Elena Cardillo è la nostra esperta di cinema. Da tempo scrive su Remweb raccontandoci, con linguaggio intenso e con occhio finemente critico, i film più interessanti presenti nelle sale. Da oggi e per le prossime settimane Elena ci regalerà un viaggio nel nuovo cinema italiano, parlandoci dei registi più interessanti delle generazioni più recenti, del loro modo di intendere il cinema e delle cose più importanti che hanno finora prodotto. Non perdetevi queste puntate: sono un’autentica introduzione al cinema italiano di questi ultimi anni. Apre la serie una breve introduzione alla sequenza di interventi ed il profilo di una regista che molti di voi sicuramente già conoscono e stimano: Alice Rohrwacher.

È abbastanza inafferrabile Alice Rohrwacher.
Un’aria serafica, silenziosa, minimale.
Anche i suoi film si presentano serafici, silenziosi, minimali.
Poi però deflagrano. Sembrano caricati per avere, ad un certo punto, una detonazione interna. Un’implosione silenziosa che arriva come una di quelle onde lunghe, senza rumore, si stendono sulla battigia e lavano tutto.
Puliscono e lasciano nuove cose.
Un po’ di documentari, un cortometraggio, tre film.
Tre storie con le quali la regista ai festival non ha sbagliato un colpo. Premi e menzioni come fiori ad una festa. Lei rimane schiva e laboriosa.

La bontà chiusa in una bolla

Parto dalla fine. Perché l’ultima storia raccontata da Alice Rohrwacher, Lazzaro felice (2018), ha vinto a Cannes il premio per la migliore sceneggiatura e ha avuto una valanga di candidature ai David di Donatello.
Lei il suo film lo presenta così nelle note di regia:

«Lazzaro felice è la storia di una piccola santità senza miracoli, senza poteri o superpoteri, senza effetti speciali: la santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani. Racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta e li interroga come qualcosa che poteva essere e non abbiamo voluto.
È un manifesto politico, è una fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni, è una canzone.»

Lazzaro vive in uno spazio ritagliato, come un disegno steso su un foglio e poi sforbiciato. Uno spazio senza connessioni con il mondo. Un luogo atavico tra le montagne, governato da una marchesa che produce tabacco e tiene i contadini come servitù a mezzadria.
Nella bruttezza di un lavoro sfruttato e abusato, Lazzaro è felice. Appare come un angelo e come un angelo se ne va.

Utilizzando la sua propensione a essere onda, Alice Rohrwacher muove una storia e un microcosmo di personaggi come fossero magnifiche figure retoriche. Qualcosa che rimane intatto anche quando quell’universo, stanato dalle autorità, esplode, si sparge per il mondo e a modo suo si adatta.

Lazzaro rimane una santità senza miracoli, una specie di speranza, la bontà chiusa in una bolla.
Vale la pena menzionare gli attori: Natalino Balasso, Alba Rohrwacher e Nicoletta Braschi. Ognuno fa passi lievi sopra una superficie ruvida e respingente.
E poi Adriano Tardirolo, l’angelo felice.

Corpi lievi su terreni pesanti

Era così anche prima. Corpi lievi che camminano su terreni pesanti.
Per Le meraviglie (2014) la regista è stata premiata a Cannes e ai Nastri d’argento.
Il film racconta sempre un piccolo cosmo chiuso fatto di bellezza e sfruttamento

Gelsomina e la sua famiglia producono miele, fuori da ogni regola. Il mondo intorno preme, spinge e, anche se la piccola impresa nascosta non rispetta alcun parametro di legge, il miele è buono.
Anche qui, come per Lazzaro, forse lo scarto è non contemplare il male e non avere regole.
Sembra un po’ il modo in cui Alice Rohrwacher guarda il mondo e il suo lavoro. Nelle note di regia dice:

«Quello che loro fanno è buono, ma se andiamo a vedere da vicino non rispettano nessuna legge e potremmo davvero sbatterli in prigione. Una cosa simile accade anche nel nostro lavoro, e spesso i buoni film non possono rispettare tutte le leggi narrative e produttive. Certo, c’è il rischio che gli spettatori, un po’ come i NAS, ti facciano chiudere. Ma io credo che prima di pensare a quanto miele vendere, bisogna chiedersi se è buono.»

Un petalo sopra un gonfiore scomposto

Continuando ad andare a ritroso c’è Corpo celeste (2011), Nastro d’argento come migliore regista esordiente, Ciack d’oro come migliore opera prima

Marta ha tredici anni e si ritrova catapultata, suo malgrado, dalla Svizzera a Reggio Calabria. Una creatura lieve, diafana, minuta, in un mondo aspro e rugoso. Perché Reggio è una specie di gonfiore cresciuto in modo scomposto e Marta ha la leggerezza di un petalo.
Sono un po’ tutti così gli angeli imperfetti di Alice Rohrwacher. Se anche il mondo è carta vetrata, sembra che lo attraversino intatti.
C’è in questa opera prima un certo patimento. Qualcosa di acerbo nei personaggi e nello sviluppo della storia.

Ma in sordina e lentezza compaiono tutti gli elementi che caratterizzano i film di una regista che non smette di compiere un lavoro minuzioso sui luoghi e sulle persone.
Una specie di folletto del bosco che appare e scompare.
Va e viene come l’onda lunga che pulisce la riva.

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