Proseguiamo con il poeta Luciano Cecchinel il viaggio dentro “Fabula veneta” di Maurizio Caverzan.

Illustrazione di Bosk

Luciano Cecchinel è una delle figure più rilevanti della poesia contemporanea. Opinioni sparse: è l’erede di Andrea Zanzotto; è il più grande poeta italiano vivente; con lui «siamo al livello più alto della poesia», parola del critico letterario e accademico dei Lincei Cesare Segre.
Artista appartato, tenero e resistente al contempo, amante di lunghe e spericolate camminate in montagna, Cecchinel vive a Lago, in quelle Prealpi della Marca trevigiana che introducono al più turistico Cadore. Ha una moglie paziente, Danila, una figlia, Chiara, e un sorriso dolce. La morte di Silvia, la primogenita allora ventiquattrenne, avvenuta nel 2001 in seguito a una grave malattia, ha reso più laceranti le pene della depressione, affacciatasi già dopo la precoce esperienza politica come sindaco del paese. Nella scrittura dolente e scoscesa fonde la nostalgia per la civiltà contadina, il disagio per il degrado della natura e una certa estraneità da ciò che lo circonda.
È lui a stemperare il filo di soggezione che si può patire incontrandolo.

Come ha scoperto di essere un poeta? Possiamo parlare di vocazione?
«Mi prendono spesso dei dubbi sul fatto di esserlo veramente. Fin da ragazzo avvertivo un senso dell’ineffabile che tentavo di trasporre sulla carta, sempre però con grande insoddisfazione. Più che di vocazione parlerei di inclinazione a un sentire sublime, riferibile verosimilmente anche a un’educazione religiosa tetragona. In quegli anni ho cercato di riconoscere questi stati d’animo nelle opere dei grandi autori. Mi sono così trovato in questo solco progressivamente, perciò parlerei di vocazione indotta più che di vocazione primigenia».

Ricorda la sua prima poesia?
«Ricordo di averne scritte due al tempo del ginnasio, una in italiano e una in francese. Quella in italiano è andata persa, quella in francese l’ho rinvenuta alcuni anni fa».

In quali autori cercava affinità?
«Ero affascinato dalla letteratura francese e, in particolare, dai romantici. Avevo iniziato a leggere Chateaubriand, Alphonse de Lamartine, George Sand, Stendhal. Poi mi ero avvicinato a Charles Baudelaire, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud e ad altri poeti incontrati a scuola: Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, Francesco Petrarca, Dante. Più avanti questa ricerca si è allargata ad autori diversi, legati alla cultura agreste. Penso innanzi tutto a Sergej Aleksandrovic Esénin e a vari poeti latinoamericani; ci furono poi quelli legati alle ascendenze statunitensi della storia familiare materna: Sherwood Anderson, con i suoi Racconti dell’Ohio, e poi Walt Whitman, Emily Dickinson e molti altri, fino alla beat generation».

È figlio di una madre nata e cresciuta negli Usa…
«A portare all’America furono l’indigenza e la Grande guerra. Mio nonno paterno, emiliano delle parti di Piacenza, emigrato a 19 anni negli Usa, rientrò per fare la guerra con l’Italia, per la quale, in qualità di capofamiglia, non l’avrebbe fatta al fronte. Mia nonna materna veneta, profuga per l’invasione austroungarica, fu portata nel piacentino, dove conobbe mio nonno per andare poi a sposarlo in America. Là, nello stato dell’Ohio, nacque mia madre, che fu allevata per rimanervi, per cui non le fu insegnata una parola di italiano e più avanti si sarebbe a lungo rifiutata di parlarlo».

Le due guerre hanno avuto grande incidenza nella sua scrittura?
«Mi sono sentito di scriverne soprattutto per i trascorsi di famiglia: mio nonno paterno morì nel 1917, poco dopo la rotta di Caporetto. Mio padre, che aveva fatto la prima parte della Seconda guerra mondiale sul fronte greco-albanese, fu partigiano, come mia madre. Mi sono indotto a scrivere della Resistenza a causa di un certo ambiguo revisionismo degli anni Novanta: ho sentito come un dovere ricordare i tragici destini di molti oppositori delle dittature fascista e nazista, alcuni dei quali erano vissuti come fossero morti di famiglia. In questo caso il movente politico ha prevalso su quello letterario».

