Una riflessione di Mario Bellettato sul futuro dell'automobile
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Forse sarebbe meglio staccare la spina

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Forse sarebbe meglio staccare la spina

Il progresso non si costruisce usando solo l’indicativo, e ancora meno si fanno le rivoluzioni. Se non si riesce a immaginare qualcosa di diverso, qualcosa che superi i limiti nei quali ci dibattiamo, non si cambia: ci si limita a rimodulare il presente sotto il profilo quantitativo, ma non qualitativo. Per fare un esempio che ci tocca piuttosto da vicino, il mondo occidentale sta affrontando il tema della mobilità nel modo più stupido: invece di progettare una rete efficiente di trasporto pubblico sostenibile che riduca drasticamente l’impiego di mezzi di trasporto individuale, siamo incoraggiati dall’economia e dalla politica a conservare le nostre abitudini individualisticamente primitive, ma declinandole attraverso l’uso di veicoli ufficialmente “meno inquinanti”, una definizione sulla quale ci sarebbe parecchio da discutere. Se proviamo a riflettere attentamente, non c’è nulla di ecologico nel costringere miliardi di persone a cambiare auto, per sostituirla con un mezzo concettualmente molto simile e che nasconde nel processo di produzione una serie di elementi che in termini di impatto ambientale e di sfruttamento del lavoro fanno rabbrividire. Secondo le stime più attendibili oggi nel mondo circolano un miliardo e trecento milioni di auto: è questo il dato fondamentale su cui intervenire. La sola cosa intelligente da fare è ridurne il numero, garantendo comunque la mobilità mediante servizi integrati intermodali. A New York, da sempre, qualche milione di persone vive, lavora e si diverte SENZA possedere un’auto: pensate che sia una città sottosviluppata? Tra le altre cose, le auto elettriche e quelle ibride costano parecchio e in concreto si sta creando una ulteriore e inaccettabile discriminazione tra chi si può permettere un veicolo “ecologico” e chi invece è costretto a utilizzare automobili obsolete che vengono progressivamente penalizzate e limitate nella circolazione. Per i legislatori dell’unione europea chi non ha i soldi per comprare un’auto nuova è una sorta di paria colpevole di inquinare e dovrà restare in casa o comunque dovrà rinunciare a spostarsi in tutte le zone a traffico limitato. Peccato che quegli stessi legislatori saggi e previdenti, non si siano preoccupati di attuare uno straccio di politica dei redditi che permetta ai lavoratori di accedere all’acquisto di quei veicoli miracolosi che tanto apprezzano. In genere il ciclo di vita degli autoveicoli tradizionali prevedeva una prima fase nel paese di immatricolazione durante la quale l’auto circolava in buona efficienza. A questa seguiva una seconda fase nello stesso paese o in un paese vicino da parte di soggetti con reddito medio generalmente più basso. Questo ciclo terminava con una terza fase in cui il veicolo veniva utilizzato in paesi a basso reddito ed in condizioni di efficienza precarie, ma non tali da impedirne l’utilizzo. La sostanza è che le auto “duravano” e l’impatto ambientale del processo produttivo veniva spalmato su un periodo molto lungo. Moltissime delle auto Mercedes modello W124 (probabilmente le auto più robuste mai costruite in assoluto) prodotte tra il 1984 e il 1995, ancora oggi circolano nell’est Europa, in Nordafrica e in Medio Oriente, trasformate in taxi o utilizzate come berline dalle famiglie locali. È fuori discussione che per macinare milioni di chilometri queste auto hanno inquinato, ma siamo sicuri che se fossero state rottamate e al loro posto si fossero costruite auto nuove, il bilancio ecologico globale sarebbe migliorato? Le auto moderne hanno senza dubbio emissioni molto basse, ma il processo produttivo non avviene nelle fabbriche fatate a emissione zero, o almeno non nella realtà: dimenticate la propaganda. Per la fabbricazione delle batterie per le auto ibride ed elettriche vengono impiegati minerali estratti in paesi che non garantiscono certo il rispetto dell’ambiente e tanto meno condizioni di vita rispettose dei diritti dei lavoratori. E quando questi stessi veicoli “ecologici” avranno qualche anno, cosa ne faremo? Vi immaginate un “meccanico” egiziano che ripara una Tesla usata di qualche anno, importata dall’Europa? Senza la formazione, il know-how specifico e la diagnostica sofisticatissima e costosissima necessaria per gestire questi veicoli, quell’auto diventerà un inutilizzabile ammasso di materiali che non è facile differenziare e riciclare, specie in quei paesi dove sarebbe logico che il ciclo di vita di quelle auto terminasse il suo corso. Già oggi, e parlo delle reti di assistenza ufficiali, le concessionarie si trovano spesso in grande difficoltà a riparare questi veicoli di nuova generazione nonostante siano prodotti dalle case che rappresentano, a causa dell’estrema complessità tecnica. È ragionevolmente prevedibile che il ciclo di vita dei veicoli elettrici e ibridi sia molto più breve di quello dei veicoli con motore a combustione. Siamo sicuri che il bilancio globale delle emissioni di una VW Golf a gasolio sia superiore a quello dei tre veicoli ibridi che sono necessari per coprire lo stesso chilometraggio, cioè per garantire ai diversi consumatori il medesimo servizio? Anche solo in termini di smaltimento: parliamo di centinaia di milioni di veicoli, con un rapporto ragionevolmente ipotizzabile di uno a tre (significa triplicare i depositi delle autodemolizioni e i problemi connessi agli smaltimenti). Le cose assolutamente certe sono altre: i produttori di veicoli triplicheranno le vendite e il tasso di rinnovo drogato dalle normative “ecologiche” creerà un boom che porterà i profitti alle stelle. La domanda di materie prime a basso costo farà aumentare i prezzi delle commodity e alimenterà speculazioni, guerre e conflitti nei paesi produttori. I prezzi altissimi dei veicoli sedicenti ecologici favoriranno la finanza: la stragrande maggioranza delle vendite sarà effettuata con pagamenti dilazionati, i clienti strangolati dalle rate finanzieranno inconsapevolmente le grandi banche che a loro volta impiegheranno quei fondi per attività che non necessariamente saranno “verdi” o eticamente apprezzabili (ad esempio daranno armi alle bande che si sbudellano per il controllo delle miniere-lager di litio o di cobalto). Nonostante le bugie grottesche dei burocrati, le api continueranno a morire e le gote rubizze di Elon Musk a gonfiarsi.