Parliamo di Claude Lelouch, prima di tutto. Del suo non proprio ultimo film – del 2014 ma distribuito solo ora in Italia. Parliamo delle mie donne, film decisamente autobiografico che parla delle donne per parlare degli uomini.

La sensazione che ti investe alla prima sequenza, una panoramica spacca cuore, è quella del: mi accomodo bene, trovo il punto di massimo godimento sulla poltrona, rilasso i muscoli e i pensieri e vado con una certa acquolina in bocca, quella tutta chimica e sensoriale che ti prende quando senti che stai per gustare qualcosa di saporoso e lento.

Succede così con i racconti d’inchiostro, quando te ne stai steso sul divano e, dopo le prime parole, ti accorgi che la saliva frizza in bocca e vuoi sapere. Dove porta la storia, dove andranno i personaggi, chi incontreranno, cosa sarà di loro. E’ una delle sensazioni più belle che l’arte di narrare sa regalare, il desiderio di girare la pagina, salire sulle parole come fossero ali che ti portano su.

Spesso però, appena sei arrivato su, fai un tonfo giù. Accidenti.

Il cinema fa questi scherzi, ahimè. Accade quasi sempre quando la storia è bella, il filo del racconto avvincente, le immagini avvolgenti. Solo che il film deraglia. Per una serie di eccessi di solito, più che per qualcosa che manca.

Al film di Lelouch non manca nulla. La storia di un uomo folle e creativo che, alla soglia dei settant’anni, dopo una vita frenetica, piena di emozioni e successi, si ferma e cerca di trovare un senso. È il regista stesso: nella sua lunga vita ha dispensato storie, ha raccolto amore, ha avuto sette figlie da cinque compagne diverse e, inevitabilmente, il suo molto vivere ha creato dispersione, conflitto, forse rimpianto. Dunque ha senso cercare di fissare tutto in una grande fotografia che tenga insieme persone e cose. Nel film Jacques Kaminsky è un fotografo di successo, ha immortalato le icone più icone al mondo e ha girovagato per ogni continente, ha amato tanto e ha avuto quattro figlie da altrettante donne. E ora le vuole tutte accanto a sé, vuole sentirsi dire che lo amano che non è stato tutto inutile, che la sua frenesia non era solo cinismo, era vita.

Solo che per tenere questo filo Lelouch sparge su di noi miele a chili e ci stordisce di stucchevolezza e ridondanza. Il suo grido: perdonatemi!.. ci travolge senza pietà.

Mi irrito quando di un film dico: qui avrei tagliato… quella scena era inutile… lì bastava un po’ meno… E mi irrito ancora di più quando sono tentata di salvare una sola scena in tutto il film, forse due. Parliamo delle mie donne scatena esattamente questo.

E allora meglio dirle le scene che salvo. Perché non riesco a rinunciare a quel poco di acquolina saporosa che il film mi ha lasciato.

La sequenza iniziale come ho detto. Una lenta panoramica sul Monte Bianco in pieno inverno sulle note di Louis Armstrong (belle le musiche in tutto il film): la macchina da presa vola leggera e ci accompagna dentro una totalità e un incanto rari, con la sensazione intensa di ammirare la bellezza.

La scena centrale del film. Jacques e Frédéric, suo medico e miglior amico, sono a notte fonda seduti sul divano, davanti a loro scorrono le immagini di Rio Bravo, quando Dean Martin e Ricky Nelson cantano My Rifle, My Pony and Me accompagnati dall’armonica di Walter Brennan, mentre John Wayne li guarda estasiato. Una delle scene più belle della storia del cinema. Su queste immagini e note Jacques e Frédéric parlano e cantano come due compagni di ventura che ne hanno passate tante e comunque sono lì.

Ecco, la morbidezza, lo stile e la profondità di questo momento potevano essere il film intero.

Annotazioni: le cose belle del film, oltre alle due scene, sono il volto di pietra e gli occhi di cristallo di Johnny Halliday, i paesaggi tutti, Sandrine Bonnaire. Rio Bravo (Un dollaro d’onore) è una colonna granitica del cinema western americano, diretto da Howard Hawks

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