Un appuntamento con la scrittura, sabato 26 marzo alle ore 17 presso la Sala Convegni di Palazzo Danielato, a Cavarzere: in programma la presentazione del libro “Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero” di Angelo Ferracuti (il Saggiatore, 2021). Saranno presenti l’autore e il prof. Antonio Lodo.
L’evento è a cura di Liana Isipato, con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cavarzere, SPI-CGIL e AUSER di Cavarzere-Cona, e con la collaborazione di REM.
Liana Isipato raccoglie i pensieri su questo libro e nella bella recensione che regala ai lettori ci introduce alle sfumature di Angelo Ferracuti e alla vita di Mario Dondero.

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di Liana Isipato

Da dove partire… dall’amore e dalla riconoscenza di cui sono impregnate le 290 pagine?
È un libro, questo, custodito a lungo prima di nascere, nel cuore e nella mente di Angelo Ferracuti. Penso a quante annotazioni di vissuto si siano accumulate nei suoi taccuini di memoria da quando avvenne l’incontro magico con il “folletto” Mario Dondero, in una libreria di Fermo (nome ossimoro per uno che fermo non stava mai) dove il fotoreporter viaggiatore aveva preso casa a fine anni ’90 con la moglie parigina, fine intellettuale, incantata dalla biblioteca della cittadina marchigiana.

Potrei paragonare la narrazione di Ferracuti a una matrioska, dove le storie, frammenti di vita, si incastrano una dentro l’altra, e anziché richiuderle è meglio poi lasciarle libere, disordinate, come disordinata è stata la vita di Dondero, cresciuto da bambino tra Genova e Milano, partigiano a sedici anni in Val d’Ossola, divenuto parte fondante del sodalizio di artisti nel bar milanese Jamaica, raccontato da Luciano Bianciardi ne La vita agra, e poi vissuto a Roma a fianco di intellettuali come Laura Betti, Parìse, Moravia, Maraini, Pasolini, e ancora a Parigi, città della sua foto-icona agli scrittori del Nouveau Roman

Leggendo, viviamo l’inquietudine motoria di questo grande artista dalla vita febbrile, ad alta tensione, che aveva nello stesso tempo dei cardini solidi e stabili, fermi, appunto: una grande passione civile, una visione del mondo pervasa da una profonda cultura, dall’amore per le persone. La fotografia era, per lui, la possibilità di stabilire rapporti umani. “Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono. Diversamente il fotogiornalismo sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz’anima” diceva. Ed è per questo, ad esempio, che a Berlino lui si mette a fotografare le persone, anziché il crollo del muro.

Manca una trama lineare, impossibile con il tipo di vita piena di improvvisazioni e digressioni del nostro folletto; non siamo certo di fronte a una biografia. Ferracuti mostra invece il naturale intreccio dei momenti di vita di Dondero coi propri, riuscendo con mano lieve a farci palpare l’amicizia nata da subito, preludio di esperienze comuni. Ancora, ci racconta come questo ‘maestro gentile’ abbia influenzato il suo modo di lavorare, “da scrittore minimalista di racconti a osservatore militante sedotto dal vero…abbandonata per sempre la fiction, mi sono votato con passione civile al réportage narrativo nelle stesse forme, si fa per dire, che lui usava per i suoi racconti fotografici”. Un taglio nuovo, che lo aiuta a uscire da una fase dolorosa della propria vita e a divenire nel tempo, come il suo Maestro, un viaggiatore nei pezzi diversi di mondo. Non ancora insignito però, come Dondero, del titolo di ‘Capotreno onorario’, conferitogli dai ferrovieri di Milano, o di ‘Camallo onorario’ della Compagnia unica dei portuali genovesi…

È difficile rendere l’incontenibile personalità di Mario Dondero, le sue straordinarie qualità di gentilezza, generosità, intelligenza e affascinante arguzia, infantile curiosità e modestia.
Angelo Ferracuti ha reso possibile questo miracolo.

L’accesso alla sala è consentito con Green Pass rafforzato e mascherina ffp2.

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