Profili in pellicola: Alessio Cremonini. Note a margine

“Alessio Cremonini scava sempre dentro storie vere”: lo scrive Elena Cardillo, la nostra penna preziosa che ci racconta l’arte cinematografica come pochi sanno fare. Cremonini è una promessa del cinema. Il perché scopritelo leggendo qui di seguito

Nel 2013 per il suo Border ha scritto la sceneggiatura con la giornalista italo-siriana Susan Dabbous. Il film a cui sta lavorando ora, I profeti, racconta il rapimento della Dabbous, avvenuto nel 2013 in Siria, insieme ad altri tre giornalisti italiani.

Alessio Cremonini scava sempre dentro storie vere.
Sulla mia pelle, il suo secondo lungometraggio, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2018 nella sezione Orizzonti e ha portato al regista il David di Donatello come miglior esordiente nel 2019, più altri due David per la produzione e il miglior attore Alessandro Borghi.

Il lavoro sul testo

Cremonini è un po’ da immaginare pieno di annotazioni nella scrittura dei film. È regista e autore delle sceneggiature. Oltre alle sue, ha scritto quelle per Voci di Franco Giraldi nel 2002 e per Private di Saverio Costanzo nel 2005.

Sulla mia pelle nasce da un grande lavoro di ricostruzione spulciando carte e documenti.
Il film ripercorre l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, arrestato con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, morto all’ospedale protetto Sandro Pertini (sotto custodia cautelare) solo, livido di botte, consunto.

Annota sul film Cremonini: “Quando Stefano Cucchi muore nelle prime ore del 22 ottobre 2009, è il decesso in carcere numero 148 di quell’anno. Al 31 dicembre, la cifra raggiungerà l’incredibile quota di 176: in due mesi, 30 morti in più. Nei sette giorni che vanno dall’arresto alla morte, Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone fra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri. E in pochi, pochissimi, intuiscono il dramma che sta vivendo. […] Sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone”.

Dal 2009 una lunga teoria di processi. Di primo, di secondo grado e così via. Sentenze emesse e ribaltate, imputati assolti e, a novembre 2019, una sentenza di condanna per omicidio preterintenzionale a carico di due dei carabinieri coinvolti nell’arresto e nella morte di Stefano: 12 anni di carcere e interdizione a vita dai pubblici uffici.

La storia di Stefano Cucchi è dura, senza colori e contorni netti, molte ombre, tanta rabbia e tristezza. Cremonini lavora sul testo – atti processuali e testimonianze – per restituire l’idea di un abuso su una persona fragile e complicata. Non un santo né un demone. Un ragazzo tossicodipendente, dentro e fuori dai Sert, rapporti complicati con tutti, famiglia compresa.

Come un aeroplano

Questa capacità di scandagliare vite vere la ritroviamo a ritroso nel modo di lavorare del regista.
Vite sempre ai margini, come quella di Stefano. Altri contesti umani, altre storie, ma comunque la realtà che si fatica a vedere, che malvolentieri si mette nel proprio orizzonte, fatto in genere di ciò che ci sta intorno.
Border racconta il viaggio di due sorelle siriane in fuga verso la Turchia.

Ho sempre pensato che il cinema fosse come un aeroplano, in grado di svelare il mondo e le tragedie in esso, che altrimenti rimarrebbero ignorate. Quando mi hanno parlato di due sorelle siriane venticinquenni, donne che indossano il niqab (il velo tradizionale), costrette a fuggire verso la Turchia dopo che il marito di una delle due ha disertato l’esercito e si è unito ai ribelli, ho pensato che quella era una storia che valeva la pena di essere raccontata e che questo fosse il mezzo, l’aeroplano”, dice Cremonini nelle note di regia al film.

D’improvviso, Aya e Fatima sono in pericolo. L’unica via è la fuga, ma passare il confine è una sfida con la morte. Attraverso la loro storia abbiamo una fotografia netta del dramma siriano.

Il minimalismo prima di tutto

In Border Cremonini mette in pratica, in modalità spinta, un lavoro di fino sul testo per stare dentro la realtà, senza lasciare margini alle illusioni.
La chiave di volta per il regista sembra essere il minimalismo. Che però nel racconto siriano sfiora l’eccesso di pulizia e disorienta.

Qualcosa che dal film Sulla mia pelle arriva un po’ attutito. La vicenda è presentata in modo asettico e il dramma è caricato sulla luce e sulla scenografia: i chiaroscuri vitrei e ceruli, gli ambienti spogli e asettici sono gli elementi dai quali passa, inequivocabile, la solitudine di Stefano.

Cremonini però non dimentica di raccontare una storia che deve arrivare alle persone, lascia entrare un filo di morbidezza narrativa e una buona dose di empatia.
Perciò, nonostante il carattere preciso e minimale, il regista si lascia andare alla narrazione e raggiunge il pubblico. Una meta né banale né scontata.
Aspettiamo I profeti.

Lascia un commento