Non è cosa nuova questa epidemia nella storia degli uomini: per noi è cosa nuova e, a dir poco, destabilizzante, poiché molti di noi non hanno conosciuto nè l’ultima guerra nè tanto meno la “Spagnola”. Per noi è la “PRIMA”! E anche per me, a togliermi quasi la memoria e la lucidità della Storia che la stessa cara Letteratura ci affida. Un vecchio compagno del liceo mi ha risvegliato a questa consapevolezza e mi ha invitato a rileggere Tucidide, al che, uscendo io da una sorta di afasia che mi attanagliava (e del tutto non è passata), gli confidavo retropensieri di stampo manzoniano. Ecco  due stralci di queste “rimembranze ai tempi del Covid19”:

Subito all’inizio dell’estate i Peloponnesiaci e i loro alleati invasero l’Attica con i due terzi delle loro forze, come avevano fatto anche in precedenza. Li comandava Archidamo, figlio di Zeussidamo e re dei Lacedemoni e dopo essersi accampati cominciarono a devastare la terra. Erano nell’Attica solo da pochi giorni, quando il morbo cominciò a manifestarsi per la prima volta tra gli Ateniesi, benché si dicesse che anche prima fosse scoppiato in molti luoghi, nelle vicinanze di Lemno e in altre terre, e non si ricordava che ci fosse stata da nessuna parte né una pestilenza simile a questa, né una tale strage di uomini. I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta, ma morivano più degli altri, in quanto più degli altri si avvicinavano ai malati, né serviva nessun altra tecnica umana; per quanto si formulassero suppliche nei templi o si ricorresse agli oracoli e a cose del genere, tutto si rivelò inutile, alla fine rinunciarono a questi tentativi, vinti dal morbo funesto.
Dapprima, a quanto si dice, la peste incominciò in Etiopia, in quella regione al di là dell’Egitto, poi discese anche in Egitto e in Libia e nella maggior parte della terra del re.
Nella città di Atene piombò improvvisamente, e dapprima contagiò gli uomini al Pireo, così che da questi, cioè gli Ateniesi, fu detto, che i Peloponnesiaci avevano gettato dei veleni nei pozzi, infatti là non vi erano ancora fontane.
Poi la peste raggiunse anche la città alta e già molto di più morivano.
Dica dunque riguardo a ciò ciascuno a seconda delle sue conoscenze, sia il medico sia il profano, da che cosa era probabile che essa fosse sorta, e dica quali cause di un simile sconvolgimento ritiene siano capaci di avere una forza tale da provocare il cambiamento dello stato di salute; io invece dirò quale fu e in base a quali sintomi uno, dopo un’attenta osservazione, sarebbe massimamente in grado di riconoscerla sapendone in precedenza qualche cosa, casomai scoppiasse una seconda volta, quei sintomi mostrerò, poiché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati.
(da Tucidide “La guerra del Peloponneso”, la peste in Atene)

I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto della popolazione, veramente come una classe privilegiata. Una gran parte dell’altra gente languiva o moriva; e quelli ch’erano stati fin allora illesi dal morbo, ne vivevano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, con passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esitazione insieme: chè tutto poteva esser contro di loro arme di ferita mortale. Quegli altri all’opposto, sicuri a un di presso del fatto loro (giacchè aver due volte la peste era caso piuttosto prodigioso che raro), giravano per mezzo al contagio franchi e risoluti; come i cavalieri d’un’epoca del medio evo, ferrati fin dove ferro ci poteva stare, e sopra palafreni accomodati anch’essi, per quanto era fattibile, in quella maniera, andavano a zonzo (donde quella loro gloriosa denominazione d’erranti), a zonzo e alla ventura, in mezzo a una povera marmaglia pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e ammortire i colpi, non avevano indosso altro che cenci. Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la prima figura in un trattato d’economia politica.
Con una tale sicurezza, temperata però dall’inquietudini che il lettore sa, e contristata dallo spettacolo frequente, dal pensiero incessante della calamità comune, andava Renzo verso casa sua, sotto un bel cielo e per un bel paese, ma non incontrando, dopo lunghi tratti di tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d’esequie, senza canto, senza accompagnamento. A mezzo circa della giornata, si fermò in un boschetto, a mangiare un po’ di pane e di companatico… Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in un’attitudine d’insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch’era venuto per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosi egli avvicinato, dovette accertarsi ch’era in vece quel Tonio così sveglio che ce l’aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello.
“Oh Tonio!” gli disse Renzo, fermandosegli davanti: “sei tu?”
Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa.
“Tonio! non mi riconosci?”
“A chi la tocca, la tocca,” rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca aperta.
(dal cap. XXXIII dei Promessi Sposi) 

Marina Bovolenta è stata insegnante di Lettere e successivamente Dirigente Scolastica di Scuola Media e di Scuola Superiore. Attualmente in quiescenza dopo avere ricoperto anche vari incarichi politici, si dedica per passione a studi letterari e ad indagare le radici della cultura territoriale polesana. Con Apogeo ha pubblicato nel 2019 I barcari raccontano i cavallanti. Uomini e mestieri del ‘900 alle radici della nostra memoria collettiva, un passato dimenticato di cui siamo eredi.

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