Lights hanging from a pole

Da cinque mesi Giulio si era trasferito in città per essere vicino al lavoro e ancora, nonostante il suo spirito aperto, vi si sentiva un estraneo. Vi erano degli scorci che riconosceva essere poetici e maestosi: la fontana nello spiazzo dietro scuola, la via alberata della stazione, i portici del centro gremiti di gente e loro custodi. Questo era il problema: aveva trovato calore nei dettagli che costituivano la città, ma non nelle persone che l’abitavano. 

Giulio aveva sempre amato stare solo e infatti volentieri attraversava il centro e le vie sconosciute, ma arrivavano giornate dove comprendeva che quel suo vagare solitario non era una scelta, ma l’unica condizione possibile. Sentiva l’assenza dei suoi colli, delle passeggiate in compagnia tra i sentieri che diventavano notti, e poi albe, a parlare, aprirsi, condividersi. I volti dei suoi amici erano fantasmi benevoli che ogni giorno lo riportavano a quando egli era stato felice, ricordandogli che ora non lo era più.

È un pomeriggio tardo di primavera, quando le giornate iniziano ad allungarsi e alcune sere si vestono d’estate da tanto sole si è impigliato tra le strade. Giulio decide di percorrere una strada diversa dal solito iter per andare a prendere la cena in gastronomia. Gli piace uscire in bici perché gli schiarisce la mente, è il suo modo per liberare lo stress e gli sembra di assaporare in modo più autentico i tratti caratteristici della città. 

Mentre osserva il passaggio di un gruppo scalmanato di bambini, nelle loro uniformi impeccabili bluette, una musica s’insinua nelle orecchie di Giulio. Una musica concitata, allegra, viva. Gli pare che provenga dal lato opposto della sua destinazione, noncurante di ciò Giulio gira la bici e si mette in marcia smosso da enorme curiosità. Con cautela inizia a raccogliere una a una le note che incontra per via e velocemente si fanno sempre più robuste e chiare; riunite tutte, arriva finalmente alla loro fonte: un muro di palazzine sbiadite. Per un attimo una forte delusione lo avvolge, ma la musica è lì, in qualche punto tra le case, la sente.

Si domanda come abbia fatto a non capitare mai in quella zona della città prima d’ora, e con un’alzata di spalle prosegue la sua investigazione. Inizia a seguire il perimetro dei palazzi dove nessun passaggio sembra aprirsi finché, nell’ultimo fianco di questo quadrilatero di edifici imponenti, un’apertura lo accoglie con un sorriso. Una galleria semibuia ferisce un’abitazione, Giulio lascia la bici su un fianco dove altre già sostano e la percorre fino in fondo. Si ritrova finalmente alla visione di ciò che lo aveva richiamato: una piazza larghissima, circondata e racchiusa dal retro delle case, con un parco addobbato a festa e stracolmo di persone. C’è chi chiacchiera, chi balla e chi canta; brindisi continui, sorrisi che spaccano la faccia, risate che sovrastano la musica. Tutti sembrano conoscersi. Si abbracciano, si chiamano con fischi o nomignoli, condividono una gioia che pare follia. La musica sussurrante della strada è ora padrona dell’euforia generale e ne riempie i corpi, i pensieri, le intenzioni.

Giulio si inoltra in mezzo alla folla: ci sono giovani, anziani, donne e uomini; seduti o in piedi nel mezzo della calca, un gruppo di persone impugna uno strumento ciascuno e produce la melodia che come una fune lo ha trascinato fin lì. Il suo primo pensiero è di essere capitato a una festa di matrimonio, eppure in alcun angolo riconosce i protagonisti innamorati e abbelliti. Nessuno è vestito in modo elegante, sembrano capitati per caso, come lui ora, alla festa più divertente di sempre.

Individua nell’angolo in fondo a destra un bar piccolo e luminoso, l’esterno in legno e l’insegna sbiadita che non si concede agli osservatori. Davanti al bar, ma un po’ ovunque nella piazza, vi sono tavoli e sedie sparsi in modo casuale, abitati o disabitati; è come se non vi fossero dei confini, ma ogni punto della piazza sia perfetto per conversare o cantare, scuotersi all’infinito o gustare in silenzio la spontaneità generale. Giulio è disorientato, confuso e sorpreso; l’anima gli si gonfia talmente tanto che gli pare di non poterla più contenere. In quel marasma, riesce ad attirare l’attenzione di una donna tracagnotta dagli occhi luccicanti, con l’abito rosso bagnato dai balli consumati.

La richiama con un cenno della mano e appena le si avvicina, strizzando gli occhi per il forte rumore, urla: -Scusi signora, ma che piazza è questa?

La donna non ha mai smesso di danzare, e alzando le braccia verso il cielo, in una giravolta ribatte: -Bello mio, questa è la piazza della vita. Chiunque voglia starci non solo è il benvenuto, ma ne diventa il proprietario. 

Giulio aggrotta la fronte ma un sorriso malizioso gli scavalca qualsiasi pensiero. La donna gli afferra una mano: -Come ti chiami?

Colto di sorpresa e obbligato a muoversi al suo ritmo, egli sospira il suo nome. 

-Giulio, Giulio!- urla come se le avesse appena svelato la soluzione a un problema -Franchino, vieni a conoscere Giulio, stiamo nella sua piazza!  

E quella sera Giulio conobbe non solo Franchino e Carlotta, la donna in rosso, ma anche Filippo, Paola, Lucia e Vanni. Nomi sconosciuti che negli anni divennero per lui i più cari. A partire da quella piazza, tutta la città fu improvvisamente sua. 

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