I nostri lettori ricorderanno i frammenti di vita che Annarosa Granata ci ha raccontato lo scorso anno.
Per chi ci segue da poco, invece, i micro mondi di Annarosa saranno una felice scoperta.
Comunque sia, ecco una piccola serie di “Piccole storie per cuori aperti”.

Le rotaie del treno separano la stretta via che porta alla campagna da una decina di case a schiera, piccole e basse. Sono case datate, semplici e ognuna di esse si affaccia attraverso finestrelle quadre con il retro della dimora rivolto verso la recinzione dove, ogni giorno, il treno passa. 

Camilla è una donna sulla sessantina dai capelli biondo sfiorito, indossa canotte bianche e svasate senza reggiseno. Dalla via sterrata parallela a quella della sua casa, molte finestre sono accese ma solo la sua è libera da ogni tipo di ornamento. Camilla accoglie lo sguardo dei passanti dentro la sua cucina ed è possibile intravederla incorniciata ogni sera in un nuovo ritratto simile al precedente, racchiusa nella sua finestrella di luce nel mezzo dell’oscurità. Nella brezza mite di agosto, con i primi freddi di ottobre e fino al gelo di dicembre, Camilla è lì, in piedi, porta sempre la stessa canotta larga. 

Ogni lunedì e mercoledì sera, c’è un uomo con lei. Lui mangia, seduto alla sua destra, mentre lei lo osserva compiaciuta appoggiata sul mobile del lavabo. I due parlano, lei per lo più ascolta. La presenza di quest’uomo appare insignificante di fronte a quella di lei: Camilla esiste per se stessa e rimane il fulcro dell’opera. La sua figura è di una densità impattante. Possiede una semplicità energica e magnetica, è di un’autenticità disarmante nel suo volto piegato, senza trucco, nell’arricciatura scomposta dei suoi capelli, nella morbidezza trasandata con cui le cade l’indumento sulle spalle magre e chiare. Camilla possiede la forza di chi non fa nulla per apparire, eppure la sola presenza acceca. 

Solo un elemento del quadro cambia visibilmente ogni sera: il fiore mozzato posto al centro del tavolo di fronte all’uomo. Lo raccoglie lei ogni mattina quando esce: attraversa le rotaie e percorre la strada sterrata fino ai campi di soia. Camilla assorbe tutta l’energia della terra e quando torna indietro chiacchiera con una donna della via che possiede un giardino maestoso. A Camilla piace parlare con questa donna perché nel suo prato si sente accolta e vi sono solo i colori dei fiori a fare comarò. Un giardino così bello può essere tenuto solo da un animo equivalente, lei pensa; ed è in quel chiasso visivo che coglie un fiore e lo porta fino a casa facendo rotolare avanti e indietro, lungo le dita, il gambo ruvido. Il fiore del giorno prima lascia posto al nuovo, e viene lanciato dalla finestra della cucina come fosse un dono: un mazzetto di fiori secchi si lascia attraversare ogni giorno sulle rotaie in piccoli sospiri. 

L’uomo non fa mai caso al fiore novello posto davanti al suo piatto, quantomeno non rientra mai nei suoi discorsi o nel suo sguardo. Dopo aver cenato, verso le 22, se ne va. Camilla lo saluta con un sorriso sbieco poggiata sul lato della porta. Alza la mano sinistra e lievemente la dimena quando lui si volta verso di lei un’ultima volta, prima di scomparire all’angolo. 

Camilla rientra, pulisce il tavolo e spegne la stanza, faro sicuro per tutti i passanti della sera. Sale le scale fino alla sua camera, e un nuovo punto di luce, meno visibile, si apre sul volto della casa: è la piccola abat-jour coperta da un leggero foulard che dipinge di un rosso tenue ogni elemento. Quando era bambina, sua nonna usava mettere un foulard in seta per alleggerire il bagliore della lampada e allo stesso modo, come Camilla fa ogni sera prima di dormire, accendeva la radio e ascoltava il ronzio rincuorante che solo la compagnia di una voce può infondere. 

Sul lato sinistro del letto vi sono dei libri. Uno è più consumato degli altri, ha la copertina ruvida e rigata, le pagine gialle leggere e delicate. Camilla e il libro si somigliano. Lei lo afferra e lo apre con sicurezza, come se entrambi sapessero dove erano rimasti senza il bisogno di alcun promemoria. Legge le poche righe impresse in una pagina. Le legge lentamente, dentro di sé, assaporando ogni parola, quindi le ripete ad alta voce. Camilla ha una voce bassa e fresca. Chiude gli occhi e le palpebre vibrano a ogni vocabolo ripetuto internamente. 
Non sente la sua voce, ma una simile più graffiata, e in quei versi torna nella vecchia casa ammobiliata di azzurro, nella poltrona imponente dove il padre sostava delle ore con quello stesso libro tra le mani e con la stessa poesia sulle labbra e lei ancora non comprendeva cosa volesse dire. Hanno lo stesso disegno degli occhi e il medesimo modo di sfiorare le pagine, con una cura che si dedica solo alle cose preziose. 

Legge un’ultima volta, poi chiude il libro, lo avvicina al viso e vi poggia leggermente le labbra. Lo posa sul comodino e sosta qualche minuto nel lieve sussurro di una musica. Si allunga per spegnere la radio, quindi la luce. Chiude gli occhi Camilla e s’addormenta col viso rigato. 

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