Questa è la storia di un sogno, di un desiderio. È una delle “Piccole storie per cuori aperti” di Annarosa Granata, che le parole le mette vicine come se si abbracciassero. E anche quando devono avere a che fare con un concetto un po’ cagnesco, loro, le parole, sembrano fremere dalla pagina come stelline nel firmamento. E luccicano, come luccica una lacrima.

Lucio se ne stava, ormai da mesi, inerte, trascinato dallo scandire prevedibile e consolante della sua routine. E i mesi, così trascinati, trascorrevano senza un filo di convinzione, senza una vena di sorpresa o di gioia per la vita. 

Eppure, Lucio non se ne curava. Non poteva curarsene perché per lui quella era la sua vita e quello era l’unico modo di viverla. D’altronde, egli non sentiva alcun bisogno di dover cambiarvi qualcosa.

Ogni giornata, dunque, procedeva come la precedente e rispecchiava la successiva: Lucio si alzava e si preparava per andare a lavoro; lì vi trascorreva le quattro ore del mattino e del pomeriggio, tornava a casa per il pranzo e quindi per la cena, la sera guardava il programma di quiz per un’ora, il massimo che potesse sopportare, dopo di che si lavava, s’infilava a letto e, senza grossi fastidi, s’addormentava. 

Lucio non coltivava relazioni, perciò non ne possedeva; non s’interessava di nulla, perciò nulla lo stimolava. 

Era un uomo che non si poneva domande e trovava sicurezza dalle poche cose che conosceva a memoria e che abitavano la sua casa e che, certamente, non potevano deluderlo. 

È una mattina di giugno ed egli, come ogni mattina, dopo essersi lavato e vestito, fa colazione con un caffè e una banana, dopo di che chiude meticolosamente la casa e, ricordando di aver sentito piovere la notte stessa, afferra distrattamente l’ombrello blu prima di uscire, chiudere la porta e poggiare i piedi sulla strada.

Ed è qui che Lucio, solito incamminarsi con aria apatica, si ferma come inchiodato. La fronte inizia a corrugarsi e gli occhi specchiano il movimento dei suoi pensieri, prima lento e insicuro, ora caotico e frastornato. La bocca si apre leggermente sotto lo spessore dei suoi baffi.

Non piove, l’asfalto è umido e scuro e un’aria pungente, fresca è padrona delle strade. 

Ma dove è Lucio non vi è asfalto: solo terra, sassi ed erba. Erba verde e altissima, selvatica. 

Lì Lucio ha occhi piccoli e vivaci. Veramente, tutto di Lucio è più piccolo ma vitale, genuino, sincero; e non ha baffi. 

Corre come un pazzo lungo il sentiero che porta al torrente, si lascia spingere dai livelli scoscesi del suolo e nella corsa gioca a prendere le pozzanghere, ogni tre schivate. 

Al torrente osserva un masso enorme, il più grande di tutti e immagina di potersi lanciare in acqua ed essere salvato da quel masso. 

-Luciooo, è pronto! Vieni. – è la zia Anto che puntuale, come ogni giorno, annuncia il pranzo a tutta la famiglia. Lucio taglia per il prato, sente l’erba e i fiori accarezzargli le gambe, il sole intenso sulla pelle e i grandi massi appuntiti, tutti attorno a lui, lo osservano amichevolmente. 

Quanto è buona l’aria di montagna, pensa Lucio. È come bere un bicchiere d’acqua e sentirsi pieni di forze. 

Certo, non è solo quello. 

È la casa, piccola e bianca con i balconi scuri; la tettoia sul retro bandita per i pasti; la collinetta dove poi prendere il sole con Gaia e il campo da gioco dove trascorrere il pomeriggio con i cugini. 

La risata bassa e contagiosa del padre; il piccolo Pepi che scodinzolante va a caccia di lucertole e non lo si schioda neanche con la pancetta; le guance rosse della Cami bagnate dall’acqua gelida del ruscello; quella stessa acqua sui piedi stanchi e roventi dopo una passeggiata; il sapore di una mela addentata con avidità. 

Una lacrima scende, riga la pelle dura di Lucio, sorpassa il baffo, scivola sul collo tronfio e viene assorbita dal colletto azzurro della camicia. 

Inspira profondamente Lucio, ed espira. 

Sembra proprio la stessa aria. 

Chiude gli occhi e, ancora più profondamente, sorseggia assettato il profumo di quel ricordo.  

Apre gli occhi, riprende controllo del proprio corpo ma deglutisce a fatica; si scruta attorno, impugna con fermezza l’ombrello e, lentamente, un passo dopo l’altro, si avvia verso il lavoro.

Lucio si convince di riprendere un giorno come un altro, ancora non sa che i suoi occhi hanno cambiato luce. 

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