Parlo con le sedie.
E accorcio le distanze.
Solo questo mi resta da fare, ora.
Ah, sì, certo. (Seicento tredici messaggi in chat in poco meno di un pomeriggio). S’è capito subito che bisognava agire. (La guerra delle fonti bislacche: tutte maledettamente uguali nei rimbalzi delle condivisioni senza verifica). Perché agire era l’unica maniera di riaffermare la testa. (Dobbiamo essere razionali. Serve lucidità. La ragione, usiamo la ragione – quante volte glielo avrò scritto? Per loro, per me, per quello che abbiamo camminato insieme fino a un istante prima, per il senso delle cose).
Ma come agisci in un mestiere fondato sulla relazione se è la relazione ad essere negata?
È stato allora che ho cominciato a parlare con le sedie.
Dal 2 di marzo, lunedì. Tutte le sere. Due, tre ore per volta.
No, che non ero sicura che avrebbe funzionato (la linea del fronte: connessioni deboli, computer antidiluviani, e chi ha mai usato la mail, prof?, non ho soldi per i giga, ho perso la password, guardi che io non so fare niente, il mio indirizzo è trottolinaamorosa74-27_39&8: con due “a” prof. Dov’è che devo andare? Io non vedo niente. È scomparsa. Non si sente).
Perché loro non sono “la mattina”.
Loro non sono: il registro elettronico.
Non sono nemmeno il libro di testo, se è per quello – perché i testi glieli fotocopio e glieli monto in dispense io, volta per volta, classe per classe, anno per anno. Giorno per giorno.
Loro sono qualcosa di speciale, ecco. E io lo so.
Loro sono: la spina dorsale di questo paese, il meglio che potremmo essere.
In reparto fanno prove di scafandro al mattino (“Si rende conto con la mia taglia, prof?”).
Vanno in fabbrica (“Adesso mi fanno andare di notte” – e lì, dove una volta avrei segnato: chi? chi è il soggetto? stavolta invece mi sto zitta: perché ha ragione, ha ragione lei: un “chi” è difficile stabilire davvero chi sia, se la mano libera del mercato, o la ragion di Stato, o l’occhio rapace della Borsa, o le logiche della globalizzazione, o vai tu a sapere).
Entrano nelle case dei vecchi con la terapia, entrano negli sguardi dei nonni blindati nelle residenze, riempiono scaffali che un verme solitario continua a divorarsi, battono scontrini lunghi come l’equatore, vendono sigarette a mani già nervose.
Qualcuno parte per l’ospedale con il cambio in borsa, perché non sa se la sera potrà tornare a casa.
Qualcuno a casa ce lo hanno già lasciato.
I compiti? Il programma?
Ma che vai dicendo? Che compiti vuoi chiedere? Che programma vuoi fare?
Quale è il senso della scuola per studenti, adulti, lavoratori: spaventati a morte, lì fuori nel mondo, ogni santo giorno?
È così, che ho cominciato a parlare con le sedie.
Un’ora e mezza o due di diretta per classe, ogni sera. Come se fossimo in aula.
Sbanco la sala, accendo il microfono, la luce, suono l’inizio con una campana da capra trovata nella spiaggia di una Kythira di quella che pare una vita fa. Faccio Minosse con una parrucca in testa, Il gelsomino notturno con un biglietto di auguri pop-up, la Santa Alleanza con un dinosauro azzurro, la selva oscura con l’erba gatta. 
Esagero, spingo, semplifico, azzardo, ragiono, chiedo.
Vietati i tempi morti. Vietato annoiare. Vietato correre.
Un occhio al telefono, uno al tablet, uno alla colonna dei messaggi.
E loro sono lì, con me: le più giovani, più sgamate, che portano soccorso tecnologico a quelle più crude (“Ah, ben, poh. Se fossi morta questa me la sarei persa: non sapete che soddisfazione, anche se adesso non mi si apre più un tubo”), la chat del gruppo che scorre (“Ma Pascoli era decadente o simbolista?”), le foto delle loro tavole (“Non male, mi son mangiata anche i canederli, nel frattempo”), i dubbi (“Partiamo con italiano o con storia?”), le domande (“Prof, Lombardia Veneto ed Emilia formano la Repubblica corallina?”).
Così, è, da tre settimane.
A cosa serve la scuola, in questo momento, me l’hanno insegnato loro: serve (ancora e sempre) a sentirsi parte di una comunità di legami, che fa esperienza nella reciprocità, e che continua a camminare insieme. In avanti.
Se c’è un compito a cui puntare, questo è: salvaguardare ciò che è stato costruito. Ovvero: l’ambizione razionale, il privilegio di guardare oltre e il conforto di quel minimo tempo strappato all’avvitarsi quotidiano sulla paura collettiva.
E il programma – l’unico possibile, ora – è tornare a imparare ciò che altri, prima di noi, hanno vissuto, e superato, ed elaborato.
Così è che, spenta la diretta, guardo le sedie vuote della sala, e ripeto di nuovo – perché ne facciano tesoro – l’ultima provvidenza del giorno, firmata Silvio Pellico: Anche nelle miserie di un carcere, quando ivi si pensa che il vero bene sta nella coscienza, puossi con piacere sentire la vita.

Michela Fregona è nata a Belluno, dove vive. È laureata in lettere antiche a Venezia, diplomata in flauto traverso, giornalista. Ha pubblicato per la Postcart di Roma Tangomalia (2004) e Buenos Aires Café (premio Marco Bastianelli 2009), reportage di vite e luoghi con la fotografa Lucia Baldini. Ha frequentato la Bottega di narrazione di Milano guidata da Gabriele Dadati e Giulio Mozzi. La classe degli altri, suo romanzo d’esordio pubblicato da Apogeo e giunto alla seconda ristampa, è stato segnalato nel 2016, nella prima versione, dal Comitato di lettura del Premio “Italo Calvino”. Insegna nelle scuole serali dal 2000.

Una risposta

  1. Certo, si va avanti anche così, con sedie vuote, tablet accesi e inventarsi modi nuovi per tenere il contatto. Reinventarsi la scuola chiusi dietro a quattro mura ma aperti nella mente. Grazie, domani mi attenderà un’altra scoperta. Un’insegnante

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