Nove marzo

L’otto marzo è solo una giornata: 24 ore destinate con un po’ di ipocrisia a qualche considerazione d’accatto, durante quella che è ormai funziona da grande moratoria per la disinfezione delle coscienze.

Affermiamo in modo retorico che siamo tutti contro la violenza di genere, il “femminicidio” (orribile neologismo) e la sperequazione salariale. Poi la routine quotidiana metabolizza anche i migliori propositi, “il sole sorge ancora” e purtroppo torna a illuminare una realtà che non cambia e ripropone la solita gamma di violenze verso le donne: dal commento volgare al mobbing, dalla pacca sul sedere all’assassinio.

Questi comportamenti sono molto diffusi e, anche nelle manifestazioni meno gravi ma non per questo tollerabili, hanno una radice culturale comune: quello della disparità intesa in negativo, della diversità considerata alibi per svalutare un soggetto rispetto a un altro. Nel presupposto psicologico non c’è differenza tra l’atteggiamento che tradizionalmente definiamo razzista e quello di chi va a caccia e uccide animali selvatici per “sport” o ancora tra chi accetta la sperequazione salariale di genere e chi pensa di poter imporre comunque la propria volontà alla partner o alla collega di lavoro, anche con la violenza.

Non è una forzatura, questo atteggiamento culturale è estremamente pericoloso, pensare che una specie vivente abbia diritto ad esercitare la propria supremazia sulle altre e di ucciderle non è diverso dal ritenere che i maschi per qualche motivo valgono più delle femmine o che i bianchi sono migliori dei neri o dei nativi americani. 

Sono cresciuto con il modello della famiglia della nonna materna nella quale le donne di tutte le età avevano una schiacciante maggioranza: questa condizione veniva vissuta da tutti noi, uomini e donne, con una sorta di divertita ironia. Credo che l’esempio di ospitalità, tolleranza, amore per la cultura che ne ho ricavato mi abbiano segnato per sempre.
Poi sono cresciuto e se non avessi incontrato le donne che ho amato non sarei quello che sono. I sentimenti, i libri, i baci, le cene romantiche, i film, i viaggi che ho diviso con loro mi hanno fatto crescere e credo che senza di loro non sarei diventato davvero un uomo.
Ho conosciuto donne meravigliose, alcune le ho desiderate e amate, tutte hanno contribuito a costruire in me la consapevolezza che la loro felicità valeva quanto la mia, che non avrei potuto infrangere i loro desideri e i loro sogni perché valevano quanto i miei.

Non condivido il pensiero, espresso in modo paradigmatico da Laura Boldrini, secondo il quale una sorta di sindacalismo culturale che ci costringe a strumenti ridicoli come l’uso di “presidenta” o “avvocata” (tra l’altro grammaticalmente discutibili) costituirebbe la strada per risolvere un problema secolare: il rispetto è fatto di una stoffa più consistente della semplice e cacofonica desinenza di una parola. Le leggi ci sono, ma il rispetto di ciò che in qualche modo è diverso non si impone in tribunale, quando a difendere i diritti sono le forze dell’ordine è già tardi.

Alcuni sorridono quando esprimo queste opinioni, dicono che sono un “sognatore”, forse è vero: del resto è il titolo del mio primo romanzo. Si, sono un sognatore, un inguaribile sognatore come si diceva con un po’ di ironia degli idealisti: sogno una società in cui la festa dell’otto marzo sia diventata un ricordo, una cosa inutile perché finalmente gli uomini hanno imparato cosa sono uguaglianza, rispetto e amore.

Lascia un commento