Lo sguardo dei bambini sul mondo è una delle cose più limpide e misteriose insieme. Tutti abbiamo dentro quella sensazione di incanto e di necessità che ci prendeva da piccoli davanti alla natura, alle cose giuste e a quelle sbagliate. Con questa “Piccola storia per cuori aperti” Annarosa Granata ci ricorda quel sentire, e come poggiavamo gli occhi sopra il mondo.

Gaia era una bambina incredibilmente timida. 

Scrutava il mondo con cautela e tratteneva il gran gomitolo di pensieri, idee, e fantasie tutto dentro di sé. 

La madre era preoccupata perché la piccola osava pronunciare rare e flebili parole solo in presenza di lei o in caso di necessità.

Non che non fosse in grado di parlare: ne era totalmente capace e dagli occhi traspariva la viva intelligenza di Gaia; ma viveva con diffidenza ogni sguardo su lei posto e, anche quando avrebbe voluto, le parole le si fermavano sul nascere come pesantissime. 

Nel silenzio Gaia sostava in serenità e questa era una cosa incomprensibile al vociare rumoroso degli adulti.  

Questa sua chiusura verso il mondo l’aveva però allontanata dai gruppi dei suoi coetanei e, difatti, Gaia malvolentieri frequentava la scuola dove ancora non era stata in grado di incontrarvi un complice. 

Poi arrivava l’estate, e l’estate le dava una tregua nella casa in campagna dei nonni. 

Lì Gaia si sentiva al sicuro e tutti i giorni si recava nel vasto campo di terra dietro casa a raccogliere sassi, foglie e fiori. Era in mezzo al fango e alle collinette irregolari di terra che lei s’esprimeva. 

Sembrava che parlasse sola, ma ogni giorno, puntuali, preziosi ascoltatori l’accoglievano senza giudizio.

Gaia chiacchierava con le formiche e le farfalle, con i bombi che corteggiavano i pochi fiori di campo rimasti, e le coccinelle sempre numerose. Erano confidenze che restavano tra loro. 

Una mattina Gaia fece una scoperta. 

Da diversi giorni la pioggia notturna aveva scavato una conca profonda nel terreno e, a quanto pare, delle rane vi avevano deposto le uova. Nell’immensa pozzanghera vi nuotavano frenetici una gran quantità di girini e a Gaia piaceva stare a vedere le loro codine imbizzarrite, e notare come ogni giorno fossero un po’ più grandi di quello prima. 

Iniziò a trascorrere molte ore di fronte al piccolo specchio e il tempo scivolava libero, semplice, in totale tranquillità.

– Anche tu li conosci? 

Gaia si voltò di scatto, gli occhi aperti e il torace irrigidito: una bambina forse più piccola di lei, bruna, scura come la pece, la osservava con un sorriso storto e malizioso. 

Gaia non le rispose.

– Ma lo sai che ti vedo tutti i giorni dal terrazzo di casa mia? Sto lì, vedi? Solo che mio fratello non mi fa uscire, dice fa troppo caldo e chissà cosa gli combino da sola. È uno stupido. Oggi non se n’è accorto che sono uscita. Sono Asia. 

Gaia continuò a fissare lo sguardo profondo della bambina e i suoi capelli neri e cortissimi; poteva sembrare un bambino se non fosse stato per il vestito lilla che indossava.

– Beh, oggi come stanno? Ieri erano già di meno, ho paura che se stanotte non piove si seccherà la loro casa.

La piccola si avvicinò con passo sicuro e vispo, si sedette accanto a Gaia e le fece un sorriso stretto e autentico, strizzando gli occhi e arricciando il naso. 

Gaia non disse niente, ma ricambiò il sorriso. 

Asia era un fiume di parole, un flusso continuo di confidenza tra acuti e domande, cui puntualmente Gaia non replicava; ma ad Asia non interessava: le piaceva il modo in cui l’amica la osservava, le sorrideva e, in qualche modo, le rispondeva con il movimento vivo degli occhi e del viso.

Asia si sentiva davvero ascoltata e non le servivano le parole per averne conferma. 

La pozzanghera divenne il luogo del loro incontro quotidiano. Se la notte non pioveva, le due bambine si armavano ciascuna di una bottiglia d’acqua da 1 litro e, nel pomeriggio, la versavano all’interno della conca per godere del vitale movimento dei loro girini. 

Il caldo dell’estate si fece però più afoso, e il sole ebbe campo libero per penetrare la terra con maggior arroganza.

Un pomeriggio Gaia arrivò per prima al campo, portava la bottiglia d’acqua, come al solito, ma giunta alla pozzanghera la sua figura esile e delicata non si specchiò in alcun modo. 

Sentì una corsa di passi sull’asfalto, il loro fruscio più vicino nell’erba e poi, lo scalpiccio secco sul terreno arido. 

Gaia si voltò, il volto incupito, le spalle ricurve e la bottiglia le scivolò dalla mano alzando una leggera nube di polvere.

– Sono morti. – le disse.

– Lo so, sono passata stamattina. – le fece eco Asia – Vieni, dobbiamo nasconderci.

– Nasconderci?

– Penseranno che li abbiamo uccisi noi.

– Chi?

– Le fate del fango! – e Asia le faceva un cenno veloce e agitato con la mano che la invitava a seguirla; si allontanava prima lentamente, poi sempre più di fretta sino a correre lungo la strada. 

A Gaia sembrò la sciocchezza più grande del mondo, eppure un fremito la smosse, le si accese una luce nel petto e, senza rendersene conto, stava già correndo dietro all’amica credendo di mascherare il sorriso beffardo che con energia le apriva il volto. 

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