L’affetto e la comprensione spuntano fuori da sguardi e da luoghi inaspettati. Hanno una forza incredibile. La forza di farci sentire parte del mondo, anche quando il mondo nel quale siamo abituati a vivere prova a dirci il contrario. Leggete questa piccola storia di Annarosa Granata per sentire una tale forza silenziosa e potente.

Alberto viveva con grande tormento e terrore la presenza del padre. 

Il padre era un uomo alto e magro, i capelli color cenere, gli occhi cerulei e incassati come lo specchio di un lago; il volto era spigoloso, squadrato, le labbra fine e strette serrate in un breve tratto, le narici normalmente dilatate. Era un uomo fastidioso e permaloso che non aveva alcuna grazia nei confronti del figlio e che, anzi, considerava un impellente capriccio cui malvolentieri doveva dedicare attenzione. 

Nemmeno la madre dimostrava affetto per Alberto: non era quasi mai presente e non si curava di lasciarlo al malessere del padre che, lei per prima, voleva evitare.

Qualunque cosa avesse fatto, Alberto sapeva che sarebbe stata sbagliata agli occhi torvi del padre. 

Se egli non faceva qualcosa, veniva sgridato perché non l’aveva fatta e si era dimostrato egoista.

Se egli faceva quella cosa, veniva sgridato perché era stata fatta male o non era il momento giusto per farla o, peggio, l’aveva fatta senza un briciolo di cura ma unicamente per non essere rimproverato. E puntualmente, comunque, veniva rimproverato. 

Alberto, poi, era sfortunato nell’essere incredibilmente sbadato di sua natura. 

Egli era un animo trasparente e creativo, non amava i lavori pratici che suo padre lo obbligava a fare e, anche nelle faccende quotidiane, non aveva attenzione per ciò che lo circondava. 

Prontamente: un bicchiere gli sfuggiva, le chiavi gli cadevano, o lui stesso s’imbalzava, sbatteva, scivolava e, anche se nulla veniva guastato, il rumore dell’errore giungeva sino all’altezza imperiosa del padre che con una ghigna sprezzante malediceva le distrazioni involontarie del figlio.

Un giorno Alberto fece una caduta rovinosa dalla bici mentre giocava al parco con degli amici, e tornato a casa zoppicante e con la bici a mano, il padre si avvicinò a lui con passi dilatati, lo agguantò per la maglia e gli fece cadere il mezzo. Gli urlò così forte e da così vicino che Alberto dovette serrare gli occhi e strizzarli fortissimo per limitare l’impeto di quella voce: non sapeva neanche andare in bici, disgraziato, e chi la aggiustava adesso? Chi sarebbe stato con lui nei giorni successivi? Guai se avesse disturbato sua madre per colpa della sua inadeguatezza. 

Alberto, ingoiando a fatica le lacrime e cercando di ignorare il macigno che gli pesava alla gola, promise al padre che avrebbe sistemato tutto lui, gli chiese scusa, né lui né la madre avrebbero dovuto preoccuparsene; tutto ciò lo proferì con un filo di voce e senza entrare nelle acque torbide del suo sguardo.

Il giorno dopo, come era stato stabilito, il padre partì per un breve viaggio di lavoro e la madre non si fece vedere. Venne allora chiamata Lucia, la vicina, a fare compagnia al ragazzo e controllare che non desse altri problemi.  

Lucia era una signora alta e magra tanto quanto il padre, portava i lunghi capelli castani raccolti in una treccia, gli occhi erano due gemme verde bosco, profondi e vivissimi, e una voglia che somigliava a una freccia puntava il suo orecchio destro, nella parte bassa della guancia.   

Il primo giorno a casa con lei passò disteso: Lucia sedeva la maggior parte del tempo a leggere in divano bevendo bicchieri colmi di latte e menta, Alberto si dedicò ai suoi fumetti in giardino. 

