Prosegue anche questa domenica l’anticipazione di alcuni brani delle interviste contenute in “Fabula veneta” di Maurizio Caverzan. Oggi è la volta di Ferdinando Camon, uno dei maggiori scrittori italiani.

Illustrazione di Bosk

Parliamo da un’ora e mezza e adesso, mentre gustiamo il pranzo preparato dalla moglie, Gabriella Imperatori, anche lei giornalista e scrittrice, Ferdinando Camon dice: «Qui, in questa stanza, mio padre mi ha diseredato. Si presentò con mio fratello, due testimoni e il notaio. In Un altare per la madre avevo scritto che eravamo molto poveri». È il più macerante dei rimpianti con il quale lo scrittore veneto convive.
Quel libro è esso stesso un monumento alla madre. E anche al padre, che costruisce l’altare lottando contro il tempo e la morte. Altro che ripudio, la reazione doveva essere di gratitudine. «Invece io li capisco», riprende Camon. «Ho firmato quell’atto. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro». Parliamo, e il tormento riaffiora: «Potevamo volerci bene. Siamo rimasti a lungo distanti. Poi ho assistito mio padre in ospedale. Mio fratello m’invitò a una serata in un ristorante. Ma fu una cosa un po’ ambigua. C’erano 400 persone e un tenore padovano, Christian Ricci, abbastanza famoso, aveva cantato all’Arena di Verona. Appena varcai la soglia, intonò La rondine torna al suo tetto, come se io stessi tornando sui miei passi».
Camon vive in una casa talmente carica di libri che ha dovuto acquistare un nuovo appartamento dove trasferire parte della biblioteca e lo studio. «È costato poco perché aveva un’ombra sinistra. Ci si nascose per qualche tempo Marco Furlan, uno dei due componenti di Ludwig, la banda di killer seriali che tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, commise 16 omicidi, rivendicandoli con deliri neonazisti. Sul campanello ho lasciato il suo cognome, piccolo feticcio di un passato tragico e cupo».
Per questo scrittore riservato la provincia non è un limite. Se c’è una periferia centrale la si trova nella sua letteratura di padovano che non frequenta i salotti, neanche quelli della tv. I suoi libri sono tradotti in 25 Paesi. Il quinto stato (Garzanti, 1970) fu pubblicato con prefazione di Pier Paolo Pasolini; Occidente (Garzanti, 1975) lo costrinse ad abbandonare la città con la famiglia a causa delle minacce di morte; Un altare per la madre (Garzanti, 1978), Premio Strega, ha venduto quasi 2 milioni di copie; La malattia chiamata uomo (Garzanti, 1981) è stato rappresentato per quattro anni al teatro Aquarium di Parigi; in Scrivere è più di vivere (Guanda, 2019) ha ripercorso il suo tragitto di scrittore e cittadino, riproponendo istanze profonde di giustizia e moralità, denunciando storture e violenze, come quella della «mafia accademica» che gli ha impedito la carriera universitaria.

In questo ultimo libro denuncia l’incompatibilità tra la cultura occidentale e la religione islamica.
«Credo che l’islam non sia integrabile perché stabilisce la superiorità dell’uomo sulla donna, del musulmano sull’infedele, dell’emirato sulla democrazia. Questi tre cardini impediscono che un islamico possa essere cittadino europeo».

Dove sbagliamo nel rapporto con la religione islamica?
«Vagheggiamo l’islam moderato. L’islam moderato è quello che rinuncia a questi tre cardini. Dunque, non è più islam. Questa condizione ci dev’essere quando uno ottiene la cittadinanza. Non dobbiamo aspettare, forse, tre generazioni».

Anche lei crede come Michel Houellebecq che il destino dell’Europa sia la sottomissione?
«L’islam non è integrabile, ma l’immigrazione continuerà. Quelli che vengono qua restano in gran parte islamici. Lentamente cambieranno anche loro e il cambiamento partirà dai nuclei più deboli. Andando a scuola i figli modificheranno il rapporto con gli adulti. Frequentandone altre, le donne cambieranno il rapporto col marito. Ma ci vorranno tre o quattro generazioni. Perderanno questo Allah che è la fonte di tutto il loro essere e fare. Ma anche la nostra civiltà s’imbastardirà. Non sarà più una civiltà come vent’anni fa, cristiana, cattolica, costituzionalista. Già in chi accoglie questi migranti funziona l’idea, per me inammissibile, che non è indispensabile la loro adesione alla nostra Costituzione».

Inammissibile.
«Certo. Uno dei miei figli vive a Los Angeles. Quando ha fatto la pratica di cittadinanza, gli hanno dato il testo della Costituzione americana. Gli hanno lasciato un mese per studiarla e dopo lo hanno chiamato per interrogarlo. Non riesco a capire come a Londra possano esistere otto corti islamiche che emettono sentenze applicando la sharia. Che Stato è quello che ammette il funzionamento di un diritto altro rispetto al suo?».

Cosa pensa del magistero di papa Francesco sull’immigrazione?
«Papa Bergoglio mi piace in tutto quello che fa. È un vero cristiano. La sua rivoluzione in tema di accoglienza è forte. Ma il suo Dio non è quello di Pio XII. L’immigrazione dei decenni scorsi dall’Europa dell’Est era conseguenza del fallimento della storia comunista. L’immigrazione attuale dall’Africa e dall’Asia è esito del fallimento della civiltà islamica che, tagliando fuori dalla produzione le donne, non avrà mai lo sviluppo occidentale. Gli Stati europei hanno sempre pensato: voi scontate la vostra storia, il vostro fallimento non ci riguarda. Da perfetto cristiano, Bergoglio parla in termini di umanità: il fallimento di popoli appartenenti a un’altra storia ci riguarda. È un messaggio rivoluzionario e carico di futuro di cui sento la grandezza. Ma sono figlio della mia storia».

Ripercorriamola. Lei è nato a Urbana, un paesino della bassa padovana: un destino nel nome?
«Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra. Non c’era l’acqua corrente, c’era da mangiare perché i contadini avevano bestie, frutta e verdura. Portavo maglioni che mia madre ritingeva immergendoli in mastelli, da dove uscivano colorati a chiazze. Le ragazze non mi guardavano. Il paese non aveva e non ha un’edicola e un cinema. Campi contadini buoi stalle dialetto. Alla fine della guerra i partigiani furono audaci e cattivi, i tedeschi crudeli. In Lombardia i partigiani dormivano nei fienili pagando ai contadini locali per il rischio di nasconderli. Non ho mai visto mio padre prendere soldi per ospitare i partigiani nei fienili».

Suo padre e i suoi avi lavoravano i campi. Facendo lo scrittore si è inurbato e ha smentito la continuità della stirpe, di cui ha scritto in un romanzo (La mia stirpe, Garzanti, 2011).
«Ero disperatamente bravo. I professori ripetevano: “Sarebbe un peccato se non continuasse a studiare”».

Uno dei suoi temi ricorrenti è la scomparsa della civiltà contadina. Perché è così importante?
«Charles Péguy sostiene che è “il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”».

(prosegue nel libro…)

“Fabula veneta” è disponibile nelle librerie Apogeo ad Adria (RO), Ubik piazza Vittorio Emanuele II e C.C. La Fattoria a Rovigo, Il Libraccio a Rovigo, Jolly del Libro a Verona, Bonturi a San Bonifacio (VR), Traverso a Vicenza, Bortoloso a Schio (VI), La Bassanese a Bassano del Grappa (VI), Mondadori a C.C. Ipercity Albignasego (PD), Zabarella a Padova, Il Mondo che non vedo a Padova, Limerick a Padova, Pangea a Padova, Mondadori presso la Stazione ferroviaria a Padova, Libraccio al Portello a Padova, Lovat a Villorba (TV), Ubik a Treviso, La bottega di Manuzio a Mestre (VE), Il Leggio a Sottomarina (VE), Moderna a San Donà di Piave (VE), Ubik a Castelfranco Veneto (TV), Tralerighe in libreria a Conegliano (TV), Agorà a Feltre (BL), Le due zitelle a Belluno, Al Segno a Pordenone.

L’elenco è in aggiornamento. Tutte le librerie, se sprovviste, lo possono ordinare (Libro Co. e Fastbook). È acquistabile online sul sito della casa editrice https://www.apogeoeditore.it/libro/9788899479602 e sui principali store, ad esempio ibs.it https://www.ibs.it/fabula-veneta-incontri…/e/9788899479602 e molti altri.

Per irreperibilità o altre problematiche si prega di contattare direttamente l’editore al 347.2350644 oppure via mail editore@apogeoeditore.it

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