Se cerco le parole per dare forma al cinema di Aki Kaurismäki trovo sogno, azzardo, colori e ancora sogno. E poi canto e follia. E tutto questo lo ritrovo nel suo ultimo film, L’altro volto della speranza.

Un uomo sbarca da un cargo nel porto di Helsinki. È notte e lui esce da una stiva ricolma di carbone. È un clandestino. In un altro punto della città un altro uomo lascia moglie e attività e gioca al casinò tutto quello che ha. Vince.

Niente li accomuna se non il sogno, l’azzardo e la follia. Cioè tutto. Tutto quello che riempie le loro vite, tanto da farli incontrare. Kalhed è siriano e chiede asilo alla pacifica Finlandia. Wilkström vuole aprire un ristorante e ne rileva uno in rotta di collisione.

Quando si incontrano la richiesta d’asilo è stata respinta e il ristorante è l’essenza della desolazione. Ma i sogni sono intatti.

È tutto molto semplice. Kalhed e Wilkström sono persone buone immerse in un mondo indifferente. Sono strani esseri che cantano la loro storia e il loro sogno.

Non resisto alla tentazione di lasciar correre il pensiero e questa dimensione così congeniale a Kaurismäki mi porta lontano. In Australia precisamente. E penso a Le vie dei canti che Bruce Chatwin ha narrato superbamente e a un film di Werner Herzog che racconta l’essenza profonda degli aborigeni, Dove sognano le formiche verdi.

Il fatto è – e qui gli universi diversi si incontrano – che per gli aborigeni la vita, gli esseri, le cose tutte, per esistere devono essere cantate. E ogni bambino che viene al mondo riceve un frammento di strada cantata e tutti insieme questi frammenti formano le vie dei canti, appunto.

Il mondo non esiste senza questo. Ed è un concetto così dirompente che Herzog ci racconta come realmente gli aborigeni si opposero pacificamente ad una compagnia mineraria per difendere lo spazio dove, per loro, le formiche verdi sognano. Il rifiuto della cattiveria del mondo è un canto. La vita, il destino, la follia, sono canti. Ed è un canto il sogno.

Non è che tutto questo impedisca al mondo di essere brutto. Nella realtà come nei film, sia di Kaurismäki che di Herzog, le vite di Kalhed e di Wlkström non trovano soluzione, gli aborigeni sono spazzati via e le formiche verdi vedono raso al suolo il loro territorio di sogno. Nonostante questo il canto resiste, sognare è necessario e la follia è ciò che ci salva dall’indifferenza. Meno male che Kaurismäki c’è.

Annotazioni: L’altro volto della speranza, appena uscito nelle sale, ha vinto l’Orso d’argento per la miglior regia, quest’anno al Festival del cinema di Berlino. Una nota ai titoli di testa dice che nell’esecuzione del doppiaggio sono state seguite rigorosamente le indicazioni del regista. Anche per questo, meno male che Kaurismäki c’è. Del regista finlandese vanno senz’altro ricordati Nuvole in viaggio (1996) e L’uomo senza passato (2002). Tutti hanno in comune la delicatezza, il senso della realtà e il colore, sempre dirompente nei suoi film. I libri di Bruce Chatwin, compreso Le vie dei canti, sono editati da Adelphi. Dove sognano le formiche verdi (1984) è uno dei tanti bellissimi viaggi cinematografici di Werner Herzog.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *