Vi era una casa, nella via che lo conduceva a scuola, che intrigava oltremodo lo sguardo di Cesare.
Era una villa alta e quadrata, circondata da un prato selvatico e nascosto da un’alta siepe di foglie verdi.
Quella casa aveva l’aria di essere stata abbandonata a se stessa da molti anni: il recinto perimetrale era arrugginito e impolverato, il giardino non era minimamente curato e l’erba, le piante selvatiche crescevano incontrollate attorno a un tavolo con due panche di marmo ricoperte da uno morbido strato di muschio; l’intonaco del muro era incrostato e aveva perso qualche pezzo lasciando intravedere l’anima grigia della dimora.

Dalla strada era possibile averne uno sguardo più ampio solo attraverso il piccolo cancelletto ove non s’imponeva la siepe. Da lì era visibile la piccola giungla che attorniava la casa, la quale si apriva di lato, ad angolo, e vi si poteva notare solamente la porta d’entrata sul lato sinistro e a destra, alta e rettangolare, un’ampia finestra. Cesare scrutava con ingorda curiosità l’interno della finestra che era nascosto da una tenda a fasce, rossa, che copriva tre quarti della visuale ma all’angolo, in alto a sinistra, lasciava intravedere la fine di un quadro. La tenda era di un rosso sbiadito divenuto salmone, i lati erano sfilacciati e pendevano dalle fasce immobili, come tutto appariva in quella dimora.

Cesare si era convinto, per tutta questa serie di elementi, che quella fosse una casa disabitata. Per questo motivo era profondamente turbato da un ulteriore dettaglio: il piccolo cancelletto che gli permetteva di violare l’intimità oscura della casa era, ogni giorno, appena socchiuso. Cinque centimetri di spazio lasciavano il cancello aperto sul mistero di quel luogo, ed egli fremeva dalla voglia di entrarvi e contemporaneamente ne era terrorizzato. Per ora il suo coraggio lo spingeva a intrufolarsi dentro unicamente attraverso lo sguardo, che addentava lentamente e con minuzia ogni angolo che potesse raccontargli qualcosa di più della casa, della sua storia e della solitudine che l’avvolgeva.

È un pomeriggio freddo e buio quando il solito transito di Cesare verso casa viene gelato da qualcosa che credeva impossibile. La finestra dalla tenda rossa appare, per la prima volta, illuminata. Per diversi istanti Cesare fissa a bocca aperta la finestra, poi, velocemente, analizza il perimetro della casa, il giardino, l’entrata, il cancelletto: tutto è come al solito, nulla sembra variato. La luce soffusa della finestra, d’altronde, risalta la povertà della tenda e mette in evidenza i colori vivi del paesaggio interrotto nel quadro. Deglutisce, e senza neanche pensarci Cesare sposta il cancello con la mano per entrare con pochi e titubanti passi dentro il giardino.

Ci sono tantissimi alberi che vede per la prima volta, solitamente nascosti dalla siepe; il resto gli appare ormai famigliare. Si avvicina alla finestra e da quella nuova angolatura scorge nuovi elementi: una poltrona in pelle marrone e una lampada arancione, accesa, fonte dell’attuale luce. Si avvicina di più, vuole vedere per bene il quadro, scoprire finalmente cosa contiene. Lo scorge per pochi secondi: il movimento oscuro di un’ombra vi si pone davanti bloccando la visuale. Gli occhi di Cesare, prima in fessura nello sforzo di entrare nel dipinto, si spalancano d’improvviso: teme di essere visto, peggio, riconosciuto e punito per quella violazione. Di corsa si lancia fuori dal giardino, e senza mai guardarsi indietro, inciampando più volte sull’asfalto freddo, giunge a casa senza fiato, ansimante, incapace di proferire una singola parola.

Per un mese Cesare percorre la strada parallela per andare a scuola e quando finalmente la curiosità si fa troppo ingombrante, torna sulla via abituale dove la casa gli appare come è sempre stata: cupa, trascurata, immobile. Nessuna luce vedrà più accesa, né il cancelletto troverà più socchiuso.

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