Quando leggo «ci siamo abbracciati» o «ci abbracciamo» in un libro mi fa uno strano effetto. Che posto è quello in cui ci si abbraccia ancora? Che tempo è. Anzi, fu. Manca, il contatto. Corpo contro corpo. Le braccia si allargano e si richiudono con dentro l’altro. Quanto tempo è che non abbracciamo qualcuno? Di un affetto spensierato? E tra quanto torneremo a farlo? Sto leggendo Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli. Straordinario, come il precedente La casa degli sguardi, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni. Questo è il diario della settimana di Trattamento sanitario obbligatorio cui l’autore fu sottoposto dopo che, in uno scatto di follia, si scagliò contro il padre. Lo presero e lo portarono nel reparto psichiatrico. Un giorno suona il campanello delle visite per qualcuno dei malati. Sono in sei nella stanza e nessuno aspetta qualcuno. «Apro. A un centimetro dal mio viso mi ritrovo mio padre. Il suo stupore più grande del mio… Restiamo a guardarci, ognuno fa dell’altro il suo speciale inventario… Mio padre allarga le braccia, sembra dire “guardami”. Ci abbracciamo». Come sarà stato quell’abbraccio?

2 risposte

  1. non conoscevo questo blog, ma mi sembra di rara raffinatezza, non solo di pensiero. un abbraccio all’autore

    1. Grazie Giuseppe. Dell’abbraccio, innanzitutto! Ma pure del suo commento. Io posso parlare della raffinatezza della confezione e dell’abbinamento con le illustrazioni. Sempre suggestive. Idea e opera dell’editore, Paolo Spinello. A lui pure, il mio grazie.

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