L’altro giorno mentre bestemmiavo mi è venuto in mente che quando ero bambino dicevo le preghierine e le dicevo anche molto volentieri.

Mi pareva, allora, di fare un grande piacere ad una brava persona che quando ne avessi avuto bisogno io ci sarebbe stata sicuramente, anzi c’era sempre, stava lì a controllare cosa mi succedeva, un po’ come mia mamma, solo che incredibilmente era presente anche quando non pareva e soprattutto rompeva molto meno le balle.

L’altro giorno mentre mi veniva in mente questa cosa pensavo che non era fede, perché quella è una cosa complicata, da grandi, e pericolosa da maneggiare, che mica tutti ce la fanno e bisogna starci attenti, che obbligare tutti ad avere fede è come chiedere ad un carpentiere di mettere un catetere.

Quello lì che provavo da bambino era un desiderio, di quelli puri che hanno i bambini, di essere ascoltati e di essere seguiti e di essere tante cose per qualcuno.

Poi cresci e hai due strade: o l’idea di dio ti resta e la vivi, o ci pensi un po’ sopra; ma quando ci pensi fino in fondo l’idea di dio comincia a sembrarti una fandonia, un po’ come i cuchi di Cesuna, che sono dei fischietti belli e colorati di terracotta che tu ci fischi dentro e tutte le cose brutte spariscono e quelle belle si avverano.

Che poi da grande ho anche capito perché mia nonna Nina quando mi vedeva che ero lì a fantasticare e non capivo niente di quello che mi succedeva intorno mi diceva sempre che avevo la testa tra i cuchi. Però, che bello che era.

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