Per comprendere quanto i nostri occhi hanno bisogno di andare dall’altra parte, bisogna vedere i film di Kore’eda Hirokazu. L’altra parte è come lo specchio di Alice, entrare dentro le cose e guardarle all’opposto, per scoprire che dritto e rovescio non hanno proprio senso o hanno un senso tutto loro.

È uscito nelle sale italiane Un affare di famiglia, Palma d’oro a Cannes quest’anno. Se già il regista giapponese ci aveva incantato con Ritratto di famiglia con tempesta e ancora prima con Little Sister e Father and Son, tratteggiando un’idea di famiglia sempre più sfumata, fluttuante, inaspettata, nel nuovo film Kore’eda rompe tutti gli argini e allarga il suo tratto ben oltre i margini del nostro sguardo.

Osamu e Nobuyo formano una famiglia con il figlio Shota, Aky sorella di Nobuyo e la nonna Hatsue. Hanno lavori precari e arrotondano con piccoli furti nei supermercati. Condividono una casa microscopica e sono uniti da sentimenti intensi, sempre immersi in una quotidianità scandita con precisione eppure mai uguale. Nella loro vita entra Yuri, una bimba di cinque anni trovata sola e spaventata sulla strada. Yuri in verità una famiglia ce l’ha, due genitori violenti e indifferenti, e si affida alla nuova casa e al piccolo calore che la pervade.

Tutto questo però è un lato dello specchio. Dall’altra parte si apre un mondo fatto delle stesse persone, città, case, dove però nulla è come sembra e, anzi, all’improvviso si schianta sulle nostre facce una realtà molto più intensa e cruda. Scopriamo che gli Shibata non sono genitori, nonni, figli, nipoti come in genere li intendiamo, anzi, socialmente sono inaccettabili, invisibili e l’unica vera forza che li tiene insieme è la scelta, un legame voluto e conquistato.

Kore’eda ci pone davanti a una grande meravigliosa forzatura sociale, quella che stabilisce la famiglia non come un’entità riconosciuta dalla consanguineità e dalla legge ma piuttosto dall’affetto, da ciò che accoglie e accetta. Il regista non dimentica mai che i lati dello specchio sono due e uno dei due deve cedere il passo all’altro. Ci tiene incollati alla realtà mostrandoci però che un altro universo esiste. Soprattutto dichiara che nessun diritto scritto può frantumare un legame scelto dal cuore.

Quello che mi colpisce è la capacità di raccontare l’infelicità annidata nelle relazioni umane, senza mai perdere la poesia. Ruvidezza, dolore, confine labile tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ogni emozione sale silenziosa, pervade tutto e non ferisce gli occhi. La durezza dei rapporti sociali è mostrata attraverso personaggi sinceri anche quando sono terribili. Il regista mette nelle loro mani, nei gesti, nelle parole qualcosa di disarmante e tenero. Lo fa mirabilmente tuffando tutto questo in una città che incombe e che però è solo percepita, minimale. Le strade, il cantiere, la lavanderia, il peep-show dove lavora Aky, il supermercato e soprattutto la casa dove gli Shibata vivono, ogni luogo arriva a noi attraverso inquadrature strette senza mai restituire la totalità, la complessità degli spazi. Ogni dettaglio è come una lettera dell’alfabeto o un ideogramma che, infine, compone un verso, una musica, un senso compiuto. Kore’eda ha una scrittura e uno sguardo rari. E un’umanità rara.

Annotazioni: Kirin Kiki è la straordinaria interprete della nonna Hatsue, direi una vera musa per Kore’eda, già presente in diversi suoi film. Una figura saggia e concreta, protettiva come una sciamana eppure debole, a tratti oscura. Come tutti i personaggi del film, è fragile in modo disarmante ed è una potenza della natura.

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