C’è chi nasce Po o Adige
o Canale. Io sono nato
fosso, macero, golena.

(da Maliborghi¹)

Ogni parola chiamata a raccolta è densa di significati – quando è detta la parola […] / proprio quel giorno / comincia a vivere, scrive Emily Dickinson – per Luciano Caniato, nato a Pontecchio Polesine (1946), sull’Acheronte-Po: «Ho associato l’immagine del fiume infernale a quella, altrettanto terribile, del Po in piena, discarica di rifiuti infernali, premonizione del futuro.»²

Ma se piove de sora de soto da partuto, come nel 1951, «dalle fiorite certezze del Mondo di Cuccagna (Pontecchio)»³ si è costretti ad emigrare: la bocca agli altri bimbi / faccio che si slarghi in meraviglia. // Così, con colorata soma di cartella, / scarto scalciando, ruzzo, sognando / mi consolo, svolo saettando a scuola, si legge nella poesia Conegliano, via Cadore nella sezione finale, Exitus?, di Maliborghi.

La memoria – quando «la giovinezza teneva distante le idee tinte e la vita era un sorriso […] come aldilà mitico il Ferrarese, dove tutto era sublime: natura, coltivazioni, pastasciutta, ricchezza, e le ragazze concedevano tutte le loro grazie senza problemi»⁴ – si sa, protegge dallo spaesamento perché «tornare a Conegliano (che il diluvio / lava e brusca-striglia. / Conejan palus-triglia, / molle pancia di bombice)⁵ era per me la separazione, il ritorno nel mondo dei morti, nella riva atra. L’andare e il venire dall’Inferno al Paradiso e viceversa, non è stato senza dolore. Oggi, con la mente dell’adulto so, però, che quel fare continuamente la spola tra i due aldilà mi ha fortificato. Perché l’occasione del dolore, quella che i greci definiscono kairòs, alla fine aiuta.»⁶

Mi sovviene un pensiero di Simone Weil: ora senza arte, non c’è eco. Una piccola annotazione, se volete. Ma credo sia la chiave per entrare, rispettosi ed in punta dei piedi, nell’universo poetico di questo poeta i cui versi affondano nelle radici dell’infanzia, vissuta a Pontecchio sino alla maturità in terra trevigiana, a Conegliano. Radici imbevute del trauma del distacco e dell’esilio forzato dalla terra natia, mai rinnegata, come ne è esempio la raccolta La siora morte corporale (Campanotto, Udine, 1992, Premio San Vito al Tagliamento).

Le parole vestono il dolore e lo denudano, e si è veri poeti solo se si ha la capacità di mettersi in ascolto – autentico – delle cose, così come della loro natura più intima e segreta. Si fa strada allora, in questa poesia, una funzione catartica, chiarificatrice, assolta nel mito, di cui ci danno testimonianza i notevoli poemetti Ictus e Via ‘zo; il respiro corale, la passione civile; il cimentarsi con la malattia e con la morte: i poemetti Stanza quindici e Missiament, sicuramente tra le vette più alte dell’opera di un poeta che ha sempre lavorato in silenzio. Il tutto, passando per la sua attività di insegnamento e l’alto magistero dei Filò di Andrea Zanzotto, in un gioco di specchi e richiami, di fughe e rincorse, di calembours, di sonorità vernacolari – il dialetto come rifugio: Mi torno al me diaèto in brass, che pi / de ti me vol, che pi de ti me stima…

«Scrivere in dialetto è un tentativo di isolarsi dal rumore del mondo, è anche un prendere le distanze dall’italiano che è diventato una lingua inamidata, parlata da zombie che ripetono all’infinito parole una volta rispettate, oggi fiaccate dalla ripetizione. Il dialetto, la lingua dei nostri avi, lentamente va sparendo, si nasconde, un po’ come me, forse per questo la sento più vicina. Il dialetto è anche un andare alla ricerca di un mondo dove la religiosità camminava accanto alla bestemmia, l’umanità accanto alla fatica, un mondo fatalista ma accogliente. Nelle parole del dialetto seguo le voci dei miei, dei ricordi. Attraverso il dialetto coneglianese-trevigiano alimento le mie radici in una terra che per certi aspetti sento ancora straniera. Che cosa sono i miei libri su Conegliano se non un diverso modo per capire la città che mi circonda? E che ci faccio io qui? Il dialetto è un grido, ma anche un dire sommerso per evitare che la memoria si spenga.»⁷

E se:

Chi jèro?
Chi sóne stat?
Chi són?

sono le domande che ci poniamo lungo le “stazioni” della nostra vita, in ognuno di noi alberga anche il desiderio di sapere dove ci condurrà il filo che avvolge quel che siamo.

Non mi stancherò mai di dire che solo la poesia è realista: continua a proporre a piè del vero il dubbio e – ma quanto se ne avverte la necessità in questi tempi così bui ed inquieti? – l’amor che ne la mente mi ragiona.

