Profili in pellicola: Pietro Marcello. Potente e ingombrante

Già il titolo invoglia a leggere questa quinta puntata di Elena Cardillo sui giovani registi emergenti del cinema italiano. Il perché Pietro Marcello sia “Potente e ingombrante” lo potrete capire solo leggendo qui di seguito.

Il suo Martin Eden ha diviso gli sguardi. Era in concorso pochi mesi fa, a settembre 2019, alla Mostra del Cinema di Venezia, e ha fatto vincere la Coppa Volpi al protagonista Luca Marinelli.
Il film di Pietro Marcello ha contrapposto gli animi, sì. E gli umori oscillavano tra estasi e irritazione. Qualunque cosa si pensi, è un film che spalanca la porta come una ventata.
Mi piace quando un’opera agita gli umori. Quando il mondo si ritrova spaccato perché un regista, uno scrittore, un musicista, un dispensatore di immagini e sogni è tutto e il contrario di tutto. Significa che è prolifico, che l’alchimia messa nel crogiuolo ha carattere, forma, e direzioni da prendere. La porta si apre e c’è qualcosa da guardare, ci sono stanze dentro le quali entrare.
Mi piace anche se mi ritrovo dalla parte dell’irritazione.

Le linee ferrate e i porti

A guardare i film di Pietro Marcello c’è uno spiazzamento. Soprattutto perché mette in campo un immaginario potente e ingombrante.
È nato a Caserta, ha studiato pittura e negli occhi sembra avere il senso dello spazio. Le sue immagini hanno una grande costruzione scenica, molta cura per la luce, le ombre e un piglio visionario.
Bella e perduta (2015), tocca il paesaggio tormentato e sfregiato della terra dei fuochi, in Campania, e si porta dentro la necessità di scoprire, capire, attraversare, con l’aria però di svelare un mistero e ritrovare un candore.
Rimane la sensazione di un regista che non si limita a guardare le cose e, anzi, proprio non le lascia in pace. Come se documentare e raccontare fossero un’urgenza che sale dal fondo, senza sosta.
«Ho imparato a guardare l’Italia contemplando il suo paesaggio dai treni, riscoprendo di volta in volta la sua bellezza e la sua rovina. Spesso ho pensato di realizzare un film itinerante che attraversasse la provincia per provare a raccontare l’Italia: bella, sì, ma perduta. Anche Leopardi la descriveva come una donna che piange con la testa tra le mani per il peso della sua storia, per il male atavico di essere troppo bella», scrive Marcello nelle note di regia al film.
C’è sempre un viaggio nei suoi film. Un movimento, un mezzo. Siano i piedi, le navi, i treni.
Ecco, i viaggi. Nascono dall’urgenza di dover scoprire, capire. E prima di tutto nascono sulle strade ferrate.
Il passaggio della linea (2007) documenta gli spostamenti sui treni delle lunghe distanze, di notte e di giorno, con la luce che sbatte sui finestrini sporchi, e non trova pace per via della velocità.
A bordo persone con mille motivi, vite altrove che transitano, migrano, fanno i pendolari.
Tutti dentro siluri sparati e ritmati. Uomini e donne che vanno, tornano, a volte non sanno dove.
Il protagonista di La bocca del lupo (2009) scende al volo da un treno e arriva in un porto, quello di Genova. Torna a casa dal carcere. Ogni cosa, forse, la dovrà inventare.
E intanto fuori c’è il paesaggio.
Che sia la terra dei fuochi, l’Italia attraversata dalle linee rette dei treni o un porto, il paesaggio è quasi sempre irriconoscibile.

Dentro uno spazio angusto

È così anche in Martin Eden, fuori ci sono i porti e il mondo intero.
Un film che a me non è piaciuto, mi ha irritato.
Ho faticato a sentirlo vicino al romanzo di Jack London a cui si ispira. Non significa nulla. Anzi, meglio che un film stia alla larga dal racconto scritto (cento volte l’ho detto, lo penso davvero).
La distanza dal romanzo non è l’origine del nervosismo.
Con il tempo la collera è passata, il respiro si è disteso, il film ha continuato a non piacermi. Serenamente, però. Le luci intermittenti e accecanti che sentivo negli occhi, hanno lasciato il posto alle riflessioni.
Martin Eden è un marinaio che lavora nel porto di Napoli e fatica e viaggia. Va, torna, è inquieto. Ha una specie di natura primordiale che lo tiene aderente agli elementi basilari dell’esistenza. Forse per questo, quando conosce una giovane e raffinata borghese, bella di segno e di animo, vuole raggiungerla e inizia febbrilmente un viaggio nella conoscenza. Da autodidatta comincia a studiare, leggere, riflettere. Divora testi di storia, filosofia, politica. Viaggia, guarda e studia, studia senza sosta.
Nelle mani del regista Martin Eden è un divoratore di strada animato da un’urgenza di sapere che diventa una specie di lente deformante. Qualcosa che lo muove, lo spinge in alto e allo stesso tempo lo tira verso la sua natura primitiva, fatta più di istinto che di concetto.
Un personaggio letterario e avventuroso, denso di domande, esitazioni, sconvolgimenti. Ma c’è una ridondanza nel modo in cui Pietro Marcello lo tratteggia, un’insistenza nevrotica che schiaccia i pensieri, e tutto quel viaggiare vedere scoprire, dentro una specie di spazio angusto.
Resta la sensazione di un regista potente, ingombrante, intrigante. Da guardare senza esitazioni.
Intanto, da poche settimane in preparazione c’è un nuovo film: Lucio Dalla.

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