio adorato nipote: cancellati, spariti, inghiottiti. A questo punto mi chiedo: siamo vissuti, stiamo vivendo per nulla? Che senso ha vivere per poi essere annientati dal tempo? È il destino comune a quasi tutti, a meno che uno non sia Dante o Michelangelo. Eppure, se quando sono preda di questi pensieri mi prende lo sconforto, la maggior parte delle mie giornate non sono annientate dalla paura del nulla, perché continuo a voler bene a mia figlia e a mio nipote, continuo ad essere con loro meglio che posso. Continuo a informarmi, continuo a credere che le cose belle diano senso alla nostra vita e, forse, per contrasto, anche le cose brutte: perché combatterle ci dona il senso dei nostri limiti e la coscienza dei nostri limiti è ciò che ci rende umani. Vi auguro quindi, in questo spirito, di continuare il vostro lavoro per parlare di cose belle, perché avere le mani impastate nella cultura e nelle cose belle ci rende umani e ci fa dimenticare il nulla che si spalanca davanti a noi: ce lo fa dimenticare solo per un attimo, magari, ma è già qualcosa. Continuate così, quindi.

Buon lavoro e buon anno

Goffredo Tempesta
Tresigallo

Caro Goffredo,

la sua lettera tocca le corde di questo tempo, ma soprattutto tocca le corde di quella condizione umana che travalica il tempo, lo supera nonostante la finitezza che ci definisce proprio come esseri umani. L’isolamento che tutti viviamo è stato esaltato dai giorni di festa a scavalco tra la fine dell’anno e l’inizio del nuovo. Esaltato come il sale esalta il sapore del cibo, come la pioggia che cade su qualsiasi superficie ne esalta la lucentezza. Solo che, quando si tratta di solitudine, di isolamento, la sapidità ha quelle variazioni di tono che vanno con l’umore, con il rumore dei pensieri. Eppure, come dimostrano le sue parole, lo stato di necessità può generare pensieri belli, magari difficili, ma di grande respiro. Tanto ampi da superare proprio la nostra finitezza. Sì, fra cent’anni nessuno di noi ci sarà. Non resterà traccia, forse, e dunque ricordo. Non solo perché né lei né io né chi sta intorno a noi ha lo spessore di Dante o Michelangelo, ma anche, e forse soprattutto, perché la nostra generazione (e quelle limitrofe) sta consegnando ogni respiro a una dimensione priva di materia. Dove saranno le impronte del nostro passare, stare, incedere se non consegnamo alla carta neppure più una lettera? Eh, ma questa è l’èra digitale, pensi se dovessimo spedire ancora i nostri pensieri su fogli inchiostrati, dove saremmo? Eppure, tremo al pensiero che tutto viaggi dentro quei quadratini impalpabili che sono i pixel. Accade in questo momento, mentre le scrivo, accade in questo tempo di isolamento più che mai. Allo stesso tempo, però, questa dimensione priva di materia ci è tanto cara. E riesce perfino a veicolare cultura, riesce a impastarla, come dice lei.
Sto leggendo, pubblicate in un maestoso volume di oltre 1300 pagine, le lettere scritte durante la sua intera vita da Fëdor Dostoevskij (il Saggiatore, 2020). Beh, una di quelle figure appunto imperiture, dirà lei. Sì, certo, uno scrittore immortale, immenso, magnifico. Ma parlo di lui per un altro motivo. Perché nella lettura di queste lettere incontro passaggi in cui le curatrici e traduttrici del volume (Alice Farina, Giulia De Florio, Elena Freda Piredda) precisano quando e dove la carta da lettere era tanto lisa da non poterne leggere il contenuto; quando e dove mancano parole per consunzione, in senso fisico e letterale. Ecco, questi dettagli mi commuovono immensamente e rendono ogni giro di pagina ancor più prezioso. La carta è fragile, eppure ha portato fino a noi (dal 29 giugno 1832, data della prima lettera inserita) l’immenso pensiero di un immenso scrittore, di un’immensa esperienza umana. E le lettere, le parole scritte a chi ci è caro, a chi ci stimola intellettualmente, amabilmente, furiosamente, o anche con indifferenza, quelle parole incise da qualche parte lasciano tracce di noi. Anche i noi piccoli. Ecco perché continuiamo il lavoro di parlare di cose belle, rimanendo umani con le mani impastate nella cultura e nel calore umano. Dimenticando per uno o per molti istanti il nulla spalancato davanti.

Grazie di cuore e buon anno

Elena Cardillo
REM Ricerca Esperienza Memoria

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2 risposte

  1. Spiazzante nel suo realismo la lettera di Alfredo. Sono pensieri che anche a me affiorano, quando mi domando dove andranno a finire le mie cose, i miei libri, quando non ci sarò più, e quali vicende vivranno i miei nipoti: si sposeranno, che lavoro faranno, avranno brutte esperienze? E mi fermo qui. Però io sul mio futuro ho meno certezze. Perché alla scuola di Haidegger mi domando “perché l’essere e non il niente” e se sicuramente finiamo, non sono sicuro che “Omnis moriar”, e non per la fama che seguirà, come pensava di se’ Orazio, ma per il mistero dell’essere che ci avvolge, come scriveva Pascoli. Non so se, come affermava Emanuele Severino, tutto sia eterno e noi siamo destinati alla Gloria, ma non mi rassegno all’idea che tutto vada verso il nulla e che la nostra vita non abbia un senso più profondo e duraturo.

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