Proseguiamo la lettura delle interviste contenute in “Fabula veneta” di Maurizio Caverzan. Questa domenica incontriamo Francesco Maino.

Illustrazione di Bosk

Dopo una settimana di cellulare non raggiungibile, di mail senza risposta e di editori e amici rassegnati, Francesco Maino risponde inopinatamente all’ennesima chiamata a fondo perduto. Eccoci nella piazza di San Donà di Piave, «Venetorientale, un bidè di provincia chiamato bassopiave», come scrive lui stesso, avvocato classe 1972, nel suo Cartongesso (Einaudi, 2014) vincitore del Premio Calvino per le opere prime.

È una suite di 240 pagine, flusso continuo senza capitoli, protagonista un penalista con tendenze suicide che fa l’elastico tra le bettole dell’entroterra e il tribunale di Venezia, occupandosi d’immigrati, disoccupati, poveri diavoli. Romanzo autobiografico e di feroce denuncia di un modello considerato vincente, invece descritto come falso, posticcio, meschino e sregolato, patria d’individualismo, evasione e alcolismo. Reso con scrittura scorretta, scomposta, torrenziale, gorgogliante, provocatoria, furiosa.

Un libro dal quale è dura liberarsi?
«Durissima. Racchiude 40 anni della mia vita, di cui otto impiegati per scriverlo. Ci hanno fatto tesi di laurea, l’università di Venezia ha organizzato un seminario con gli architetti… Non che non abbia più scritto nulla. Prima Ratatuja (Ronzani editore, 2016), per uno spettacolo con un trio di jazzisti, poi L’Inferno indolore, un racconto per il Festival Dante 2021 di Ravenna. Servivano per disintossicarmi… Era una storia terminale».

Non è solo il classico blocco del secondo libro?

«Mi è venuto su come un conato, io stesso ne sono ossessionato. C’è tutta la frustrazione di sapere di essere uno scrittore e non farcela… Erano i giorni dello scandalo del Mose, andavo in tribunale a Rialto, vedevo la città che smottava e me che facevo e faccio un mestiere che mi ripugna. Poi le carceri veneziane, altro incubo. Dovevo trovare una lingua. Quando mi chiamano, anche adesso, si aspettano altre invettive, altra ferocia. Goffredo Parise diceva che per scrivere ci vogliono una carica vitale e un registro stilistico personale, riconoscibile. La carica vitale temo di averla riversata lì. Preferisco stare a casa, con tutto il bello che c’è da leggere».

Ha il dubbio di aver detto tutto?
«Mi incoraggiano: “Tu sei destinato a durare”. Invece, può succedere che la scrittura non venga più a visitarmi. Mai avrei pensato di essere pubblicato da Einaudi. Avevo questo testo nel cassetto; Romolo Bugaro, un amico prima che uno scrittore, mi ha spronato. Un’importante agenzia letteraria mi aveva detto che era bello, ma impubblicabile. “Mandalo al Premio Calvino”, ha insistito lui. Mio padre è un professore di lettere, tremila volumi negli scaffali con Carlo Emilio Gadda, Luigi Meneghello, tutti i grandi. Gli ho detto: “Non occorre che lo esponi”. L’ha messo vicino all’Airone di Giorgio Bassani. Potrei anche fermarmi qui, no?».

Invece, cosa sta scrivendo?
«Nella mia testa so che il prossimo libro sarà una tragedia. Come un Euripide del 2020 vorrei creare dei miti, qui, in questa terra, come fosse Tebe. Presto o tardi lo farò. Sto lavorando su una lingua geometrica, ossea, senza midollo, solo struttura e cassa toracica. Un conto è avere come protagonista una voce esondante, straparlante che ti tiene in bilico sul cavo d’acciaio per 250 pagine, un altro è progettare un libro in cui l’io scompare e, in un mondo spettrale, ci sono solo ossa che camminano. Però, per farlo devo isolarmi e leggere».

