Nella domenica che precede la settimana di Natale incontriamo in “Fabula veneta” un brano dell’intervista a Giancarlo Marinelli.

Illustrazione di Bosk

Scrittore e regista. Uomo di lettere e uomo di teatro. Dall’autunno del 2019 a dirigere il cartellone dell’Olimpico di Vicenza, il più antico teatro coperto del mondo realizzato da Andrea Palladio, c’è Giancarlo Marinelli, un intellettuale dal percorso originale. Classe 1973, vicentino di nascita, residente a Este, allievo di Gian Antonio Cibotto, due volte finalista al Campiello, Marinelli è anche presidente della giuria del premio Giovanni Comisso di Treviso e del premio Luigi Settembrini di Mestre. A teatro ha diretto attori come Giorgio Albertazzi, Mariano Rigillo, Giuseppe Pambieri, Ivana Monti.

Il suo romanzo, Il silenzio di averti accanto (La nave di Teseo, 2018), è una saga famigliare autobiografica che percorre il Novecento sulle vite parallele di due fratelli, uno comunista l’altro fascista, nonni dell’autore. Nel primo cartellone dell’Olimpico (intitolato «Muoiono gli dei che non sono cari ai giovani») ha scelto spettacoli classici come Frammenti di memorie di Adriano di Maurizio Scaparro, Apologia di Socrate, Medea. Perché i classici, oggi?
«Perché quello con la cultura classica è sempre un incontro sovversivo, che muta e travolge la concezione che abbiamo della nostra esistenza. Quando ti confronti con i classici ti accorgi che sono più avanti di te. Capirli vuol dire capire il tempo».

Che rapporto c’è tra letteratura e teatro o, semplificando, tra la sua attività di scrittore e quella di regista e ora di direttore artistico?
«La letteratura è l’arte di un uomo solo al comando. È il creatore immerso nella follia della sua creazione in cui decide tutto, senza bisogno di nessuno. Il teatro, anche nell’atto della scrittura, è una follia condivisa. Le parole sono per chi le dirà. Il romanzo è una segregazione forzata in isolamento; il teatro è un ricovero in manicomio. Il direttore artistico è il direttore di quel manicomio».

Nell’era di Twitter e Instagram il teatro è già di suo una scommessa. Quanto la salita si fa più ripida se ci mettiamo pure l’Apologia di Socrate e Medea?
«A differenza del cinema, della tv e persino della pittura, il teatro è l’unica forma d’arte che non può essere piratata. O vai a vederlo o l’hai perso. Non è un caso che non sia in crisi, nonostante lo Stato sia sempre sordo. Anche la tv, in un certo modo, lo sta capendo: Netflix è un teatro dentro la tv, devi abbonarti, entrare in un cartellone e scegliere lo spettacolo».

Com’è diventato direttore artistico del Teatro Olimpico?
«Semplicemente, l’amministrazione cittadina e la Fondazione Teatro del comune hanno pensato a me per provare a rinnovare il cartellone. Non potevo sognare di meglio che dirigere il più antico teatro coperto del mondo. Tanto più che Vicenza è curiosamente la mia città natale».

Curiosamente?
«I miei genitori avevano sangue incompatibile, Rh positivo e Rh negativo, perciò al momento della nascita poteva essere indispensabile una trasfusione. L’ospedale attrezzato più vicino era il San Bortolo di Vicenza. Io vivo a Este, ma quella mancata trasfusione alla nascita è stata un segno del destino, perché poi questa città mi ha sempre trasfuso forti dosi d’amore. Il mio primo romanzo, Amori in stazione, avrebbe dovuto essere pubblicato dall’editore vicentino Neri Pozza, anche se poi uscì da Guanda, sempre del gruppo Spagnol. I miei primi articoli sono usciti sul Giornale di Vicenza, di cui sono diventato editorialista. Poi mi è arrivata questa grande opportunità».

Quanto le serve l’esperienza di regista?
«Mi serve per dimenticarla. Nel Mercante di Venezia ho avuto la fortuna di dirigere Giorgio Albertazzi, forse il più grande attore che l’Italia abbia avuto. Ricordo che una volta, sottolineando la differenza tra regista e sovrintendente, disse che il regista sta in platea, ma fa finta di essere tra il pubblico, mentre il direttore artistico è con il pubblico».

Come nacque il rapporto con lui?
«Lo conobbi quando, da presidente del premio Campiello, aveva molto apprezzato il mio libro Ti lascio il meglio di me (Bompiani, 2006). Peccato non abbia letto l’ultimo perché somigliava molto a uno dei due protagonisti».

Dalla letteratura al teatro, che cosa le ha lasciato Albertazzi?
«Premetto, per me Albertazzi non capiva di teatro. La sua era una sorta di possessione, sul palco si trasformava come in preda a uno spirito. Un po’ come accadeva a Diego Armando Maradona quando iniziava la partita. Quello che ho imparato da lui l’ho imparato in scena, ed è più di quanto tutti i libri di critica mi possano insegnare».

Per esempio?
«Eravamo a Treviso e mancavano tre spettacoli alla fine della tournée quando Albertazzi si ruppe il femore. “Se Orson Welles ha recitato Shakespeare in carrozzina, perché non posso farlo io per tre repliche”, sentenziò. A quel punto si decise di andare in scena, dove lui sarebbe stato spostato dalla mia aiuto regista, una ragazza bellissima. Deve sapere che il vero tormento di Giorgio era il successo che riscuoteva un malvagio come Shylock. “Ci sono due motivi”, gli avevo risposto: “Perché lo fai tu e perché, dopo Auschwitz, è impossibile odiare un ebreo”. Quella sera, prima dello spettacolo mi fece chiamare: “Stai bene attento: qualsiasi cosa accada non fare niente, lascia finire lo spettacolo”. Quando la mia aiuto regista lo introdusse sul palco lui iniziò a maledirla e insultarla. Così per tutto il primo atto. Il pubblico era gelato. Nell’intervallo, si blindò in camerino e nel secondo atto il copione non cambiò. Al calo del sipario gli chiesi spiegazioni. “Voi non avete capito niente perché pensavate ad Albertazzi che maltratta un’assistente. Invece, era Shylock impotente, che se la prendeva con l’ultima vittima rimasta. Dovete imparare a fidarvi del teatro più che della vita”. Così era riuscito a far odiare Shylock».

Che cosa manca al teatro italiano di oggi?
«Due cose: la prima è distinguere tra drammaturgia contemporanea e avanguardia o sperimentalismo. È un errore grave per il quale continuiamo a cercare registi che scrivano attraverso la scena, anziché nuovi Luigi Pirandello o nuovi Harold Pinter. Il secondo problema è l’ignoranza di un Paese che usando parole sbagliate crea mostri».

Quanto è difficile conquistare ruoli direttivi nel mondo dell’arte senza essere allineati?
«Molto, infatti mi chiedo ancora come mai sono qui. Probabilmente Vicenza è un’isola felice. Non sono mai stato allineato, i fascisti mi hanno accusato di essere comunista e i comunisti di essere fascista. Non sbagliano di molto: sarei stato avverso alla dittatura durante il fascismo e avverso al regime durante il comunismo».

Questo è il tema de Il silenzio di averti accanto. Perché dobbiamo continuare a confrontarci con il Novecento?
«Quello che siamo oggi dipende dal passato da cui proveniamo. La nascita di mio figlio, il bisogno di dargli un nome, mi ha portato a scavare nella storia di famiglia, scoprendo quella dei miei due nonni, Marino e Almo. Mi auguro che mio figlio somigli a entrambi, persone pronte a morire per un’idea. Al contrario, oggi siamo pronti a uccidere qualsiasi idea che non sia abbastanza conveniente».

Secondo lei è corretto stabilire dei paralleli tra i politici di questi anni e quelli del Ventennio?
«Uno storico come Renzo De Felice ci ha insegnato che per capire l’albero fascismo non bisogna guardarlo partendo dalle foglie, ma partendo dal basso. Per esempio, da com’è avvenuta l’ascesa di Benito Mussolini. Questa è un’operazione che un romanziere può fare meglio di uno storico. Il fascismo fu l’avventura di un uomo di grande carisma che si è perduto e votato al male. Pensare che qualche leader attuale abbia la statura antropologica di Mussolini, e quindi sia altrettanto pericoloso, può servire solo per qualche slogan utile a infiammare le piazze. Ma è un’operazione che non ha niente a che vedere con la storia».

Che rapporto ha con il mondo dell’editoria e i circoli letterari?
«Ho un buon rapporto. Sono presidente della giuria del premio Giovanni Comisso e di quella del premio Luigi Settembrini. Trovo che nel Nordest vengano stampati molti libri belli da editori coraggiosi. Certo, la distribuzione tende a privilegiare le pubblicazioni che godono del favore delle classifiche, ma in generale, la letteratura italiana è di primordine e gode di ottima salute. Quale sia quella che lascia davvero il segno lo si scopre dopo anni».

(prosegue nel libro…)

“Fabula veneta” è disponibile nelle librerie Apogeo ad Adria (RO), Ubik piazza Vittorio Emanuele II e C.C. La Fattoria a Rovigo, Il Libraccio a Rovigo, Jolly del Libro a Verona, Bonturi a San Bonifacio (VR), Traverso a Vicenza, Bortoloso a Schio (VI), La Bassanese a Bassano del Grappa (VI), Mondadori a C.C. Ipercity Albignasego (PD), Zabarella a Padova, Il Mondo che non vedo a Padova, Limerick a Padova, Pangea a Padova, Mondadori presso la Stazione ferroviaria a Padova, Libraccio al Portello a Padova, Lovat a Villorba (TV), Ubik a Treviso, La bottega di Manuzio a Mestre (VE), Il Leggio a Sottomarina (VE), Moderna a San Donà di Piave (VE), Ubik a Castelfranco Veneto (TV), Tralerighe in libreria a Conegliano (TV), Agorà a Feltre (BL), Le due zitelle a Belluno, Al Segno a Pordenone.

L’elenco è in aggiornamento. Tutte le librerie, se sprovviste, lo possono ordinare (Libro Co. e Fastbook). È acquistabile online sul sito della casa editrice https://www.apogeoeditore.it/libro/9788899479602 e sui principali store, ad esempio ibs.it https://www.ibs.it/fabula-veneta-incontri…/e/9788899479602 e molti altri.

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