Ecco che allora, nel definire il carattere e la funzione della poesia, diventa del tutto artificioso il confronto lingua/dialetti: qualunque sia la lingua che si parla, la poesia ce ne rivela una nuova, un’altra. Si potrebbe dire, semplificando, che lingua e dialetti sono le due facce di una stessa moneta. Se ne oscuriamo una – il dialetto – fino a farla scomparire, la moneta intera non potrà più circolare. Credo non sia un caso il fatto che Caniato abbia titolato un suo libro Medajun et alia (Marsilio, 2002), impreziosendone il conio con un tono aulico: il latino (ma anche con iscrizioni etrusche o paleovenete d’epoca romana).

Nella raccolta di saggi Categorie italiane (Marsilio, 1996), Giorgio Agamben scriveva: «La lingua del poeta non è coerentemente definibile né come lingua materna né come lingua grammatica né come lingua viva né come lingua morta, ma è tutte queste cose allo stesso tempo.» In questo esercizio Luciano Caniato ci riesce benissimo, perché il lavoro dei poeti si fa anche lavoro politico. Di lui si può dire che sia ossessionato dal «potere, che si traduce in uno scandaglio quasi chirurgico dei meccanismi che lo muovono e perpetuano; si pensi soltanto al sottotitolo della raccolta d’esordio: Storia politica del potere. Il Polesine per paradigma.»⁸ Un lavoro, cioè, che assume su di sé la responsabilità del fare e del rappresentare: il poeta si lascia “parlare” dalle lingue morenti e dalle coscienze sommerse, “canta” in dialetto per ravvivare lingue e coscienze.

E così, nel flusso degli anni, Caniato ha tessuto il suo percorso lirico prediligendo come strumento di espressione il dialetto di Pontecchio, la riva luminosa, mescolandovi una rivisitazione del latino, del bellunese – la lingua materna – e del trevigiano di Conegliano, sua terra d’elezione. Per approdare (sebbene fosse già presente nell’opera di esordio E maledetto il frutto, Bertani, 1980), scavalcato il millennio, all’italiano di Maliborghi:

Questo paese che non so, questo
mai sempre e non sfilato paesaggio
di colline, camminato uvaggio
di ragazze bellissime nel nero.

Questo davvero perdersi in nuvoli
edilizi. E fabbrichine e occhi
di cantine. Quasi feline gatte
in forme da rodeo. E vezzeggiati

bamboli dài-dài ciapaghedéntro.
Estdelnord fittopadano: ex demo,
ex cristiano et juvenus al confino

d’un sé telefonino. Nonostante
il mio ferirmi-friggere in poesia
e il farmi in afasia un nido negli esili.

Da questo mistero inesauribile, dell’essere delle cose del mondo, e del mondo degli esseri, nasce il tentativo umano di Luciano Caniato di cogliere il kairòs di ciascuna esistenza, ricomprendendolo come parte di un Tutto che non è, e non può essere, soltanto la somma delle sue parti.

In questo cielo, scarabocchio / graffettato agli orli, rispondendo alla domanda Giocarci tutto o confidare nel futuro?, il poeta di Pontecchio può sicuramente dire che è meglio nascere “fosso, macero, golena”, perché…

Vuoi mettere specchiare cieli,
contare i pesci del silenzio,
avere erba intorno, stare

fermi immobili, fare il morto,
sentirsi cuore che batte,
idea che spinge, essere

storto o dritto a seconda
che la rana dell’anima si muove,
la libertà d’essere nessuno?⁹

Luciano Caniato

LUCIANO CANIATO. Laureato in Lettere moderne, con una tesi sull’evoluzione urbanistica del capoluogo polesano (Rovigo. Una città inconclusa, Canova, Treviso, 1974), ha insegnato Materie Letterarie nella scuola pubblica (1967/2008). Iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Veneto (1969/2013), ha collaborato a molti periodici scrivendo perlopiù di storia e di letteratura. Oltre a quelle citate nel testo, ha dato alle stampe diverse altre opere poetiche. Presente in numerose antologie, è anche autore di testi teatrali – Cardiogramma e Anima sui cop (Diastema, Treviso, 1999 e 2001) – soprattutto per le scuole, e curatore di mostre documentarie e fotografiche. Direttore di una rivista di studi storici (Storiadentro), vive a Conegliano, col ragno gru che tesse / la sua tela.

Note

1, 5. Maliborghi (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010).
2, 3, 4, 6. La bella scola. I primi sette canti dell’Inferno letto dai poeti (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2003).
7. Ragazzoi, ‘zo el capelo (intervista di Mario Anton Orefice, in “studioscrittura”).
8. Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila di Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi (Cofine, Roma, 2014).
9. L’ombra della cosa (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2017).

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