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Il secondo dopoguerra è stato un periodo particolarmente felice per il nostro Paese. Per circa quarant’anni abbiamo goduto di una crescita economica robusta, di una stagione di riforme sociali e politiche che hanno davvero cambiato l’Italia e di una fioritura culturale che ha trasformato la popolazione. Erano anni in cui non era la finanza a dettare l’agenda politica, almeno non completamente e non si può negare che il cambiamento delle forze che governavano il paese rispetto al passato sia stato uno dei fattori determinanti. Del resto non è un caso che anche Germania e Giappone, gli altri paesi membri del patto scellerato che scatenò la seconda guerra mondiale, a loro volta sconfitti, conobbero un periodo di grande sviluppo nel dopoguerra, come se dalle ceneri della dittatura o della monarchia di stampo medievale, fosse nato un nuovo modello di società.
La crisi che stiamo vivendo oggi è profondamente diversa e a mio parere lascia molte meno speranze: la politica ha ceduto il comando alla grande finanza e alle multinazionali ed il loro strapotere sembra destinato a durare, qualsiasi cosa accada.
Immaginiamo che il nostro paese decida di aumentare la spesa per le pensioni, o di estendere l’assistenza pubblica agli anziani non autosufficienti: nell’arco di poche ore le borse metterebbero a repentaglio l’andamento della finanza pubblica facendo peggiorare gli indici macroeconomici come lo spread, le multinazionali paventerebbero il trasferimento delle poche unità produttive ancora attive in Italia verso paesi più convenienti.
Qualsiasi governo non avrebbe molte alternative, salvo quella di dichiarare fallimento, azzerare i debiti ed affrontare un futuro avventuroso e tutt’altro che garantito. Pensare di seguire l’esempio dell’Islanda non è realistico, date le profonde differenze tra quel paese e l’Italia.


Il dibattito oggi si è spostato dalle piazze alle arene mediatiche, nel 2020 la presa della Bastiglia appare un’ipotesi remota anche con la connessione superveloce e anche quando le manifestazioni tornano in piazza si verifica regolarmente un fenomeno sospetto: i cortei degenerano in guerriglia, come se l’establishment volesse sistematicamente delegittimare la protesta e ricondurla nell’ambito controllato del mondo virtuale (sostenuto economicamente, ironia della sorte, anche da coloro che protestano).
Le libertà individuali, quelle vere, come la possibilità di scegliersi un lavoro, di metter su famiglia, di accedere alla sanità pubblica o di offrire ai figli una buona istruzione, vengono gradualmente limitate, l’establishment decide delle nostre vite, delle sorti del pianeta e pianifica cinicamente i cicli economici dei continenti in modo da garantirsi comunque manodopera-schiavizzata che produce e mercati sui quali rivendere con profitti alti quello che viene prodotto. Siamo servi della gleba 2.0, stupidamente convinti che aver barattato la zappa con uno smartphone ci abbia emancipati.
Sono assolutamente convinto che ci si debba liberare da questa dittatura economico-finanziaria che ripropone una struttura sociale da medioevo, ma molto peggiore di quella del passato, garantita e protetta dal controllo capillare che la rete e le moderne tecnologie mettono a disposizione del potere. La chiave per mettere in crisi questo modello è la gestione dei consumi, il neocapitalismo dà per scontato un meccanismo che senza dubbio funziona, ma che ha bisogno di alcune condizioni che non sono automatiche. Ha bisogno di consumatori stupidi, pronti a barattare lo statuto dei lavoratori con un’auto a rate. Ha bisogno di persone convinte che la libertà sia decidere se vuole lo spritz con l’Aperol o con il Select, che il massimo della trasgressione sia l’epilazione delle sopracciglia per ottenere l’espressione idiota delle bambole di celluloide.
Il sistema neoliberista conta sul fatto che a nessuno salti in mente di rinunciare all’acquisto di antibiotici in vaschetta con tracce di carne di pollo o di salmone e di scegliere l’auto produzione o l’acquisto dal contadino. E’ qualcosa che a molti sembra impossibile, poco pratico, scomodo, eppure è la sola strada per tentare di affamare il sistema che ci sta strangolando con la nostra stesso complicità.


Ci sono momenti in cui il sipario si strappa: si vedono i cetacei avvelenati dalla plastica, le borsine della spesa stupide e inutili capaci di annientare creature intelligenti, pacifiche e meravigliose che la natura ha evoluto in milioni di anni. Si vedono i bambini schiavi del Congo che estraggono coltan in condizioni infernali per consentirci di scambiare emoticon con qualche imbecille. Si vedono i sottomarini nucleari, mostri dispensatori di morte che costano come centinaia di ospedali ma ai quali, apparentemente, non si può rinunciare. Si vedono fanatici religiosi di ogni genere e credo che si scannino a vicenda in nome di qualcosa di misterioso che predica bene (?) ma inspiegabilmente spinge a razzolare in modo criminale. Diciamo tutti che non è quello che vogliamo, ma non riusciamo a rinunciare alla nota cioccolata spalmabile… fanculo l’olio di palma e gli orangutan.

2 risposte

  1. E’ da tempo che ho rinunciato alla nota cioccolata spalmabile e vivo benissimo anche senza scambiare emoticons o bere spritz. Le cose che dici sono sacrosante signor Mario e spero che qualcuno in piu’ dia il proprio contributo per cercare di “razzolare” meglio.
    Grazie e complimenti per il suo articolo che ho letto con piacere. Pino

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