Ecco la seconda puntata del percorso che Elena Cardillo sta conducendo dentro il nuovo cinema italiano. Tocca, stavolta, ad Alessandro Rossetto.

A settembre il suo ultimo film, Effetto domino, è stato presentato nella sezione Sconfini alla 76a Mostra del Cinema di Venezia. Un film che disperde un po’ di energie ma ha il pregio di mappare un territorio. Il nord est. Precisamente lo spicchio stretto tra Abano e Montegrotto Terme.
Alessandro Rossetto, padovano classe 1963, ha uno sguardo dall’alto.

Il suo primo lungometraggio di finzione, Piccola Patria, in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia nel 2013, abbraccia un tratto di nord est non meglio precisato tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, e restituisce una topografia del territorio, della società e della cultura accurata e impietosa. Un esordio narrativo riuscito e compiuto.

Un senso di continuità

C’è un filo che lega i due film. Un discorso che il regista non abbandona e, anzi, porta avanti con convinzione.

«Voglio considerare il film come l’ideale continuazione del mio lungometraggio precedente, Piccola Patria. Un’altra faccia del nord est italiano, un territorio inteso come “landscape filosofico”, stessa lingua che fa comunità, stessa muta di maschi in bilico sul baratro, stesse femmine cardine – mogli, madri, figlie – e stessi cuori infranti e tanti o pochi soldi (schei)», dice nelle note di regia su Effetto domino.
A guardare i due lavori sembra che il primo abbia preparato il terreno per il secondo.

Effetto domino parte da un’idea di territorio alla deriva, devastato dalla speculazione edilizia, spremuto e abbandonato. Decine di alberghi in disuso diventano il cuore di un progetto ambizioso che dovrebbe riconvertire e dare nuova vita ai luoghi, alle persone, alla comunità intera. Un imprenditore locale convince una serie di finanziatori a investire in residenze di lusso per anziani facoltosi, desiderosi di pace e benessere. Ma poi entrano in campo i pesci grandi, squali d’oltreoceano che lavorano nell’ombra e mandano alla deriva tutte le piccole imprese del territorio.

Rossetto racconta una storia di ordinaria attualità, dedicando un’attenzione minuziosa a quello che chiama “landscape filosofico”, senza però incidere con forza sul materiale complesso a disposizione.

A volo sul paesaggio

Un lavoro fino di punteruolo molto più evidente in Piccola Patria. Qui il territorio non è l’oggetto, lo strumento della deriva, ma è lo scenario. Diventa anticipazione del secondo film per l’uso sapiente ed efficace che il regista ne fa.

L’attenzione è sulla deriva culturale. Il nord est è osservato per i suoi aspetti di chiusura, di arretratezza di pensiero. Due ragazze in una provincia smorta, dormiente, accasciata, cercano una via di fuga, un modo per andare via e costruire sogni. Attraverso i loro tentativi contorti di forzare le cose, il regista stende davanti a noi il panorama desolato della contrapposizione tra “locali” e “foresti”, della discriminazione, del dominio maschile e patriarcale fatto di “maschi in bilico” e “femmine cardine”.

Su tutto, come una punteggiatura a dare cadenza, bellissime riprese aeree aperte e scrupolose sorvolano la terra, gli spazi larghi e antropizzati del nord est. Mostrano la realtà dall’alto, tanto lontana da essere bella, tanto precisa da essere impietosa.Lo scempio del territorio è fuori dai dialoghi e dall’intreccio, ma è la ragione di ogni cosa.

Saper osservare

Alessandro Rossetto è prima di tutto un documentarista. Tra il 1997 e il 2007 ha realizzato una serie di film documentari – come Bibione Bye Bye One (1999), Feltrinelli (2006) e L’orchestra di Piazza Vittorio: i diari del ritorno(2007) – che focalizzano luoghi, persone, storie.
Il regista osserva, registra, mostra.

Un allenamento per lo sguardo e per la mano. Una lezione preziosa per ogni narratore, anche il più visionario. A differenza di Piccola PatriaEffetto domino a tratti si flette e perde la tensione.
Resta il fatto che il regista lavora bene sulla realtà, sulla poesia dei luoghi, sull’umanità spigolosa.Non è così scontato nel panorama della creatività visiva di questo tempo strano, ruvido e impervio.

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