Nel Sessantotto aveva 21 anni, come fu la sua gioventù?
«Al di là della prima adolescenza, avvolta in un paesaggio edenico, fu abbastanza sofferta, anche a causa della mia ipersensibilità. Quando mio padre ebbe un gravissimo infarto che costrinse lui e mia madre a un lungo periodo d’ospedale, cominciai a insegnare, proprio nel Sessantotto. Abbandonai la frequenza dell’università, preparando gli esami a distanza. In quel periodo di tracollo dell’agricoltura e di forte emigrazione condividevo le istanze dei contadini e fui coinvolto nell’organizzazione di cooperative. Non avevo la vocazione della politica ma, di scontro in scontro, mi sono trovato in prima linea e, a ventitré anni, rifiutando i consigli paterni, sono diventato sindaco. Ha contato molto il fatto di essere cresciuto in una famiglia politicamente esposta. Ricandidandomi sarei stato rieletto, ma l’aver visto tanti opportunismi mi aveva prostrato interiormente».

Perché ha scelto di scrivere nel dialetto rustico delle Prealpi trevigiane?
«Il mio dialetto è denominato alto trevigiano, ma sarebbe più corretto chiamarlo basso bellunese. Se vado solo un po’ a sud del mio paese fanno fatica a capirmi e devo leggere la traduzione, mentre nel bellunese non è necessario. C’è stata una forte erosione veicolata dai poli mercantilistici, in particolare dalla parlata veneziana. Ma la mia idea era prima di tutto quella di salvare un mondo, almeno sulla carta. Trattandosi di un tentativo di poesia era inderogabile farlo con le parole proprie di quel mondo. Ne erano il connotato essenziale, il significante, come per la scultura lo sono la pietra o il legno e per la pittura il colore».

Zanzotto parla di «un dialetto chiuso, implosivo, funzionale» alla sua esperienza.
«In realtà, il mio primo periodo di scrittura è stato determinato da un ripiegamento su me stesso dopo l’esperienza politico-amministrativa. Il fatto di non essermi ripresentato ha fatto sì che sia stato criticato da più parti. Ma sapevo fin dall’inizio che quell’impegno era a tempo, con lo scopo precipuo di agire sul piano economico per frenare l’emorragia dell’emigrazione, di cui il mio comune aveva il triste primato nella provincia di Treviso. Il primo libro, Al tràgol jért, (L’erta strada da strascino, I.S.Co., 1988) è stato una forma di terapia per il senso di spaesamento e infine un rifugio in opposizione al mondo che avanzava sdilinquendo il precedente. Quel libro contiene il tentativo di annegare l’“io egotico” in un “io collettivo”, ridando vita alle generazioni depositarie di una cultura atavica».

Parliamo della sua ispirazione ecologica. Cos’è successo e cosa succede in queste valli?
«Anche qui conta la mia esperienza amministrativa, qualcosa di cui porto il peso. Io non sono estraneo al processo che ha incrinato il paesaggio. Ho dovuto far costruire delle fabbriche per offrire alla gente, costretta a emigrare, dei posti di lavoro. Prima del mio mandato si erano diffuse sul territorio abitazioni irregolari a fine turistico per bloccare le quali ho dovuto emettere delle ordinanze di demolizione, che sono state commutate in pene pecuniarie. Il malcostume si è fermato, ma quelle costruzioni sono rimaste».

(prosegue nel libro…)

“Fabula veneta” è disponibile nelle librerie Apogeo ad Adria (RO), Ubik piazza Vittorio Emanuele II e C.C. La Fattoria a Rovigo, Il Libraccio a Rovigo, Jolly del Libro a Verona, Bonturi a San Bonifacio (VR), Traverso a Vicenza, Bortoloso a Schio (VI), La Bassanese a Bassano del Grappa (VI), Mondadori a C.C. Ipercity Albignasego (PD), Zabarella a Padova, Il Mondo che non vedo a Padova, Limerick a Padova, Pangea a Padova, Mondadori presso la Stazione ferroviaria a Padova, Libraccio al Portello a Padova, Lovat a Villorba (TV), Ubik a Treviso, La bottega di Manuzio a Mestre (VE), Il Leggio a Sottomarina (VE), Moderna a San Donà di Piave (VE), Ubik a Castelfranco Veneto (TV), Tralerighe in libreria a Conegliano (TV), Agorà a Feltre (BL), Le due zitelle a Belluno, Al Segno a Pordenone.

L’elenco è in aggiornamento. Tutte le librerie, se sprovviste, lo possono ordinare (Libro Co. e Fastbook). È acquistabile online sul sito della casa editrice https://www.apogeoeditore.it/libro/9788899479602 e sui principali store, ad esempio ibs.it https://www.ibs.it/fabula-veneta-incontri…/e/9788899479602 e molti altri.

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