Pochi giorni fa, il 18 gennaio, è stato presentato in anteprima al Gran Teatro La Fenice, diventato per l’occasione un teatro che dà casa allo spettacolo cinematografico, come a volte era accaduto in origine.
Lo sguardo su Venezia è diretto da Simone Marcelli ed è raccontato da Ottavia Piccolo e Carlo Montanaro. I testi sono di Barbara Ainis, i materiali visivi dell’Archivio Carlo Montanaro, le musiche di Pino Donaggio, eseguite dai Solisti Veneti. Il film è prodotto da Catrina Producciones e Incipit23.
Un viaggio arricchito dagli interventi di storici dell’arte e studiosi che hanno su Venezia sguardi diversi e attenti: Pierre Rosenberg, Cesare de Seta, Donatella Calabi, Silvia Penati, Tomaso Montanari e Paolo Sorcinelli.
Non basta, Lo sguardo su Venezia è anche un libro fotografico bellissimo che ferma, pagina dopo pagina, il flusso visivo e di parole del film (dire documentario è molto riduttivo).

Era una serata fredda quella del 18 gennaio, chiusa dentro la solita aria pandemica: silenzio, calli e campi quasi deserti, insegne spente un po’ dappertutto. Un’aria calma che ha qualcosa di gustoso e qualcos’altro di perduto, svanito. Come se attraversare Venezia fosse un piacere e un dolore, un trovare e perdere di continuo la forma e la sostanza, comprensibili solo allo sguardo: un miraggio fatto di pietre galleggianti sull’acqua.
Venezia è un paradosso di solidità ed evanescenza, perciò, volerla raccontare attraverso gli occhi è il migliore dei viaggi, quello che più di tutti fa emergere dallo specchio d’acqua la bellezza, le contraddizioni, il caos, le illusioni, la vita e la morte. La storia lunga e lontana di un luogo che sta lì, sospeso a una manciata di passi dalla terraferma, sottile, fragile eppure resistente da secoli, millenni.

“Venezia è un pesce, ha scritto Tiziano Scarpa con una grande intuizione”, sottolinea Carlo Montanaro quando chiacchieriamo un po’ del film, un po’ della città, un po’ dello sguardo, del patrimonio visivo raccolto in una vita intera, e di quanto tutto questo abbia a che fare con la città.
Ma perché Venezia dipende così tanto dalle immagini, perché sembra che la sua esistenza stia tutta nell’atto di guardarla, al punto da implodere, da morirne quasi? “Perché è unica”, dice Carlo, “non c’è una sola città al mondo che abbia la stessa suggestione: nascere dal nulla, dall’acqua che un po’ alla volta ne ha delineato l’aspetto. Venezia è un pesce per via di quella esse centrale che la attraversa; e gli antichi abitanti hanno approfittato del fatto che a questa città non servissero le mura: era l’acqua stessa a proteggerla. Nel tempo, lentamente, è stata la capacità dei mercanti nel fare soldi a rendere Venezia lo specchio della loro stessa ambizione e a farne un luogo unico, irripetibile, rimasto tale.
È questa la cosa incredibile: la città continua ad esistere nella sua interezza. Il paradosso che si continua a dimentica è che la Venezia di adesso ha un venti percento in più di superficie rispetto alla città del 1600, niente se paragonato alla crescita di qualunque altra città del mondo. E nel Seicento Venezia era una megalopoli, forse la metropoli del mondo intero, con molti più abitanti di adesso”.

Ottavia Piccolo nel film

Ecco, una metropoli cresciuta tra economia e bellezza. Ogni pietra, ogni calle, facciata, campo e salizada, risplendono allo sguardo e raccontano gesti, laboriosità, idee monetizzate, produzioni, merci stoccate, scambiate, arrivate e partite. E genti: i locali e i foresti (continentali ed esotici). Ma tutto, da fuori, è una specie di scrigno, come un gigantesco modellino osservato dall’alto e ai lati, dai pertugi (finestre, canali, fondamenta) per guardarci dentro con occhi grandi.
Lo dice nel film Ottavia Piccolo, dando senso a quella parola, “sguardo”, tanto piena, tanto effimera: “Inutile cercarla nei riflessi dei canali, non la si trova nemmeno nel miraggio sospeso e senza tempo dei palazzi, è l’immagine di un mito, di una città che, moderna come nessun’altra ha trovato da secoli nella rappresentazione di sé stessa il suo prodotto e la sua fortuna, ma così facendo, nel tempo, ha smarrito la propria identità”.

