Sorridenti. Di sorrisi spontanei. Con la barba. Con gli occhiali. Con la pelata o il berretto da montagna. Qualcuno più serio. Tutti uomini, tranne una. Sono le foto dei medici morti finora. 41. Quarantuno. Foto tessera. Minuscole. Niente di artistico. O di emblematico. Come quella dell’infermiera con la testa poggiata sulla tastiera del computer. Stremata, a fine turno. Più ancora di quell’immagine che ha fatto il giro del mondo, queste mi hanno fatto fermare. Vederle vicine una all’altra. Immaginare le storie di ognuno di loro. Immaginarli in corsia. Si sono spenti lavorando finché hanno potuto. Per salvare altri, malati come loro. Qualcuno era tornato in servizio dalla pensione. Non ci sono più.

2 risposte

  1. Io mi chiedo se mai avrei il loro coraggio. Probabilmente no.
    Anche se poi in queste situazioni ti ci trovi in mezzo e vai avanti.
    E li’, nella quotidianità che non prevede cantori di eroismo, nel fare
    semplicemente quel che stai facendo da sempre, nel gesto che è straordinario eppure non prevede laudatori dell’etica… questo è stare dentro la vita, non avere infingimenti o scappatoie, anche quando arriva l’appuntamento col destino. Possiamo solo inchinarci, ringraziare e restare in silenzio.

  2. La ringrazio molto per la riflessione. Io, sicuramente, non avrei il coraggio di quei medici. Nel frattempo i caduti sul campo sono saliti a 51. Cinquantuno. La ringrazio per il realismo e per l’allergia alla retorica: il gesto quotidiano non prevede “cantori di eroismo” e “laudatori dell’etica”. Abbiamo davanti agli occhi la testiomanianza di quello che indicava San Benedetto da Norcia: “È necessario che l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano diventi eroico”. Per quanto mi riguarda, la strada è lunghissima. La ringrazio Mauro, anche per il suggerimento del silenzio.

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