Il Veneto di cui scrive è davvero solo libertà, nero e ombre?
«Avevo bisogno di calcare, di addentrarmi nel grottesco per tentare un rilancio impossibile. M’interessava sovvertire. La letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare, rassicurare, deve aprire la pancia e guardare cosa c’è dentro, come diceva Giuseppe Berto. È stato un esordio psicotico, visionario, da non prendere alla lettera. Il protagonista è un puteo baùco (bambino stupido, minchione) che, tra le tante cose, può infilare anche qualche verità. Hanno preso questo libro come un paradigma di tutta la regione. Ma non sono un sociologo, mi sono limitato a raccontare quello che vedevo con il mio sguardo bipolare. Dopodiché se la gente si accapiglia, bene».

Il cartongesso è simbolo di falsità, qualcosa che appare solido e in realtà è fragile.
«C’entra molto il linguaggio. Si parla del territorio, della città diffusa. “Dobbiamo ascoltare il territorio…”, capisce? Non il popolo. Siamo immersi in questo impasto di formule: “La locomotiva del Nordest deve tornare a correre”. Avevo in mente una riflessione sulla memoria, sull’essere senza passato e perciò senza futuro. Mi veniva dal gergo avvocatesco: “Dobbiamo depositare la memoria, sennò il tempo scade”. Che cosa vuol dire “depositare la memoria”? Siamo prigionieri dell’eterno presente e ci schianteremo. Poi ho conosciuto un imprenditore fallito, pronto alla galera: “Ma sì”, mi ha detto, “per tremila euro mi metto a buttar su un po’ di cartongessi e il gioco è fatto”. Il cartongesso è una polpa mista, una cosa finta. Il cartone è il materiale delle baracche del dopoguerra nelle campagne povere. Il gesso è la farina, la polvere, persino la coca. Una roba falsa, posticcia e senza fondamenta. Come noi».

Diceva della necessità di una lingua.
«L’estraneità è innanzitutto linguistica. Oggi basta un suffisso, tipo bio o eco, per nobilitare qualcosa di banale. È il gergo della pubblicistica promozionale: villaggio residenziale sta per oscena periferia, crema al mais vuol dire polenta. Provo a raccontare uno smarrimento collettivo, senza fare sconti nemmeno a me stesso. Dopo la stagione di Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto c’è un’altra generazione che prova a raccontare la trasformazione irreversibile di questa terra».

Ripesca dal passato parole dimenticate, altre le crea con la rabbia. E si scaglia contro il dialetto edulcorato che fa folclore, «il grezzo», un misto di italiano e dialetto che potremmo chiamare «italietto»: falso come il cartongesso?
«Domina una lingua prolassata, la parolina stucchevole tra un prosecco e l’altro. È una lingua che si sposa al techno british dei piccoli imprenditori con il Suv a rate. Ogni tre parole senti “start up” e “smart”. Per essere moderno diventi ruffiano. I marchesati farlocchi dell’export hanno coniato un gergo buono per il luogo comune del Veneto regione più turistica d’Italia. Poi vai a Roma e quasi non sanno dov’è e mi vedono come uno scrittore esotico. Voglio dare dignità alla nostra lingua antica, timida, modesta, povera, la lingua del dolore e del sacrificio che usava mia nonna. Un italiano dosato, che non ha curve perché va all’essenza. Una lingua sacra e solenne. Quella di Zanzotto, Biagio Marin e Giacomo Noventa. Di recente mi è capitato di ascoltare i discorsi pronunciati da Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi nel loro italiano sicuro, dignitoso, non una lingua all’antica, ma una lingua antica. Che ha fatto rinascere l’Italia».

