Una giornata piena dei soliti doveri: Giorgia porta i bambini a scuola, poi corre in ufficio, riprende i bambini, prepara la cena, sistema la casa, e via dicendo. Carlotta si sta lamentando di un compagno di banco, mentre Luca gioca sotto il tavolo con il telefono del padre. “Vado in bagno” dice piano Giorgia, e senza essere inseguita da sguardi indagatori, in camera si lancia sul letto sfinita. Chiude gli occhi e sospirando assapora il momento di stacco lontano da tutti, a lei vitale e rigenerante. Il trucco del mattino lascia intravedere le occhiaie violacee, accentuate dall’alone nero del mascara sbavato. Brevi ramificazioni si aprono attorno alle ciglia che di nuovo si spalancano e, piegando leggermente la testa di lato, osservano l’armadio attaccato alla parete. Giorgia vede la pila di libri impolverati e vi si sente istintivamente attratta, nonostante sia da tempo che non vi mette mano. Si alza fiaccamente dal letto e vi si porta davanti: li scruta con attenzione, passa l’indice avanti e indietro su una fila di titoli, finché non ne prende uno. Lo aveva comprato da giovane e ricorda che l’aveva trasportata in città incredibili durante la consueta tratta Bologna – Verona. Rivuole quella sensazione. Apre il libro e qualcosa si libera dalle pagine cadendo a terra. Una lettera.

Le basta un attimo per capire di cosa si tratta. È una sua lettera. È scritta su una carta rosa con una penna rossa, una grafia terribile che ancora la commuove. Dice “Per Gigì”: si era scordata che la chiamava così. Quel nomignolo le spalanca una porta che non ricordava nemmeno di aver chiuso: un turbinio di immagini la sommergono e la sua voce, dopo anni, le appare cristallina ora nella stanza:

 Gigì, passo a prenderti domani! Gigì, muovi quel culo. Ma che ti passa per la testa, parla Gigì!

Ha letto la lettera per tre volte di seguito. Ci si è tuffata dentro come quando d’estate, in una giornata torrida, ci si butta tra le onde del mare. Sperava di ottenere lo stesso sollievo, la medesima distensione d’animo: quando il corpo viene accolto nella freschezza dell’acqua e finalmente trova pace. Questa lettera le sta scompigliando il petto e nonostante fuori sia il gelo, una fiamma le incendia la nuca. È una lettera davvero semplice, e il suo contenuto non fa che riportarla in quei giorni colmi della loro adolescenza, quando ogni fatto era cruciale e le emozioni si stipavano in ogni millimetro di pelle.

Andavano tutti i pomeriggi da Sante dove compravano due pacchetti di patatine alla paprika e due coche. Li buttavano nel cestino e, Giorgia pedalando, l’amica avvinghiata alla vita, si portavano al molo. Di tanto in tanto le faceva il solletico e sbandavano malamente verso il centro della strada procurandosi suonate pesantissime dai veicoli alle loro spalle. Era così. Quando stavano insieme ogni cosa era e restava alle loro spalle. Non si curavano di niente se non di loro stesse, dei loro desideri e della voglia di ridere di tutto. Gli ultimi metri di strada erano lungo la via dell’argine ricoperta di sassi, la bici arrancava mentre loro cantavano a squarciagola quella canzone odiosa che parla della disperazione di un amore finito. Prendevano in giro quella disperazione. Che avevano da raccontarsi per ore su quelle travi di legno marcio e consumato? Non saprebbe dirlo, ma il tempo filava via come la corrente verde sotto di loro.

Continua a rileggere il nomignolo con cui la chiamava. Come ha potuto scordarlo, seppur momentaneamente? Per anni è stata la sua Gigì. Per anni sono state la compagnia quotidiana l’una dell’altra. Tutto ciò che conosce del mondo, l’ha scoperto insieme a lei.

Un richiamo arriva dalla cucina e come uno schiaffo riporta Giorgia dentro la sua casa, con la sua famiglia. Rimette la lettera nel libro e lo poggia distrattamente sul comodino, torna quindi in cucina. Carlotta continua a raccontare della scuola, Luca è corso a giocare in divano, il marito ascolta la figlia. Giorgia sparecchia velocemente e distrattamente: una nebbia le ostruisce i sensi. Tutto le appare sfocato e lontano, lei stessa si sente sconosciuta. Solo una domanda continua ad assillarla e non trova risposta. Una domanda che per anni non si era mai posta, ma ora le sembra l’unica vera urgenza da risolvere per poter continuare a respirare.

“Amica mia, dove sei?”

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