Un istante, a volte, nella vita è tutto. Serve a dare forza alle certezze oppure a frantumarle. E in mente rimangono i dettagli: una postura, il colore del cielo, quello di un abito.
Tra le “Piccole storie per cuori aperti” c’è questa. Annarosa Granata racconta di un uomo e delle sue cose certe.

All’età di trentacinque anni, Armando si sentiva lietamente esatto nella sua tabella di marcia. 
La sua vita era stata un percorso piano, pressoché regolare, verso tutto ciò che aveva sempre immaginato.

Due lauree e un master, le prime esperienze nel suo settore e il contratto stabile per una grossa azienda; la convivenza con la ragazza del liceo divenuta quindi sua moglie, un figlio appena nato e un altro in programma; una casa spaziosa in un quartiere rispettabile, un cane; le grigliate saltuarie con gli amici di una vita e le serate dai rispettivi suoceri e parenti. 

Nessuno scossone aveva mai colto Armando impreparato, nulla gli aveva mai fatto pensare di aver intrapreso la strada sbagliata o di dover cambiare qualcosa. Egli si era sempre sentito nel posto giusto con le persone giuste, perciò non dubitava dell’autenticità della sua esistenza. 

Ogni cosa si era costruita con naturalezza senza grandi sforzi o turbamenti, ed egli si era sempre sentito al sicuro all’interno di quel futuro già immaginato, sperato e quindi apprezzato. 

La moglie, Linda, era la sua prima fonte di gioia. 

Linda era una donna sofisticata, acuta, di una bellezza naturale e quindi autorevole. 

Linda sapeva incantare le persone: nelle situazioni formali sapeva imbastire i discorsi più leggeri (ma mai frivoli o superficiali) o impegnativi, e ascoltava con interesse il più noioso dei presenti senza mai scomporsi; sapeva poi diventare l’anima della festa: divertente, ironica e con la giusta dose di imprevedibilità che sapeva spiazzare anche gli amici di lunga data. 

Armando era fiero, orgoglioso di Linda e gli piaceva stare con lei, uscire con lei, fare l’amore con lei. Sapere che era la donna che sarebbe stata al suo fianco per la vita, lo rincuorava oltremodo. 

Armando godevo dello scandire quotidiano e sereno delle sue giornate: era profondamente abitudinario, senza però volerlo ammettere o rendersene conto, perché attribuiva un valore dilatato a quei rari e piccoli imprevisti che spezzavano le solite ovvietà, e cui lui aderiva con un brivido che gli conferiva il temperamento, lui credeva, di un temerario.

Armando trascorreva la giornata in ufficio fino alle 17.30, tornava a casa e, cambiatosi, andava a correre con il cane. Tornato a casa trovava Linda intenta a preparare la cena, mentre lui faceva una doccia.  

È un martedì quando Armando finisce prima di lavorare e, nella via verso casa, decide di fermarsi al locale preferito di Linda dove fanno quei biscotti con le gocce al cioccolato di cui lei va matta. Gli piace farle queste piccole sorprese, sono piccolezze che alimentano il loro legame. 

Trova parcheggio e si avvicina spensierato verso la via del bar. È quando vi arriva di fronte, dall’altro lato della strada, che li nota.

A un tavolino appena dietro la vetrina siedono un uomo e una donna. 

L’uomo è imponente, più vecchio di lui, brizzolato ma dal portamento energico. La donna indossa un abito blu, i capelli scarlatti raccolti in uno chignon alto e parla in modo calmo, assorta nel compagno di tavolo.

Quella donna somiglia incredibilmente alla sua Linda, eppure Armando non conosce l’uomo che è con lei. Ma no, non è Linda. Così di spalle non può vederle il volto ma non è lei. L’ha sentita prima al telefono, era a fare la spesa. 

Armando scaccia la visione della coppia con un movimento brusco della testa, e torna col pensiero ai biscotti. Attraversa la strada e da lì, a qualche metro di distanza, vede l’uomo al tavolo che sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio della donna. Le sorride dolcemente e lei ricambia. 

Così, di profilo, sembra proprio il sorriso di Linda, ma non è lei. Nota dunque l’altra mano di lui che sosta sul tavolo, e quella di lei poggiata sopra. Anche gli anelli gli sono famigliari. 

Armando sta in piedi, dritto, sul marciapiede, gli occhi che attraversano la vetrina, e il cuore inizia a percuoterlo nel petto. Ha caldo e freddo, i pensieri sono un turbinio incontrollato. 

I sandali, anche Linda porta dei sandali così, e la borsa, pure, poggiata per terra; il vestito, forse, è quello che hanno comprato al mare?

Armando si poggia al muro, ansima incontrollato. 

Chiude gli occhi e la bocca, inspira ed espira dal naso. 

– Non è lei. – si ripete – Non è possibile. Conoscerei quell’uomo. Non è Linda. 

Si concentra sul respiro e, lentamente, il petto rallenta e si calma. Si concentra sugli odori, i rumori della strada, la ruvidità dei mattoni a contatto con la sua pelle. Rimane così per diversi minuti. 

A un certo punto, apre gli occhi, il viso di cera, lo sguardo inerte, si stacca dal muro e muove le dita delle mani. Piega la testa e osserva il cielo: è nuvoloso, chiama pioggia. Attraversa la strada, giunge alla macchina, sale e mette in moto. 

Arrivato a casa Armando si fa una doccia e indossa una tuta. 

È in cucina quando sente Linda rientrare.

– Amore, sono a casa! – la sente urlare, con la voce di ogni sera. 

Armando non risponde, attende che gli vada incontro.

– Dove sei stata? – le chiede con calma.

– Ho fatto la spesa, te l’ho detto.

Poggia le borse sul tavolo: è vero, ha fatto la spesa. È vero, gliel’aveva detto. 

– Tu? Sei in anticipo stasera. Come è andata la tua giornata?

La osserva, la guarda come fosse una sconosciuta per la prima volta nella vita, ma non nota nulla di inusuale: è la sua Linda, la Linda di sempre. Si schiarisce la voce. 

– Come al solito, amore. Come al solito.

Armando nota la rifinitura dell’abito blu e la compostezza dello chignon alto. I capelli raccolti risaltano l’armoniosità del volto ed è ancora più bella.

La bacia sulla tempia e con un fischio richiama il cane per il consueto giro della sera. 

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