La lingua come tesoro da trovare, ma anche da salvaguardare: ambizione degli scrittori. Chi sono i suoi maestri veneti?
«Non so. Io conosco letterariamente scrittori veneti cosmopoliti. Questa conoscenza si ferma al 1986, anno della dipartita di Parise. Ho letto, certo, anche signori scrittori d’anagrafe più fresca, ma, maturato, ho deciso di fare selezione… Quindi potrei rispondere proponendo l’elenco degli scrittori veneti – ivi nati vissuti legati da fatti fatali – in cui riconosco il “rumore sottile della prosa”. A braccio: Emilio Salgari, Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Carlo Emilio Gadda, Giovanni Comisso, Neri Pozza, Italo Svevo. Mi viene in mente un Salgari zovanissimo all’Istituto Nautico di Venezia, fine Ottocento, lui che voleva fare il capitano di qualche cargo, non termina gli studi, compie una sola traghettata, poi torna a Verona… poi arrivano Sandokan e Le pantere d’Algeri… Penso al Parise diciottenne in Venezia, mansarda-topaia, primo romanzo cubista d’Italia, Il ragazzo morto e le comete, edito da Neri Pozza, 37 copie vendute. Al Parise del Sillabario della lettera “G”, g come “grazia”: protagonista il caffè Florian… Penso al Berto del Male oscuro… al Berto della Cosa Buffa, a quello di Anonimo veneziano. Penso al Neri Pozza delle Storie veneziane, al suo Processo per eresia, all’ultima cena del Veronese, mezza blasfemia con nani, scimmie, “magnoni”, papponi, poi divenuta La cena a casa di Levi. Penso al Gadda del Castello di Udine, al suo mirabolante resoconto di viaggio con approdo alle Zattere ove “il sogno sarà nuovo e diverso: e sarà dogale porpora e oro”. Penso a Guido Piovene, allo Svevo – “l’ebreo-tedesco”, secondo Pasolini – al suo ultimo racconto postumo, Corto viaggio sentimentale, al tragitto Milano-Trieste, in treno, alla tappa intermedia a Santa Lucia, Venezia, con salto in gondola – el gondolier se ciama Bòrtolo – a veder San Marco… Ecco, in fondo, Venezia è l’habitus mentale, per isolare delle caratteristiche simili nelle lingue di questi “miei” veneti… Son tutte lingue fuggiasche, lemmi che scappano via, fuggi fuggi, son anche barbare, alla lunga, verso l’infinito: balbettano, tendono all’eresia, alla simonia, sono anche sufficientemente mercantili, cioè pratiche, poi sono tutte rosse come i pepli delle Madonne… Infine, spariscono come una misteriosa bestia marina, come lingue di allucinazione».

(prosegue nel libro…)

“Fabula veneta” è disponibile nelle librerie Apogeo ad Adria (RO), Ubik piazza Vittorio Emanuele II e C.C. La Fattoria a Rovigo, Il Libraccio a Rovigo, Jolly del Libro a Verona, Bonturi a San Bonifacio (VR), Traverso a Vicenza, Bortoloso a Schio (VI), La Bassanese a Bassano del Grappa (VI), Mondadori a C.C. Ipercity Albignasego (PD), Zabarella a Padova, Il Mondo che non vedo a Padova, Limerick a Padova, Pangea a Padova, Mondadori presso la Stazione ferroviaria a Padova, Libraccio al Portello a Padova, Lovat a Villorba (TV), Ubik a Treviso, La bottega di Manuzio a Mestre (VE), Il Leggio a Sottomarina (VE), Moderna a San Donà di Piave (VE), Ubik a Castelfranco Veneto (TV), Tralerighe in libreria a Conegliano (TV), Agorà a Feltre (BL), Le due zitelle a Belluno, Al Segno a Pordenone.

L’elenco è in aggiornamento. Tutte le librerie, se sprovviste, lo possono ordinare (Libro Co. e Fastbook). È acquistabile online sul sito della casa editrice https://www.apogeoeditore.it/libro/9788899479602 e sui principali store, ad esempio ibs.it https://www.ibs.it/fabula-veneta-incontri…/e/9788899479602 e molti altri.

Per irreperibilità o altre problematiche si prega di contattare direttamente l’editore al 347.2350644 oppure via mail editore@apogeoeditore.it

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