Al giornale vorrebbero che svariassi. La gente è stanca di sentir parlare del virus. La bestiolina bastarda. Scrivi di altro, chessò… Ecco, altro cosa? Di spettacoli? Di sport? Di cinema? Dove sono? Anzi, ci sono? Stento a capire. Non ci riesco proprio. Siamo al confino. Ai domiciliari. Qualsiasi cosa facciamo è filtrata da questa condizione. Persino quello che mangiamo. Mia moglie ha ricominciato a cucinare le torte. La polenta. La pasta fatta in casa. La vita al tempo del Covid è cambiata. Tutta. Ventiquattro ore al giorno. Dov’è che si svaria?

2 risposte

  1. Soprattutto si cercano risposte ai tanti nostri dubbi, conforti, certezze che hanno un unico denominatore comune: il morbo. Quando potremo svariare saremo fuori dal tunnel sanitario. E magari saremo entrati in quello economico: la grande crisi, la disoccupazione, la mancanza di denaro. Forse anche allora qualcuno vorrà svariare. Perché non ci si può concentrare su una cosa sola: la carestia. Meglio parlar d’altro.

  2. Io fatico a parlar d’altro. Probabilmente è un mio limite. Fin da ragazzo ho imparato a «stare dentro», non nel senso fisico e claustrofobico del termine. Ma nel senso metafisico. Cioè, ho imparato a fare i conti con la circostanza, a confrontarmi con la realtà. Evitando vie di fuga. Questo non significa che non ci si possa distrarre, che non si possa evadere, prendere una boccata d’ossigeno. Anzi. Ma non è per eludere, bensì per ricaricarsi. In fondo, la realtà, ciò che accade, qualcosa ci dice… Quando saremo nel tunnel economico, almeno alcune attività saranno ripartite. E saremo usciti da questa passività obbligata. Nel dramma, avremo più margini di manovra. Forse.

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