In queste giornate in cui è ancora vivo l’anniversario della tragedia del 1951, un breve racconto di Marco Tumiatti esplora il tema della fatica legandolo al territorio del delta del Po, attraverso un personaggio basato sui ricordi dell’autore che potrà risultare in qualche modo familiare a qualunque lettore. 

Fa un freddo della malora e l’aria arriva umida di pioggia.

Non so perché, ma i passi sull’asfalto battono secchi, destando una sorda risonanza che vibra nel  cervello.

Dev’essere l’appressione, il senso del pericolo imminente.

Lo  scroscio dell’acqua è assordante, pauroso.

Siamo ormai in vista dello squarcio.

L’acqua entra con una velocità ed un fragore di cascata, scaraventando onde furiose contro l’argine, che si sgretola aprendo sempre più la bocca”

Gian Antonio Cibotto, Cronache dell’Alluvione, 1954

Nonno Emilio si stiracchiò la schiena, allungando le dita al cielo. Centinaia di minuscole gocce di sudore si erano acquattate nella folta peluria del braccio, passato a mo’ di spugna sulla fronte grondante. Aveva riempito un’altra carriola di fango. Era la settima, l’ottava? Non lo sapeva più, e in ogni caso non avrebbe avuto la forza di tenere il conto. Da ore muoveva il badile con ritmo meccanico, pensando soltanto a riportare nel mondo – per l’ennesima volta – i pezzi della propria vita sepolta. Sotto quello spesso strato di poltiglia c’erano i suoi cavoli, con le loro foglie croccanti e profumate, i ciuffi delle timide carote nascoste nella torba, le zucche a fiasco, con cui fabbricava i galleggianti per la pesca delle cheppie. Oh, come sarebbe stato bello abbandonare tutto e partire, lasciandosi per sempre alle spalle le alluvioni, quel pantano distruttore, e gli argini maciullati, e le carcasse che galleggiavano come boe di carne putrefatta nella grande palude. Ovviamente non se lo poteva permettere, e come lui non lo poteva fare nessuno tra quelli che avevano avuto la dolce maledizione di nascere in quel territorio meravigliosamente instabile nel bel mezzo di una guerra, e, peggio ancora, di ostinarsi a rimanerci.

Nonno Emilio in pensione lavorava più di prima. Dipingeva staccionate, smontava e rimontava mobili, motori, radio e televisori, estirpava erbacce, accudiva l’orto, nutriva galline e maiali, stanava le talpe appostandosi per ore interminabili, tramutandosi in un rettile predatore. Ogni muscolo del suo corpo grondava costantemente sforzo e tensione. Soprattutto, Nonno Emilio controllava il fiume. Ogni giorno, alla stessa ora, con la schiena spezzata e le mani martoriate, si incamminava verso l’argine, lo risaliva in silenzio, e da lassù scandagliava con sguardo attento le profondità della corrente, seguendone il corso da ovest a est, verso il mare. Gettava sguardi di odio nero verso quel fiume maligno, che ad intervalli sempre più stretti si agitava imbizzarrito, scalciando e ruggendo mentre si abbatteva su mesi, anni di sforzi, cancellandoli in un battere di ciglia e senza nessun tipo di spiegazione. Soltanto nelle ultime tre settimane, la fattoria era stata allagata sette volte. Si viveva nella ripetizione eterna di giornate passate ad asciugare, sgombrare, maledire, detestare. Avete presente il morso delle fauci che si stringono attorno al cuore di un bambino quando la marea sommerge il suo castello di sabbia appena eretto sulla battigia? Moltiplicate quel dolore – forse la prima vera presa coscienza del rapporto ineguale tra fatica, risultato e realtà – per cento, mille, un milione di volte, ed avrete una parvenza dell’atterrimento che attanaglia chiunque si trovi in balìa del fluire imperscrutabile degli eventi, neutralizzato come la preda di un ragno spietato e pazzo.

Da bambino, Emilio macinava chilometri a bordo di un rottame a due ruote, piegando tra i tortuosi viottoli sterrati che serpeggiavano tra uno scolo e l’altro. Ovunque fosse diretto, giungeva sempre a  destinazione come un reduce di guerra, affannato, con le gambe mezze nude inzaccherate di palta e lo zaino fradicio di umidità, adornato da magri steli d’erba trascinati dal vento. Nei suoi occhi saettanti brillavano braci di smania: strepitava per mettersi all’opera, offriva fino all’ultima briciola delle forze che aveva in corpo, e ne usciva inspiegabilmente sereno. Fin da piccolo aveva intuito che doveva esserci qualcosa di prezioso nella fatica, quella sensazione sembrava emanare dal territorio stesso. In un certo senso, ciò rispondeva alla realtà: tutto il paesaggio circostante, spogliato della fatica umana, non sarebbe mai potuto esistere così come si presentava. Si era persino arrivati a scavare, sul nulla, un nuovo letto per il fiume, nella vana speranza di imbrigliarlo e comandarne gli istinti per piegarlo alla volontà dell’uomo. Ma il fiume, da capriccioso dio minore, aveva covato per secoli un livore subdolo, fingendo di assestarsi nel nuovo giaciglio per poi cancellare improvvisamente la vita, e la memoria di essa, nei paesi che avevano avuto la colpa di sistemarsi ai suoi fianchi nella sua corsa verso la foce. In quei trecento anni, li aveva puniti quasi tutti, vanificandone ogni velleità.

Nel corso della sua vita, Nonno Emilio aveva vissuto navigando tra una piena e l’altra, ripescando frammenti di vita dalla corrente e assemblandone i cocci sopravvissuti in una struttura sempre più sghemba ed instabile, ma mai indegna di essere preservata. Consacrando il proprio tempo alla produzione di fatica, aveva trovato il proprio personalissimo sentiero per la catarsi, individuando nello sforzo – che negli anni si era fatto anche mentale – lo spazio sgombro in cui avere un’esperienza pura di sé, l’unico punto fermo in un’esistenza caratterizzata dall’incertezza del divenire.

Erano da poco passate le otto quando le sirene iniziarono ad urlare, più forti del solito. Inquantificabili carriole di fango erano state riversate al lato della strada, a creare una buffa replica di un argine in miniatura. Il pollaio, ora liberato dalla massa semisolida vomitata dal fiume, giaceva muto all’estremità dell’aia, in attesa di venire occupato dagli ennesimi, frettolosi inquilini. Emilio prese il vecchio trabiccolo e si diresse verso l’argine. Dovette fermarsi all’incirca a metà strada. Ebbe appena il tempo di gettare l’ultimo sguardo d’odio all’ennesimo capriccio del fiume prima di essere trascinato dalla corrente del tempo.

Marco Tumiatti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *