By Mvs.gov.ua, CC BY 4.0

Ero in sala d’attesa all’ospedale di Udine. Niente di grave per fortuna, forse avrei potuto lamentarmi per l’attesa, ma francamente, valutando il numero di prestazioni erogate e le situazioni con cui la sanità si deve confrontare, non me la sono sentito di “sparare sulla croce rossa”, per usare un’espressione calzante. La nostra sanità, quella italiana intendo, sta fronteggiando un momento drammatico: dall’emergenza Covid che ha costretto a riprogrammare prestazioni comunque urgenti, ai tagli di spesa, passando per la concorrenza sleale delle privatizzazioni che assorbono in convenzione le prestazioni remunerative e che non creano problemi, lasciando però al pubblico molti dei servizi che sono economicamente svantaggiosi o scomodi (come ad esempio la medicina d’urgenza o la terapia intensiva). Per non parlare dell’abitudine tutta privata delle prestazioni gonfiate, dei trapianti e degli interventi non necessari praticati solo per moltiplicare i rimborsi, un fenomeno molto frequente al Nord, a dispetto della propaganda delle amministrazioni regionali. Non posso dimenticare gli scempi favoriti del cattoleghista Formigoni e dei suoi discepoli.
Ma il tema è un altro ed è solo apparentemente più “leggero”. Condividevo la sala d’attesa con un buon numero di pazienti (di nome e di fatto) e nonostante i distanziamenti potevo godermi la conversazione principale, che coinvolgeva una giovane signora ucraina e due soggetti più maturi inequivocabilmente friulani. La signora aggiornava i presenti sulle vicende tragiche che riguardano il suo paese e i due uomini sembravano molto colpiti dall’eroismo dei tanti cittadini ucraini tornati in patria per combattere, segno che la propaganda militarista del secolo scorso, che iniziava coi maestri elementari, è dura a morire. Non esprimo valutazioni personali: non ho elementi e non conosco a sufficienza la storia dell’ex USSR per tentare valutazioni.
Al contrario, i miei conterranei d’adozione sembravano colti e informati, concionavano convinti e si spingevano più in là, con riflessioni che trovai illuminanti. Ne emergeva un quadro secondo il quale sostanzialmente gli Ucraini in questo periodo avevano svestito i panni da “slavi” che vengono in Italia durante il fine settimana, svaligiano villette e appartamenti per tornarsene indisturbati oltrecortina (questa è una delle interpretazioni più comuni dell’immigrazione dall’Europa orientale nel nordest, che accomuna moldavi, albanesi, serbi, ucraini e quant’altro), per trasformarsi in eroi pronti a morire per difendere la loro terra dall’invasione. I due politologi proseguivano nelle loro considerazioni ponendo l’accento sull’atteggiamento ben diverso degli immigrati “negri”, che in buona sostanza affermano proditoriamente di fuggire dalla guerra e dalla carestia ma si guardano bene dal tornare a combattere e tantomeno a seminare i campi. Essendo bene informati ci ragguagliavano, informandoci che “con Salvini” erano entrati “in tutto” solo 6.000 africani, mentre dopo di lui c’era stato il diluvio (etnicamente parlando) con centinaia di migliaia di ingressi: il dato sarebbe effettivamente preoccupante e verrebbe da chiedersi chi e perché abbia “fatto fuori” Il Matteo leghista (con grande pair-play i due commentatori lasciavano all’ascoltatore di trarre le debite conclusioni). Del resto la differenza tra le due immigrazioni, nessuno dei pazienti in attesa avrebbe potuto negarlo, era lapalissiana: da un lato una “razza” bionda, alta e pronta a combattere e dall’altra un popolo di pelle scura, poco incline alla fatica e sostanzialmente codardo. A voler essere sottili questi fatti innegabili dovrebbero spingerci a rivedere il giudizio sul colonialismo fascista, in qualche modo la tanto vituperata visione di Mussolini troverebbe conferma nell’attualità. A riprova della validità di questa teoria etnico-politica fiorivano altri esempi inconfutabili: alla legione di badanti dell’est, dipinte come pazienti vestali dell’assistenza domiciliare, corrispondono frotte di prostitute nigeriane che si dedicano ad un genere di assistenza molto più deprecabile (almeno ufficialmente). Come d’uso gli approfondimenti culturali passavano dal generale al particolare, con una precisione chirurgica che nemmeno il miglior Enzo Biagi (Berlusconi permettendo) avrebbe osato: anche la cucina e l’ospitalità confermavano una prossimità e una superiorità vagamente ariana: le proverbiali grigliate serbe o la mamaliga ucraina, provvidenzialmente irrorate dalla birra, mica si possono paragonare agli insetti (buiesis in friulano) o al cous-cous dei “negri”. Che poi gli “slavi”, se fai amicizia, diventi come un fratello, mentre dei negri non puoi mai fidarti, pensa a cosa hanno fatto i libici: ci hanno scacciato dall’oggi al domani confiscandoci le case, la terra, i negozi e le fabbriche, dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro… strade, ponti, scuole e caserme.

Questo paese ha qualche speranza?

2 risposte

  1. Due appunti, se permette.
    1) Alla luce della logica dei due contendenti come lei ce li ha presentati, alla Libia occorre anche addebitare la colpa imperdonabile di aver fatto nascere lì, sul suo territorio, uno come me “richiamato” a 3 anni;
    2) Mi pare facile avere elementi “personali” sul problema della guerra in Ucraina: se la NATO ritirasse le sue truppe, come promise a suo tempo, dai territori exURSS non metteremmo in imbarazzo serio Putin? Se io andassi a casa di uno tutte le sere a rompergli i coglioni, quello farebbe di certo una denuncia: che è ciò che ha fatto Putin che è di certo un oligarca, ex capo del KGB, un uomo insomma di cui non fidarsi; ma abbiamo fatto di tutto per dargli ragione. E la colpa è sempre di quelli nati dalla feccia d’Europa e diventati nel tempo la feccia del mondo di cui siamo “orgogliosamente” servi.

    1. Buongiorno, come del resto affermo nel mio pezzo non ho elementi sufficienti per esprimere giudizi o pareri, se non quello relativo al mio orrore per le vittime attuali e per quelle precedenti, mi riferisco a quelle filorusse da parte dei nazionalisti ukraini. Ciò che mi colpisce ed è oggetto di questa modesta riflessione, è la volatilità dei giudizi e la parzialità delle opinioni, due elementi che sarebbero comici se non si riferissero a fatti tragici. Quanto alla sua nascita sul “bel suol d’amore”, con tutto il rispetto, non vedo il nesso. Ritengo che il colonialismo sia stato un crimine terribile, purtroppo diffuso e accettato come fatto normale e mi sembra grave che ancora oggi non si riesca a definirlo per quello che è stato.

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