Il senso, dunque, di fare un film su Venezia e sulla storia dello sguardo sopra di lei è quello di trovare il filo di una rappresentazione visiva della città e del suo smarrimento. Un filo che consenta oggi di ritrovarla, sfiancata ma vera.
Le pietre, solide e ferme nonostante le maree, raccontano la storia di un oggetto unico, replicato nella moltiplicazione delle immagini.
Carlo Montanaro conosce bene questa storia, la raccoglie e custodisce da una vita attraverso l’Archivio che porta il suo nome e che da alcuni anni ha trovato casa alla Fabbrica del Vedere, in Calle del Forno, al civico 3857.
Ed è lì che, poco prima dell’inizio della pandemia, si sono ritrovati lui, Ottavia Piccolo e Simone Marcelli. Per parlare del film: “Tutto nasce due anni fa. Ottavia mi ha telefonato dicendo che aveva una cosa per me. È venuta qui alla Fabbrica e mi ha dato una scatoletta di cartone da dove ho tirato fuori un proiettore cinematografico 16mm giocattolo, di marca “Piccolo”. Ha fatto una gran risata e mi ha detto che una cosa così poteva solo arrivare qui da me. Era la prima volta che lei veniva, così le ho fatto fare un giro tra gli oggetti che conservo. Era stupita, le sembrava impossibile che io avessi tutti questi materiali e che non erano più di tanto valorizzati. Mi ha detto che stava lavorando con il regista Simone Marcelli e che poteva nascerne qualcosa. Dopo un paio di mesi lui è venuto qui, con lo stesso stupore di Ottavia: da lì è nato tutto. Al di là del percorso delle immagini “da quando è possibile riprodurle”, non c’era da subito un’idea precisa su cosa fare. Ho dato a Simone e a Barbara Ainis, che da sempre lavora con lui, una serie di suggestioni. Poi è arrivata la pandemia che ha indicato quasi naturalmente una via più complessa di riflessione. Con un finale che rievoca in analogia le pesti del passato”.

Già, la pandemia. C’entra anche lei perché, come tutti gli eventi catastrofici, azzera lo stato delle cose, modifica pensieri, umori, luoghi. E nel film lo dice bene Paolo Sorcinelli, professore di Storia Sociale all’Università di Bologna, che dopo ogni grande pestilenza le società si ripensano, i crolli umani, sociali, economici spingono al rinnovamento, faticoso ma necessario.
E Venezia, come si sta ripensando? Lo sta facendo?… Pare proprio di no. Anche se il film va esattamente alla ricerca di questo: mostrare per scuotere, raccontare la parabola di un luogo da sempre crocevia vitale ma, allo stesso tempo, prigioniero di un mito costruito nei secoli.

Il materiale conservato dall’Archivio Carlo Montanaro è fondamentale allo Sguardo su Venezia. Lo è perché la storia visiva della città passa attraverso l’arte, e diventa rappresentazione da esportare nel mondo proprio con le famose vedute di Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, pittore celebrato nel mondo che a sua volta ha dato vita alla celebrazione di Venezia nel mondo.
Ecco che la città diventa rappresentazione attraverso i dipinti, le stampe, i tratteggi che Canaletto stesso ricava utilizzando uno degli strumenti che anticipano lo sguardo fotografico: la Camera Ottica. Una semplice scatola in legno con uno specchio e una lente per osservare il paesaggio (edifici, orizzonti, piazze…) e accompagnarne il disegno in vari appunti, gli “scaraboti”…
Le vedute diventano l’oggetto fruibile ed esportabile. Fanno di Venezia lo stupore a portata di sguardo: “La veduta come genere diventa un modo di guardare, condiziona lo sguardo”, dice lo storico dell’arte Tomaso Montanari.
A moltiplicare l’effetto c’è poi la tradizione del Grand Tour, un viaggio per l’Europa compiuto da uomini e donne a partire proprio dal Seicento. L’Italia è una meta privilegiata, Venezia ancora di più.
Il passo poi è breve. Perché le vedute da pittoriche diventano sempre più ottiche, e poi fotografiche, passando per le rappresentazioni giorno/notte degli scorci visti attraverso il Mondo Novo, il Megaletoscopio, poi i Chiari di Luna di Carlo Naya, fino al movimento del cinematografo.
Siamo alle soglie del Novecento: una troupe Lumière arriva a Venezia nel 1896 e documenta la città brulicante di bellezza e vita. Ma Venezia, in un rimando di specchi, è l’immagine triste di sé stessa. Uno spettro.
Pierre Rosenberg, storico dell’arte, membro dell’Académie Française, già direttore del Louvre, a Venezia ci vive e dice che “i turisti hanno cacciato i visitatori”, non è una cosa da poco.
E Silvia Penati, professoressa ordinaria di Fisica Teorica alla Bicocca di Milano, trova “molto interessante ipotizzare che l’evoluzione di Venezia, o comunque come Venezia si pone, come decide di determinarsi, sia fortemente influenzato da chi la osserva, da chi la visita”.
Se questo era vero in passato, lo è ancor di più oggi. Venezia si muove in relazione alla sua “visitabilità”. In relazione agli sguardi che la considerano, che ne attestano l’esistenza.
Fino alla schizofrenia degli ultimi decenni. Fino alla pandemia che ha fermato tutto.

Carlo Montanaro e il Megaletoscopio alla Fabbrica del Vedere

Era questa l’occasione: “Dalle riprese del documentario ad oggi è passato del tempo. La grande opportunità di avere la città deserta doveva portare delle reazioni, dei progetti che non ci sono.
Venezia già prima agonizzava, congestionata da una serie di attività commerciali che non funzionavano più; quando tutto si è fermato per la pandemia, le botteghe potevano essere ripensate, ma nulla si è messo in movimento. Le attività sono rimaste ferme, le serrande chiuse”.
Ma qual è il giusto equilibrio tra la città vissuta dai cittadini e la sua apertura al mondo, il suo essere da sempre crocevia? “Non mi scandalizza che Venezia sia abitata dagli stranieri che comprano casa qui, e va bene che ci stiano sei mesi all’anno, perché questo mi fa pensare che negli altri sei mesi ci sia un circolo virtuoso che dà lavoro a chi deve custodire quelle case. Però da cittadino abito un luogo se ho la possibilità di viverlo. Mancando per esempio i negozi di vicinato sarà quasi impossibile che la gente ricominci a vivere a Venezia”.
Donatella Calabi, docente di Storia della città all’Università IUAV di Venezia, nel film nomina spesso le pietre e non ha dubbi quando dice: “Accanto alle pietre possiamo riproporre gli abitanti?”

Forse tutto questo ha a che fare con il patrimonio lasciato alle spalle e dimenticato. Una memoria che il film spinge a ricordare. “Se da una parte Lo sguardo su Venezia stimola una riflessione sulla città”, dice ancora Carlo, “dall’altra aiuta a capire lo straordinario giacimento di bellezza che l’ha attraversata, compresa la dimensione artigianale, sempre in ombra rispetto a quella artistica. Molti artigiani del Settecento oggi sarebbero da considerare a tutti gli effetti artisti, perché è cambiato il modo di affrontare il loro lavoro.
La prima cosa che vorrei sapere su Canaletto è: quando ha deciso di utilizzare la camera oscura, da chi è andato? c’era un falegname che l’ha costruita? e per la lente a chi si è rivolto? e c’era una siora che ha confezionato la tenda nera dove lui infilava il naso per per abbozzare prospetticamente quello che voleva poi disegnare e dipingere? e i suoi garzoni dove andavano a prendere i materiali per fare i colori?…
Tutto questo era la vita di allora. Non va dimenticato perché è il lavoro dietro l’opera d’arte, è l’indotto vitale che ha reso possibili le opere. Andrebbe ricostruito allestendo musei che facciano capire l’unicità della vita che c’era e che attualmente è andata persa”.

È sempre una questione di memoria, che non è una cosa statica, fissata una volta per tutte. La memoria aiuta a capire, aiuta anche a cambiare le cose, lo sguardo sulle cose. Hai voglia a dire “sguardo nuovo”, nuovo rispetto a cosa se hai dimenticato? Oltre al fatto che la memoria ha un valore in sé, dà ragione di un bagaglio, di una storia da tenere o smontare, ma comunque da conoscere.
Penso alle volte che sono andata alla Fabbrica del Vedere, e prima negli spazi dove Carlo teneva tutto. È sempre stato un viaggio nella memoria, nelle storie di oggetti e persone. Storie per immagini e per racconti. E quando parla così, capisco che c’è qualcosa di profondo che riguarda la sua vita, ma riguarda la città intera, la sua identità: “Mi rammarico di non aver raccolto tante cose. C’era un fratello di mio nonno che non si è mai sposato, gera un birichin, lo zio Bissa a Burano, il quale aveva un cantiere di barche: tu gli dicevi che volevi per esempio un sandalo lungo 5 metri, allora lui metteva per terra della carta da macellaio, prendeva un pezzo di carbone vegetale, faceva i due segni dei 5 metri e poi, guardando davanti e dietro per terra, dava la linea che avrebbe avuto la barca una volta finita. Poi cominciava a mettere i tochi de legno. Ecco, io non l’ho mai intervistato, l’ho ripreso in qualche immagine e fotografia, ma non gli ho mai rubato quello che gli passava per la testa mentre faceva quel lavoro.
E mi pento. Lo stesso vale per gli operatori di cabina e per tutti quelli con cui ho parlato nella mia vita fino a un certo punto. Quindi è la memoria che mi permette oggi di raccontare. Tutto questo però, se non lo scrivo, sparisce. Perché sparisce un modo completamente diverso di fare spettacolo”.

sguardosuvenezia.com
archiviocarlomontanaro.com
fabbricadelvendere.it

Ringraziamo Carlo Montanaro per la gentile concessione delle immagini.

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