Chi è il musicista polacco di cui Alessia Babetto oggi ci racconta  nei “Profili musicali”? Un virtuoso, un romantico e passionale? Forse Kilar è tutte queste cose insieme e molto altro. Di sicuro ha rapito Alessia durante l’esecuzione di un suo poema sinfonico. Sentite che effetto fanno le note di Wojciech Kilar.

Eccoci ancora insieme, cari lettori; questa volta voglio presentarvi un compositore polacco che ho scoperto suonando alla Filarmonica di Sofia, un certo Wojciech Kilar, uno dei più importanti autori di colonne sonore del suo Paese, morto nel 2013.

Navigando un po’ nella rete per capire chi fosse, ho potuto scoprire, con mia grande sorpresa, che abbiamo di fronte l’autore della colonna sonora di uno dei film più famosi che hanno come protagonisti gli affascinanti uomini immortali costretti a cibarsi di sangue: Dracula, la cui trama è tratta dal romanzo di Bram Stoker, nella versione cinematografica dello statunitense Francis Ford Coppola. Il suo maggior lavoro riguarda però le musiche scritte per i film di Roman Polanski, tra cui La morte e la fanciulla, La nona porta e Il pianista. Kilar è anche autore della colonna sonora del film Ritratto di signora del 1996 di Jane Campion con l’attrice Nicole Kidman.

Ma ho deciso di parlarvene per via del brano che ho avuto l’onore di eseguire: si tratta del poema sinfonico intitolato “Krzesany”, risalente al 1974. Questa parola, la cui pronuncia è un po’ difficile, fa riferimento ai passi di danza caratteristici della regione di Podhale, in Polonia. Nel commento all’opera che ho trovato in rete rivelano che l’autore si ispira anche al panorama dei monti Tatra, e che quindi li descrive, per questo l’opera viene definita un “poema sinfonico”, poiché la musica, come le parole, ha il potere di rievocare immagini e raccontare una storia. L’opera Krzesany, sin dall’inizio, ha il potere di travolgere il pubblico lasciandolo incollato al crine degli archetti dei violini che eseguono dei grandi e lunghi accordi. (Vi lascio il link così che possiate, nel leggermi, ascoltare la musica: https://www.youtube.com/watch?v=3IilpkT16I8)

Quando ero lì, dietro di loro, poiché, come vi spiegavo, i fiati in orchestra sono sistemati dietro alla corona di strumenti ad arco che circonda il direttore, ho visto nella mia partitura che erano disegnate molte pause, quindi me ne stavo lì, sovrappensiero, fino a quando non sono stata catturata da una particolare sonorità. Anche senza prestare attenzione, quello che andava infilandosi nelle mie orecchie si trasformava senza che me ne accorgessi in intuizioni che prima punzecchiavano solo un po’ la mia coscienza, poi arrivavano quasi a bussare con gran forza, con la pretesa che io stessa prendessi in considerazione quello che stavano percependo tutte le mie cellule.

Ho quindi realizzato che mi sentivo turbata, perché quello che ascoltavo sembrava un lamento di una persona che soffre, che dolorosamente sferza le proprie braccia in aria e piange, ma poi si ferma, esasperata dalla fatica che la rabbia porta nel cuore e che poi, lascia un gran vuoto nel cuore. Ecco che l’atmosfera muta: finalmente sopraggiungono dei suoni dolci, una melodia grave e confortevole si apre e, battuta dopo battuta, si fa sentire sempre con più forza, perché stavolta viene eseguita dai contrabbassi, seguita dai violoncelli, sostenuta poi da suoni, appunto, gravi e confortevoli e accompagnata dai violini primi e secondi che rispondono al turbamento della voce sentita. Ritornano i grandi accordi e con essi, da dietro la schiena, sopraggiunge il suono forte e ovattato degli ottoni (aimè, povere orecchie!) fino a quando è il turno anche di noi legni: interveniamo eseguendo delle scalette ascendenti velocissime, e “frullate”.

Dopo questa prima tempesta il silenzio. Dal nulla che sembra ancora permeare nell’aria si leva ora, sommessa, una melodia semplice e costante alla quale si interpongono gli ottoni, poi ancora i fiati e, infine, tutta l’orchestra. Ma quando tutto sembra prendere una risoluzione ecco che inizia; cosa, direte voi: una cavalleria, uno sciame in procinto di attaccare, il sangue che sale alla testa e sta per esplodere, tutto questo sembrano simulare velocissimi gli archi.

Solo verso la fine si percepisce la vera pace. A chi avesse un orecchio bene allenato potrebbe sembrare Mozart, ma il ritmo si fa più rigoroso e stabile, l’armonia riporta gli animi verso la pace.  Ma chi sa esprimere così tanto i turbamenti dello spirito novecentesco non può concludere la sua opera con la pace: ecco che l’autore determina, per i soli fiati, uno spazio finale di improvvisazione, sorretto da un incalzare degli archi. Tutti allora, a cui inizialmente sfuggì un sorriso per la incredibile libertà che ci veniva concessa, e stupiti e un po’ assordati dal nostro stesso chiasso, abbiamo concluso un poema sinfonico che, sperimentando innumerevoli tecniche sonore, ha avuto l’ardire di comunicare senza riserbo l’inquietudine di un secolo ormai passato, ma che ci rimane nel cuore.

Vi aspetto la settimana prossima, per parlare questa volta di chi, nella musica, ha deciso di incidere solo ordine e armonia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *