I legami familiari ci restano cuciti addosso come abiti. Si stropicciano, si strappano, a volte, ma hanno la resistenza del tempo. Lo impariamo fin da bambini. Annarosa Granata lo sussurra in questo racconto di crescita, di iniziazione alla vita.

Nico era legato da un profondo affetto a suo fratello.

Era di dodici anni più grande di lui, eppure non lo aveva mai fatto sentire inferiore. Giorgio non lo trattava da bambino ma come un suo pari, e da lui aveva imparato quasi tutto ciò che conosceva.

Da qualche anno, dopo la morte della nonna, il fratello maggiore si era trasferito a casa del nonno, non troppo distante da quella di famiglia, e Nico aveva sofferto di quel distacco. Sapeva, comunque, che in qualsiasi momento avrebbe potuto raggiungerlo.

La loro più grande passione, quella che Giorgio aveva saputo trasmettergli e permetteva loro di trascorrere maggior tempo insieme, era la pesca. 

Tutte le sere d’estate, dopo cena, Nico si portava al canale vicino casa e preparava con grande minuzia tutto il materiale che il fratello gli aveva insegnato ad imbastire. C’era un ordine, un metodo illogico ma delicato che faceva muovere le mani di Nico tra le esche e gli ami; la canna era il suo strumento e la impugnava con lo stesso amore che un musicista impiega nel produrre un suo brano. 

Nico gustava in solitaria i preparativi e amava sistemare anche la postazione del fratello, poi, verso le 21, finalmente, dalla via di fronte, vedeva Giorgio che, staccato dal lavoro, energicamente muoveva i grossi polpacci sulla bici verde bottiglia del nonno e scivolava sull’asfalto sino a lui; buttava a terra il mezzo, s’accostava al fratello, e poggiando le mani sulle sue spalle gli chiedeva con ironia:

-Ancora niente, vè? Mancavo io.

Nico gli pizzicava allora le gambe tirandogli i peli e il fratello si dimenava come uno di quei pesci che, speravano, avrebbero pescato di lì a poco. 

Non esisteva più il tempo in quella loro parentesi serale: sostavano in silenzio, eppure era un silenzio colmo, emozionante, pieno del loro legame.  

Fu verso la fine di Giugno che Giorgio smise di presentarsi tutte le sere. 

La madre spiegò a Nico che doveva fare gli straordinari al lavoro, e non aveva tempo per starsene ore a fissare l’acqua insieme a lui.

Nico pazientò, s’abituò anche a star solo, ma quando sentiva una bici rotolare in lontananza lungo la via, il cuore s’infervorava e, alla vista del fratello, il volto gli si accendeva come un sole. 

Una sera in cui un’aria insolente puliva le strade e dava tregua dall’afa estiva, Giorgio si presentò tardi: era cupo eppure gli sorrideva, ma Nico vedeva che era un sorriso forzato, macchinoso, che celava paura.

Doveva partire per Milano, aveva trovato lavoro lì e sarebbe stato ospitato dai parenti di papà. Con un tonfo sprofondò il cuore di Nico. 

-Quando ci vedremo?

-Non lo so. Tu non mi aspettare, fai le tue cose come sempre. Ci rivedremo. 

Quella notte stettero insieme fino all’alba. Un cielo aranciato li accolse e, prima di andarsene, Giorgio posò le mani sulle spalle del piccolo, le fece scivolare sul petto e, incrociandole, lo strinse forte.

Nico ogni giorno chiedeva alla madre notizie del fratello, racimolando ben poche novità: era felice, lavorava tanto, non sapeva quando sarebbe tornato: tardi, sicuramente tardi, meglio non pensarci. 

Ogni sera Nico si portava al canale, preparava il materiale al solito, e attrezzava entrambe le canne da pesca affondandole in acqua. Spesso fissava il vicolo di fronte, e ancora s’accendeva a ogni rumore di bici. 

Così passarono due mesi.

È un giorno di fine Agosto, Nico non ha più sentito la voce del fratello, si è addirittura stancato di ricevere le risposte fastidiose ed evasive della madre che non osa nemmeno pronunciare il suo nome. 

Cena frettolosamente, è stanco, ha fretta di uscire: sente il bisogno impellente di stare solo. 

Addenta una pesca, un’altra la mette in tasca. Corre in camera, prende le due borse a fianco dell’armadio, sta per correre giù quando dal bordo delle scale sente singhiozzare. È suo padre, ancora.

Velocemente scende, ma dopo pochi passi non sente più nulla. In cucina sua madre sta in piedi e copre il volto del marito, fissa Nico in modo stizzito e con un movimento deciso della testa gli indica di uscire.

Nico è confuso ma non fa domande e di corsa, finalmente, giunge al canale dove tutto viene preparato. 

Non vedeva l’ora di star solo, eppure, ora che è lì, qualcosa gli si agita dentro. 

Trascorrono diverse ore, si fa notte fonda, ma Nico non riesce ad alzarsi, non riesce a muovere nemmeno un muscolo. Né le mani, né le gambe si prestano ad alcun movimento: il caldo è torrido, il suo corpo pare gelato. Gli appare impossibile poter tornare a casa e così, col rumore pesantissimo del suo sentire, fissa il movimento lento dell’acqua.

Una delle due canne, poi, inizia a tirare: è quella di Giorgio e in un attimo Nico è in piedi, esplode di tutta l’energia che sembrava persa e, prontamente, si dedica a tirare con tutte le sue forze. Ha caldo, non un filo d’aria si muove e ogni movimento gli costa nuove gocce di sudore sulla pelle bruna. Manca poco, lo sente, e con un ultimo strappo fa un passo indietro, perde l’equilibrio e cade a terra: l’amo scivola fuori dall’acqua, è vuoto, pulito, privo di pesce o di verme: deve essere riuscito a svincolarsi. 

Non è la prima volta che gli succede, eppure un’angoscia opprimente gli attanaglia la gola. 

Si alza dall’asfalto, si sfrega le mani sui pantaloncini, con la maglia rimuove il sudore dal viso e, sovrappensiero, alzando il volto, gli occhi s’incastrano nel vicolo di fronte a lui. 

In quel preciso istante, tutto il malessere di Nico si trasforma, lo percorre dall’interno e sale, gli giunge alla testa e assume la forma di un nitido, indubbio pensiero: non vedrà mai più suo fratello. 

Il petto gli si spiana, un gran vuoto gli appesantisce gambe e braccia e, estraendo il frutto dalla tasca, si siede e attende l’arrivo dell’alba. Spera con tutto il cuore che sia color arancio. 

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