Il secondo giorno Lucia propose di trascorrere la giornata al mare: avrebbero fatto qualcosa di diverso senza il rischio di annoiarsi sempre in casa. Fuori era troppo caldo per giocare sull’asfalto. 

Alberto annuì titubante alla proposta, non tanto perché il mare non gli piacesse, ma perché nessuno degli adulti che egli conosceva gli aveva mai fatto una proposta del genere. Nessuno aveva mai esplicitato l’intenzione di passare del tempo insieme a lui, moccioso intralciante qual era. 

Una brezza costante e puntigliosa li accolse al Bagno Corallo. 

Lucia ebbe gran cura di sistemare un lettino all’ombra per Alberto e gli avvicinò una sacca di tela azzurra che aveva portato da casa: conteneva i vecchi giochi da mare dei suoi figli, ormai adulti; Alberto non era più un bambino, ma se avesse voluto giocarci non faceva male a nessuno. 

Mentre Lucia sonnecchiava sotto il sole, Alberto sbirciò dentro la sacca: conteneva diversi secchielli e palette in plastica di varie forme, un barattolo di conchiglie e uno di biglie, un frisbee giallo, cinque macchinine giocattolo. Alla vista di quei balocchi egli alzò le sopracciglia e strinse le labbra: mica aveva cinque anni per fare i castelli di sabbia! Sogghignando si coricò dunque alla sua postazione e si mise a leggere immerso nelle vignette colorate. 

Sfogliava e sfogliava, ma dovette tornare indietro di qualche pagina perché la mente non sentiva ciò che gli occhi raccontavano. Alberto non riusciva a togliersi dalla testa il luccichio delle biglie. 

Si guardò attorno: Lucia russava leggermente, vicino a loro pochi ombrelloni erano occupati e principalmente da anziani, sulla battigia qualche passante distratto circolava. Nessuno lo avrebbe notato, poteva fare una pista estesa e dettagliata, dopotutto non era un gioco da bambini, ci voleva precisione e tecnica per studiarla a dovere. 

Si portò la sacca vicino alla riva e, spianata la base, iniziò a delineare i suoi percorsi. Era concentrato a scavare con forza quando la paletta che reggeva si piantò storta sulla sabbia compatta e, piegandosi, si spezzò brutalmente in più frammenti.

Alberto sentì un gran calore partirgli dalla pancia e salirgli sino al petto, il cuore rallentò ma si fece pesante, gonfissimo, e la bocca gli si seccò. 

Raccolse immediatamente tutti i pezzi e corse fino all’ombrellone, Lucia ancora teneva gli occhi chiusi ma non era più addormentata. La chiamò con voce flebile e tremante, lei aprì gli occhi, vide il volto paonazzo e disperato del ragazzo e scattò a sedersi sul lettino.

-Cos’è successo? Ti sei fatto male?

Con le mani gli toccava le braccia e le gambe e lo frugava con gli occhi alla ricerca di una ferita. Con la voce spezzata Alberto gli spiegò l’accaduto: era mortificato, ne avrebbe comprato una nuova e avrebbe messo via la sacca senza più toccarla.

A quelle parole, Lucia distese le rughe della fronte e addolcì gli occhi. Lo fece sedere a fianco a lei, e carezzandogli la schiena gli disse:

-Sono cose che capitano a tutti. Non è un problema. Gli oggetti si rompono, l’importante è che tu stia bene. 

Alberto fissava a terra il movimento dei granelli di sabbia, ascoltava il fruscio leggero sulla schiena che lo faceva distendere e il cuore gli sembrò meno chiassoso, il calore interno smise di bruciare. 

Non riusciva a esprimere a parole la leggerezza che il suo animo scopriva, così, voltandosi, guardò Lucia negli occhi smeraldi e le sorrise. Gli parve di poter entrare in quel verde e da lì, a passi quieti, si ritrovò in un giardino segreto, ombrato, dove il prato è alto e soffice, fresco, e vi si può sostare a totale piacimento senza che un sol rumore giunga a disturbare.

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